Estrarre i denti d’oro (R.I.P. Vitaminic)

febbraio 20th, 2012 § Lascia un commento

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Come forse sapete, se vivete nella parte più frequentata di internet, oggi chiude Vitaminic. Per alcuni era solo un sito vecchio-stile dove leggere recensioni di dischi o di concerti scritte – semplicemente – meglio che altrove. Per altri, alcune persone bellissime che con il loro modo di essere vanificano il luogo comune di questa definizione, era una seconda casa o un secondo lavoro o un amico o un partner: qualcuno faceva rigare dritto i collaboratori senza atteggiarsi da capo, qualcuno teneva in piedi il sito senza atteggiarsi da eroe. Ve l’ho detto, persone bellissime. Io ci son stato dentro per poco più di un anno, durante il quale ho prodotto una ventina di articoli, un mucchietto di roba che appare irrilevante di fronte alla fine di dodici anni di internet: quel peso lì lo sentivo sempre, ogni volta che mandavo una recensione alla mia ragazza per chiederle un parere, ogni volta che mi prendevo un’ora per passeggiare nella città della band o del musicista di turno, per vedere quello che loro vedevano ogni mattina prima di andare a scuola o dopo esserne usciti, e così via.

Io nel 1999 ero ancora in terza media, avevo ascoltato una quantità insignificante di dischi e il primo mp3 che ho conosciuto è stato quello di “If You Had my Love” di Jennifer Lopez. La bellissima gente di cui sopra, invece, già aveva cuori e pensieri rivolti a gruppi meravigliosi ingiustamente scioltisi da qualche anno, gli anni in cui avevano imparato ad amarli, ne scrivevano in giro sulla carta e sull’internet dei forum, una parte sicuramente abitata della rete e frequentata – pensa – da gente quasi uguale a te. Io pensavo alle tette della mia fidanzatina dell’epoca, bimbo egoista e sporcaccione; queste persone bellissime aprivano un sito che per molto tempo qui in Italia è stato sinonimo di musica, scambiata e poi raccontata. E mi volete chiedere l’onore che provavo nello starci dentro? Immaginàtelo.

Vitaminic finisce senza evolvere in quello che, secondo me, sarebbe stato il suo ovvio destino: diventare il Pitchfork, lo Stereogum di noialtri, ma meglio, un sito grosso pieno di tutto quello che si può cercare a proposito della musica figa, in lingua italiana. Lo facevamo meglio, pensate solo allo spin-off di Pronti al Peggio e consideratelo di fronte ai suoi modesti epigoni, pensate al podcast di Radio Dio: eravamo – semplicemente – migliori. Ed è così che è giusto farsi ricordare, ora che finiamo, come dei virgulti strappati anzitempo alla vita. Come i migliori che cadono mentre intorno il mondo cambia, qualche nave affonda, qualche palazzo crolla, qualche bomba esplode e noi, cosa possiam farci noi? Niente, eroici, dritti, e se proprio ci lasciamo la pelle, che qualcuno venga a rubare i nostri denti d’oro, che non finiscano in pasto ai vermi. E arrivederci dall’altra parte.


Ho estratto i miei venti denti d’oro e li ho ripubblicati qui sul mio blog: li trovate tutti a questo link, o comunque nella categoria frastuono, che raccoglie i miei articoli di musica, o nella categoria breadcrumbs, che raccoglie le briciole che spargo nell’internet: tutti gli articoli sono stati inseriti nel giorno effettivo di pubblicazione sull’amata rivista, e sono tutti intitolati VIT CHRONICLES. Magari un giorno le immagini e i video e i link scompariranno dai server, ma ora leggiamo e piangiamo.

A place to call my own

febbraio 16th, 2012 § Lascia un commento

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La casa dove abito ora è la quinta della mia vita – in realtà la sesta, ma della prima a Cittaducale (RI) non ricordo niente, quindi non vale.

Un anno fa ci vivevano mio fratello e la sua ragazza: pulendola hanno trovato questa cosa appartenuta al precedente inquilino, un oggetto di cui non farò il nome per non attirare la gente sbagliata su questo blog. L’abbiamo buttata in un cestino per strada, la cosa, perché gli agenti governativi che ci spiano non si facessero un’idea sbagliata della mia famiglia frugando nella nostra spazzatura.

Ora ci sto io, in questa casa, e non sono ancora riuscito a darle un aspetto che mi somigli: quale eredità lascerò al prossimo inquilino? Qualcosa di vagamente comparabile, in termini astratti, a questa cosa? Non so, il fatto che abbia un camino che uso come inceneritore di carta e rifiuti organici non credo conti, se non per gli agenti governativi che probabilmente si staranno chiedendo di che cosa mi stia nutrendo: comunque su Personal Report parlo di gente che riprende delle case un po’ strane in modo piuttosto figo.

PS- Ora ci son dentro, a Personal Report – anche se questo post porta ancora l’etichetta “Guest”. Se non avete mai visitato quel sito, non potete sapere che onore sia (ho già aggiornato la mia firma sotto le email). Se sapete che onore sia, appuntatemi una coccarda sul petto.

Il dio laico dei party

febbraio 14th, 2012 § 2 commenti

Quand’è che abbiamo cominciato a festeggiare? Quando ci è venuto in mente per la prima volta di fissare un punto nel cerchio dell’anno per celebrare un ricordo, una ricorrenza? Non perché, quando?
L’archeologia ci permette di risalire con buona approssimazione all’invenzione di molte scoperte umane: la scrittura, 3000 a.C.; l’astronomia, 2700 a.C.; etc. Ma sulla nascita del dio laico dei party non sappiamo dire niente: lo prendiamo così, senza farci troppe domande.

Natale, per esempio, lo sanno anche i bambini – letteralmente, a me lo hanno insegnato in seconda elementare – corrisponde sul calendario e simbolicamente alla festa romana del Sol invictus, in pratica l’ultimo giorno dell’anno in cui il buio superava la luce. Credo non si offenderà nessuno se accetto con tutte le persone intelligenti che la data di nascita del bambinello sia stata artificialmente sovrapposta alla celebrazione pagana. Per carità, potrebbe pure trattarsi di una fortunata coincidenza. Del resto, anche Isaac Newton è nato il venticinque dicembre. Anzi, il ventitré a voler prestare fede al calendario giuliano che in Inghilterra vigeva ancora nel milleseicento. Il ventitré, secondo il calendario giuliano, era pure l’ultimo giorno dei Saturnali.

I romani eran gente pragmatica, si sa, e a fine Dicembre, quando l’anno stava terminando e nei campi di lattuga e di battaglia non era più possibile scendere, si chiudevano in casa a bere, amoreggiare e far bisboccia. Così a Gennaio si smaltiva la sbornia ed entro fine Febbraio si era di nuovo pronti al tran-tran di guerre e orazioni. Ad Atene, invece, l’anno cominciava a Marzo, proprio perché le sbronze durassero un poco di più: se volevate la dimostrazione che i Greci hanno insegnato tutto alle civiltà successive, direi che questa pare sufficiente. A Marzo sboccia la pioggia e vien voglia di stare fuori, di stare sobri, ma prima c’era una festa per ogni parte della vendemmia, per il vino novello, per il vino invecchiato. Una volta ho scritto una tesina sul vino nell’antichità: ho scoperto che i Greci avevano più di cento tipi di coppa, altro che rubriche enogastronomiche del TG2. E certi giochi da simposio che non vi dico: il più semplice si chiamava bere amystì, cioè alla goccia, e vi lascio immaginare in cosa consistesse; un altro era indubbiamente il più agile connubio delle freccette con il bere, cioè il cottabo, che si giocava lanciando il fondo del bicchiere contro un vassoio. Poi ci si sputazzava addosso, si scherzava, si lanciavano vivande da prendere al volo (questo era particolarmente pericoloso): ma qui parliamo di faccende da ricconi, borghesia ateniese allo sbaraglio. Il grosso delle bevute per gli Ateniesi si facevano alle feste Lenee, progenitrici delle nostre feste campagnole e probabilmente più simili a quelle che ai festival teatrali o cinematografici di oggi. Perché magari lo sapevate già, ma durante queste feste invernali piene di cibo vino e sesso si mettevano in scena le commedie, quelle più satiriche e piene di sconcezze. Ora potete capire come mai tante oscenità messe in scena: un pubblico di sbronzi raffreddati.

A proposito, scena è una parola greca che significa tenda (non il sipario, una specie di canadese montata a fondo-ehm-scena per rappresentare il palazzo o la piazza cittadina), ma noi oggi diciamo più spesso palco. Anche palco vuol dire tenda, in longobardo però. Palcoscenico è la più inveterata delle ridondanze e una delle più dure a morire, insomma.

Ma torniamo alle cose divertenti. Gennaio, Febbraio, Marzo (anche un pezzo di Dicembre) erano i mesi della libertà, dei party, dei festini, delle festone. Più o meno alla metà di questa splendida stagione, smaltite le sbronze, data un’occhiata a chi ci si ritrova sul proprio letto, un po’ dappertutto nel mondo antico si cominciava a pensare a Venere (o Afrodite): per questo, ad esempio, il quindici Febbraio si tenevano a Roma i Lupercali, una complicatissima festa della fertilità che, per dire, non aveva mai capito nemmeno Plutarco, uno pronto a razionalizzare tutto. Oltre ai vari sacrifici e spargimenti di sangue, una tradizione esigeva che gli uomini producessero con la pelle dei capri sgozzati una specie di scudiscio e con questo battessero le mani e il ventre delle donne che volevano trovare marito o avere un figlio. Qualche secolo dopo, in virtù di presunti miracoli fatti a beneficio di giovani amanti, i cristiani adagiarono la festa di un martire decollato, san Valentino da Terni, sopra il quindici febbraio – poi retrocesso di un giorno. Ecco quando è nata la celebrazione di san Valentino, e a questo punto viene da chiedersi quando gli uomini smisero di donare frustate e cominciarono con le rose: non perché, quando.

Che poi, pure la storia delle rose nate dal pistolino reciso di Urano, meriterebbe il suo spazio. Ma ve lo risparmio, buone frustate.

S’inizia

gennaio 24th, 2012 § Lascia un commento

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Da oggi pomeriggio comincio una cosa nuova: ha a che fare con la scrittura e con la musica, è pagata (per così dire) e ne sono piuttosto entusiasta. Niente che possa farvi leggere qui, niente che possa linkare, ma fate il tifo per me, ché vorrei camparne.

Questo, invece, è un link a Personal Report: potete leggere e dirmi se avete capito qualcosa, almeno voi.

\m/

Vindöld, vargöld (le mie briciole nella bruma)

dicembre 2nd, 2011 § Lascia un commento

Ho scritto un pezzo sulle copertine di Moby Dick. Poi ne ho scritto un altro sulle copertine dei dischi. E l’ultimo post, qui dentro, aveva un frammento di coperta come immagine. Direi che il messaggio è arrivato: ho freddo.

L’altro messaggio è questo: da un paio di settimane scrivo per Personal Report, che da tempi non sospetti ritengo una delle cose più fighe dell’internet. Sorrido come Amundsen quando, dopo esser partito di nascosto per l’Antartide, scrisse a Scott un telegramma: «ciao perdente, sto andando al Polo Sud, il sogno della tua vita: mi raccomando, seguimi, così magari ci muori pure». Senza tutto l’astio, ma con lo stesso freddo.

Ogni tanto scrivo anche di musica, ma magari questo lo sapevate già.

VIT CHRONICLES #20 – Crash of Rhinos w/ Verme @ COX 18 (Milano)

novembre 24th, 2011 § Lascia un commento

“Coming back home to find the door open” è un verso di Gold On Red, l’unico che mi riesca di tenere a mente di tutto Distal: a me sembra voglia dire che, se ti serve, puoi darti ragione fortissimo; puoi guardarti da fuori, se ti va, e apprezzare il tuo tempismo; puoi considerarti meraviglioso, come ti pare. Quello che non puoi fare è cambiarti. E allora chi sono questi immutabili felici fatalisti che ho davanti? Sono sardine o altri pesci inscatolati. Filetti di sgombro, perché puzzano in modo interessante. Hanno il cuore che gli esce dalle ascelle, non stanno fermi un momento, urlano. Sono una generazione in ritardo, un movimento sparso, qualcosa, fosse anche solo una riunione di condominio.

Il biennio che sta finendo ci ha stesi con un ritorno che ha avuto l’esito scontato di rianimare, defibrillare pericardi stanchi di giovani invecchiati troppo presto. Rivivere preadolescenze nel revival adolescente di un genere per niente antico. Io non riesco a tirarmi completamente fuori da tutto ciò, ci provo, mi devono estirpare chirurgicamente la prima persona plurale. Allora sto in disparte, che mi fa male la schiena, ma comunque so di far parte del sesto stato che marcia sul posto. E il posto è sempre piccolo, una Conchetta di locale che sembra cucito addosso al pubblico con un atto di sartoria estrema, o un qualsiasi salotto più o meno domestico.
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VIT CHRONICLES #19 – Dub Trio, IV

novembre 17th, 2011 § Lascia un commento

dub trioI Dub Trio sono il simbolo evidente e comunque non definitivo di tutto ciò che è uncool. Se esistesse un’enciclopedia della cultura popolare, alla voce “sfiga” non ci sarebbe la fotografia di tre skater newyorchesi che sembrano venuti da Usmate (MB), bruttini e malvestiti. Probabilmente si troverebbe un qualche reperto di feste a tema “nerd” alle quali vi rifiutate di credere di aver partecipato, e questo è significativo, ma è anche un’altra storia. I Dub Trio non starebbero neppure nella pagina dei “secchioni”, perché sono dopotutto dei bravi ragazzi che maneggiano musica da ballare. Forse la voce “sgobboni” è quella che più si addice loro: turnisti di mezzo R&B prodotto negli ultimi dieci anni, band di supporto di Matisyahu, i Dub Trio si nascondono nelle pieghe di un colletto blu dell’industria musicale, timbrano il cartellino e scendono al pub più vicino per chiudere la giornata. Gente qualunque si ritrova intorno a un mixer e dopo diversi tentativi crea un album che dovrebbe trovarsi nelle valigie di tutti i dj, Another Sound is Dying. Quattro anni fa, prima dei subprime, New York ci aveva fatto dono di un altro esperimento benriuscito nel campo della creatività: un disco potente e ballabile, più metal che dancehall sicuramente, ma soprattutto scandaloso come un pezzo degli Zu inserito nel vostro djset immaginario. Senza uscirsene con l’idea più geniale, ma faticando dietro la coagulazione di gusti differenti, il trio aveva colto un momento fragile, un sound effimero per l’appunto, trasformando il coacervo di generi in un delizioso cocktail. Forte, ma non esagerato, strumentale per andare dritto al punto (la danza), con l’aspetto giusto e il miglior endorsment possibile (Ipecac/Mike Patton).

Ma  il momento passa, le storie finiscono e la decadenza ci aspetta ansiosa: così IV è un disco, di nuovo, frastagliato, molto più pesante dei precedenti, sì, ma anche molto più dub. Una gran noia. Qualche volta capita di ancheggiare, ma soprattutto, qualche volta ci si ritrova, come davanti a John Zorn o a certi Einstürzende Neubauten, a chiedersi il senso dei tre minuti di rumori di pendola che hanno per titolo una frazione (1:1.618, che è poi la sezione aurea). Di armonioso rapporto fra le parti non c’è traccia: gli overdub sono appoggiati senza grazia sopra un tappetino stoner, accostando i due stili più drogati della musica americana “recente”, e  nessuno vorrebbe mai un pezzo come Noise nel proprio djset, a meno che non viva in una qualche parodia di club estremo da film lynchiano. L’armonia è andata con la crisi – a un certo punto pare addirittura di sentire del surf inserito dentro un pezzo dei Melvins – l’interesse è svanito, noi tutti torneremo a entusiasmarci per i soliti prevedibili vincenti, i nostri djset non si accorgeranno di niente, l’enciclopedia della cultura popolare potrà continuare a essere redatta indisturbata. E, soprattutto, nessuno si accorgerà di aver perso una grande occasione.

Ancora una delle mie cose preferite

novembre 17th, 2011 § Lascia un commento

Questa settimana mi è capitato di ammalarmi: uno di quei virus con la passione per le espulsioni, niente di che. Sotto le coperte pensavo solo alla morte imminente, ma oggi mi è venuto da pensare alla mole enorme di cose in sospeso che un’influenza riusciva a mettermi in grado di fare, una quindicina di anni fa. Una volta ho letto tutta la trilogia di Guerre Stellari (esistono dei romanzi, materiale da fan terminale o da lettore imbecille) e ho fatto in tempo anche a guardarmela. Un’altra volta ho risolto tutta la mia collezione di Wally comprati in giro per il mondo. Non mi capitava mai di ciondolare: quella era un’azione da sani, e devo dire che ancora mi attengo a questa linea di condotta. Se con l’abbonamento di Topolino arrivava prima di Natale una videocassetta, aspettavo un’influenza per stendermi in salotto a guardare raccolte a tema musicale o monografiche (ammetto che, definite così, appaiono molto più noiose di quanto non fossero): roba degli anni d’oro di Hollywood, come se ne capissi il valore intrinseco, mi lasciava a bocca aperta con facilità. E le colonne sonore erano una tempesta nella credenza di pentole percosse e battiti accelerati. Mi misi in testa, poi, di imparare a suonare e lo feci, appena prima dell’adolescenza, con esito comunque modesto. Quanto era facile impegnarsi, sotto le coperte.

La domanda dell’isola deserta è un esercizio retorico troppo facile per chi traduce Valerio Massimo e Seneca da più di dieci anni: attraverso l’espediente narrativo, si proietta nell’ambito della fantasia una domanda ben più cinica, “vuoi più bene a mamma o a papà?”. Quello di buttare giù dalla torre è un passo successivo che nasconde, dietro una banale scelta di campo (“buttare” e non “salvare”), una particella d’astio che non mi interessa. Oggi vanno le classifiche, pacifica area di sosta degli indecisi. Visto che nessuno mi costringe, io non scelgo. Ma se avessi un baule da portare in viaggio, prima di raggiungere l’eremo isolano, forse ci porterei una di quelle videocassette Disney, e probabilmente schiaccerei tanti repeat su questo capolavoro qui.

VIT CHRONICLES #18 – Björk, Biophilia (iPad app)

ottobre 26th, 2011 § Lascia un commento

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C’è questa cosa nella storia della musica per cui se cogli il momento giusto, se azzecchi qualcosa all’inizio, se pubblichi un secondo album (forse) migliore del primo, se ti aggiorni e resti al passo, ti presti ad altri media con intelligenza e senza moderazione, diventi un personaggio, “sei” un personaggio, allora in quel momento, anzi, in quei momenti stai costruendo un mito. Mitopoiesi, la chiamiamo noi talponi, creazione di un racconto che può camminare con le proprie gambe. Quando raggiungi quello status, il potere magico di Re Mida ti viene servito in un piatto di legno – perché tu possa subito mutarlo in oro zecchino. Il passo successivo è la Cristopoiesi: potrà Björk salvare la musica? Che domanda, forse no, l’apocalissi non è mai dietro l’angolo, e noi che ci divertiamo a guardare da lontano, sappiamo che non esiste morte senza palingenesi – lo dice anche Steve Albini (e chi siamo noi per contraddirlo). Certo, a Björk non puoi chiedere di tornare coi piedi per terra, non ti sentirebbe comunque dalla torre volante che ha per casa (li immagino così, sospesi, quelli che abitano “fra New York e l’Europa”). Una soluzione, per chi ha le dimensioni, i soldi e l’ego di un istituto bancario multinazionale, sarà piuttosto continuare ad essere sé stessi nel più puro dei modi: guardandosi intorno, aggiornandosi, prestandosi ad altri media, con intelligenza, senza moderazione e investendo dove ancora gira qualche soldo.

Così qualche mese fa abbiamo sentito dire che il prossimo album di Björk sarebbe stato “pubblicato su iPad”, qualunque cosa volesse significare. Alcuni di noi avevano aspettato al varco Damon Albarn con il suo disco composto e suonato su iPad, altri lo avevano giustamente ignorato, altri vivono tranquillamente senza sapere nemmeno cosa sia un iPad. Il punto è che Steve Jobs (namasté, buddy) lo avrà anche inventato, ma qualcuno là fuori doveva ancora trovargli un senso che non fosse quello di costosa consolle per parlamentari e agenti di borsa profumati di muschio in metropolitana. Björk, come sempre, ha scelto il momento giusto per fare qualcos’altro, per ottenere il profitto sonante e filosofico del caso. Il tema scelto, la relazione fra microcosmo e macrocosmo, non è fra i più originali, eppure funziona senza intoppo a rappresentare lo stato della civiltà occidentale dell’era di internet e, anzi, è l’archetipo di cultura popolare che meglio si addice al mito di Björk come artista piccola e gigante.
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VIT CHRONICLES #17 – Primus, Green Naugahyde

settembre 28th, 2011 § Lascia un commento

primus-Green-Naugahyde-2011Non la prima, non la seconda e neppure la terza: Lee Van Cleef – dicono – è stata la quarta scelta di Sergio Leone per la parte del colonnello Mortimer. Diecimila dollari e un biglietto per l’Italia. Lee Van Cleef, attore minore degli ultimi western dell’epoca d’oro e pittore dilettante, disse che andava bene, ‘avoglia se va bene, ho le bollette da pagare, però per piacere lasciatemi finire un dipinto. E poi? Che fine ha fatto Lee Van Cleef?

Citare Lee Van Cleef è esattamente come citare Mario Brega. Supercafoni, eccoli qua, cappelloni da cowboy in testa, bassi elettrici colorati e un immaginario anni novanta quasi imbattibile. Ma qui non si tratta soltanto di citare attori morti, automobili d’epoca, divani vecchi in finta pelle, pedalò pseudo-vittoriani, modernariato spicciolo, pescatori di salmoni californiani, nostalgie che si animano e fanno un bell’inchino. Lee Van Cleef è la maledetta metafora dei Primus. Che fine hanno fatto i Primus in questi dodici anni? Un EP nel 2003, Animals Should Not Act Like People, titolo ironico beffardo e musica diversa dal solito, meno agitata del solito, nient’affatto nostalgica: un disco che, un po’ a fatica, guardava avanti. E poi? Qualche linea di basso negli ultimi dischi di Tom Waits, tanti concerti, tutti a farsi gli affari propri: per piacere, lasciatemi finire il mio dipinto e poi ne riparliamo.
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