Clistene e la democrazia: fare un esempio per dimostrare il contrario (un post col senno di poi)
3 marzo 2013 § 1 commento
Fra novembre e dicembre 2012 scrivevo (e rinunciavo a postare per non esacerbare il dibattito sulle Primarie del Centrosinistra, durante il quale mi sono sentito dare del pazzo invasato perché consideravo rilevanti per l’elettorato i temi proposti da Grillo) le seguenti parole:
Fra due giorni si andrà a votare il candidato premier del centrosinistra, quello che con tutta probabilità starà alla maggioranza di un Parlamento che dall’altra parte avrà un gran casino, ma soprattutto un mucchio di grillini spaesati.
Mercoledì scorso si è tenuto un confronto su Rai1 tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. Visto che qui mi piace occuparmi di antichità, ho ascoltato con molta attenzione e stupore una dichiarazione del segretario del PD: alla richiesta insistente di Renzi di rispettare il risultato del referendum del 1993 che abolì il finanziamento pubblico ai partiti, Bersani ha risposto “da Clistene a Pericle, allora, in quella culla della democrazia decisero che in democrazia la politica pretendeva un sostegno pubblico e questo lo differenziava dalla tirannide, dall’oligarchia: io non mi rassegno all’idea che solo i ricchi possano far politica”. La cosa non mi suonava per niente bene ho deciso di darmi al fact checking, direbbe qualcuno.
La democrazia, è noto, fu inventata ad Atene: già nel 594/591 il legislatore e sommo sapente Solone aveva codificato un regime istituzionale aperto, ma pur sempre basato sul censo. Clistene, dopo il trentennio di tirannide di Pisistrato e dei suoi figli (peraltro, cugini di Clistene, ma ci arriveremo), stabilì una riforma costituzionale che portò alla democrazia, come più o meno la intendiamo noi oggi. Il nome dell’istituto per come lo conosciamo noi, Democrazia, cozza peraltro con la definizione che Pericle – per bocca di Tucidide – dà al sistema politico ateniese stesso, cioè isonomia (“uguaglianza delle leggi” – sott. “per tutti”), ma andiamo a vedere in cosa consisteva la democrazia ateniese.
Il governo della città era ripartito fra due ambiti: uno assembleare e un altro individuale. Il governo era retto in forma assembleare dalla boulé (da bouléuo che significa “deliberare”) o Consiglio dei Cinquecento, così chiamato perché traeva cinquanta membri da ciascuna delle dieci tribù territoriali (i seggi, o distretti elettorali di allora, potremmo dire) in cui lo stesso Clistene divise la popolazione attica. Bisogna sapere, infatti, che fu questo provvedimento il principale fattore innovativo della costituzione democratica ateniese: prima di Clistene, le tribù di base genetico-territoriale erano accusate di ostacolare il progresso della polis assecondando gli interessi locali e familiari, generando così un sistema tripartitico all’interno dell’ekklesia (l’assemblea di tutti i cittadini ateniesi) che si divideva in urbani, campagnoli e costieri. Con Clistene, invece, le dieci tribù venivano divise in trittie, assegnando a ciascun seggio un distretto urbano, uno campestre e uno costiero. Questo riordinamento geometrico-istituzionale ruppe per sempre l’egemonia delle grandi famiglie? Non proprio. Se pure l’impronta teorica della costituzione di Clistene intendeva escludere dalla politica l’influenza delle famiglie più ricche e nobili riuntie in clan territoriali, d’altra parte i due secoli di democrazia attica sono dominati da poche famiglie abbienti, e una in particolare: gli Alcmeonidi. Questa stirpe espresse non solo lo stesso Clistene il legislatore e Alcibiade il devastatore (ironia della sorte), ma anche – per discendenza femminile – il Lorenzo De’ Medici della storia greca, Pericle. Fino al 487, poi, nell’ambito delle magistrature individuali, fu mantenuto l’originario limite di censo: se non eri abbastanza ricco, insomma, non potevi governare.
Ma torniamo alla frase di Bersani: “la politica pretendeva un sostegno pubblico”. Sbagliato, l’esatto contrario. La politica esigeva un finanziamento privato: era infatti col sistema delle liturgie che lo stato poteva mantenere tutte le principali iniziative governative, fra cui – la più importante per una nazione democratica, cionondimeno imperialista e militarista – la costruzione di flotte armate. La trierarchia era infatti la più importante (e la più gravosa) delle liturgie. Questo derivava dalla sostanziale assenza di imposte dirette nello stato attico: era la liberalità dei più ricchi, infatti, a finanziare l’esercito, come anche la cultura (con le coregie, il finanziamento privato agli spettacoli teatrali, considerato ai tempi come la più visibile e importante delle introduzioni ad una carriera politica) e l’istruzione (non c’è bisogno di ricordare esempi celebri per dimostrare come in Atene l’educazione dei cittadini, specie quella di alto livello che garantiva accesso alla politica, non fosse affidata allo Stato).
La stessa democrazia di Clistene, poi, era quella che per acclamazione popolare aveva il potere di espellere un suo cittadino: anche se Karl Julius Beloch non concorda e la anticipa di qualche decennio, molti ritengono che l’ostracismo fosse addirittura invenzione dello stesso Clistene, il ricco e nobile legislatore, che dotò Atene di uno degli strumenti più demoagogici mai concepiti, usato con grande profitto – come ben dimostrano gli esempi di Temistocle e Alcibiade – per allontanare gli avversari dalla scena politica. Comunque, dalla metà del V secolo, le magistrature arcaiche (i quattro arconti e i sei tesmoteti, a capo del potere esecutivo e giudiziario) perdono potere e vengono scalzate dagli strateghi: eletti fra le dieci tribù, i dieci strateghi avevano il comando militare dell’esercito e della marina. Ogni stratego, eletto per votazione e non scelto per sorteggio (lo strumento spesso esaltato dai fan della democrazia diretta), restava in carica per un anno: il suo operato era sottoposto al vaglio dell’ekklesia - l’assemblea popolare - che con un “voto di sfiducia” poteva esautorarlo dal potere. Bene, Pericle, “allora in quella culla della civiltà” mantenne la carica di stratego per quattordici anni consecutivi (dal 443 alla sua morte nel 429). Nessuno oppose mai un voto di sfiducia al ricco Pericle, all’Olimpico che – a voler ascoltare Tucidide – pronunciò per la democrazia alcune fra le parole più belle, in quel famoso discorso che celebrava i molti caduti del primo anno della sanguinosa Guerra del Peloponneso.
Atene, insomma, a parole era una democrazia, nei fatti una demagogia, assolutamente partecipativa, ma gestita in ultima istanza dai soliti ricchi e nobili ottimati.
Ora che Pier Luigi Bersani, intervistato a Che Tempo Che Fa, ha ripreso l’esempio – di nuovo mancando del tutto il proprio fine dialettico, e ancora più chiaramente di prima – mi dispiace non aver pubblicato allora questo intervento che, ormai, può essere ascritto solo a senno di poi.
Una persona sola, al comando
27 novembre 2012 § Lascia un commento
«le parole sono importanti»
Fra sei giorni si terrà in tutte le città italiane il secondo turno delle elezioni primarie del Centrosinistra. L’importanza di queste, al di là dei numeri registrati nell’affluenza (un dato sul quale bisogna essere molto più cauti con l’entusiasmo), deve ancora prendere corpo e verificarsi, ma tutti quanti già la conosciamo: il Centrosinistra sarà maggioranza nel prossimo Parlamento, quindi l’elezione del “candidato premier” comporterà la scelta del leader della coalizione di maggioranza. Tutti i sondaggi politici assegnano già al Partito Democratico e ai suoi eventuali alleati la vittoria, ma la misura di questa non è di secondaria importanza, pure nel contesto di una legge elettorale che premia abbondantemente le maggioranze. Il fattore ignoto, non come le incerte sorti del Centrodestra e l’ennesimo risultato microscopico di un Terzo Polo, quello che nella discussione interna al Partito Democratico pare il proverbiale elefante nella stanza, è il risultato che avrà la lista populista di Beppe Grillo (i sondaggi lo danno fra il 15,3 e il 21,1%, sicuramente secondo partito italiano).
Il 9 aprile 2006 la maggioranza già certa del Centrosinistra, dopo aver sbaragliato gli avversari alle Regionali appena un anno prima, rischiò di perdere contro un Centrodestra verso il quale l’opinione pubblica aveva una fiducia superiore solo all’attuale. Gli argomenti in campo nel 2006 (tasse, riforma del lavoro, guerra in Medio Oriente) non fecero calare i consensi di Berlusconi, nonostante le responsabilità di questo su entrambi, e il Centrosinistra non seppe portare dalla sua un numero sufficiente di delusi o indecisi, nonostante una campagna elettorale improntata a messaggi di sobrietà, serenità, esperienza (“La serietà al governo”). Oggi che i temi sono altri (“la casta”, crisi, recessione, rinnovamento) come si stanno comportando i candidati premier del Centrosinistra? Di cosa parlano?
Il segretario Bersani, con il suo eloquio quotidiano fatto di facili metafore e proverbi ma anche di parole d’ordine ben riconoscibili (uguaglianza, giustizia, solidarietà), parla la lingua della sinistra e contemporaneamente rassicura gli elettori e il mercato: gli elettori, dichiarando di non volere una politica fatta di personalismi, come quella che ci ha portato ai minimi storici di credibilità internazionale, garantendo per sé stesso con i buoni risultati dei governi di cui ha fatto parte (Prodi e D’Alema); il mercato, promettendo una continuità di base con l’operato del governo Monti (ha proposto cariche ministeriali a Fornero e Passera), e di nuovo garantendo per sé stesso con i buoni risultati dei governi di cui ha fatto parte. Matteo Renzi, dalla sua, pur attribuendosi i meriti della sua attuale attività amministrativa a Firenze, parla piuttosto di cambiamento e non esita a mettere in campo le sue proposte in termini di rinnovamento del Paese e di superamento dell’operato di Monti, rispettato soltanto in quanto figura autorevole e dignitosa. Nonostante l’impostazione dei programmi dei due candidati differisca davvero di poco (se non nella lunghezza dei testi divulgati: telegrafico, tutto colorato e fatto di slogan quello di Bersani, articolato in paragrafi approfonditi quello di Renzi), la vulgata che tira su internet e fra gli opinionisti (ma non presso gli elettori delle primarie, a giudicare da tre delle quattro regioni rosse) è che Bersani sia un candidato che mantiene “verace” la sinistra, mentre Renzi è uno scardinatore che introduce temi altri (reazionari/liberali/teologici) nel suo linguaggio – tutto personalistico ed egomaniaco – pur di portare a sé gli elettori delusi di destra.
Siccome non riuscivo, programmi e news alla mano, a notare questa differenza, ho provato a riascoltare e passare al setaccio semantico i discorsi d’inaugurazione delle campagne elettorali di Matteo Renzi e Pierluigi Bersani – tempo per visitare un comizio di uno dei due, non ne avevo, ma credo di non aver sbagliato dando valore programmatico alle due orazioni.
Tenendo conto della diversa lunghezza dei due discorsi (mezz’ora di Bersani contro un’ora di Renzi, che del resto affrontava una specie di debutto sullo scenario nazionale) un’analisi statistica delle parole usate dai due candidati rivela risultati inaspettati da chi si fidi della vulgata. Nella sua orazione inaugurale Bersani, che non nomina mai la parola giustizia, cita soprattutto la crisi e il futuro (7 occorrenze ciascuna parola, la seconda quasi sempre associata a inganno), l’uguaglianza, l’Europa e il lavoro (5) e solo due volte accenna a temi cari all’intero elettorato quali tasse, scuola e ricerca. Questo non gli impedisce di toccare per 10 volte contenuti autobiografici (del resto, la sua orazione si tiene nella natìa Bettola) e addirittura chiamarsi tre volte per nome, Bersani, parlando di sé in terza persona (“se Bersani dice questo, è perché etc…”).
Nel discorso a Verona di Renzi, invece, dominano tre parole d’ordine, richiamate fin dall’inizio: Europa (37 occorrenze), futuro (18) e merito (11). Subito sotto queste, non a caso, la sfera semantica del cambiamento (12 occorrenze, rispetto alle due di Bersani) accompagnata a lunga distanza dal famoso tormentone della rottamazione (4). Tasse (18), lavoro (12) e costi/sprechi della politica (8) sono aree semantiche che ricorrono spesso nel suo discorso, dove per 12 volte i programmi sono stati concretamente proposti all’uditorio sotto forma di promesse elettorali, due delle quali stabilite nei primi 100 giorni di governo (il Freedom Of Information Act e l’unione di fatto equiparata al matrimonio per coppie omosessuali). Di contro, Bersani ha negato per tre volte l’intenzione di approfondire i programmi (“non andrò sui punti programmatici”), promettendo di farlo nelle successive tappe del suo tour elettorale, quando l’attenzione mediatica non avrebbe però potuto portarle alle orecchie dei cittadini – come in effetti è accaduto, ammesso che ne abbia parlato, come non ha fatto nei suoi interventi televisivi. L’ambiente, la cultura, ma anche temi ben precisi come le condizioni del lavoro e della produttività nelle situazioni critiche dell’ILVA, delle miniere del Sulcis e dell’ALCOA sono solo alcuni dei punti sensibili toccati da Renzi e ignorati da Bersani. Sul tema dei diritti, infine (Bersani 2 occorrenze, Renzi 6), soltanto il sindaco di Firenze li ha declinati in relazioni sintagmatiche (“diritto di…”), mentre sono stati citati solo in astratto dal segretario.
Però, come dicevo sopra, tutta questa analisi semantica partiva da un dubbio che ho avuto: ma sarà vero che Matteo Renzi parla molto di sé come solo ed eroico sfidante dell’intera sinistra italiana? Sarà vero che il suo modo di fare politica è personalistico, quasi da piccolo Berlusconi? Per controllare gli atteggiamenti egocentrici – mi insegnarono all’università per lo studio dei testi poetici – un valido strumento è lo spoglio statistico dell’uso della prima persona (il pronome, l’aggettivo, la persona verbale): qui Renzi e Bersani sono quasi in parità (114 a 122), ma nel corso di due discorsi dalla durata ben diversa, l’una il doppio dell’altra. Potremmo dire – riducendo di molto l’impatto di un breve discorso così pieno di “io” – che Bersani parla di sé il doppio delle volte rispetto al suo sfidante: “per dire cosa farai, devi prima far sapere chi sei” potrebbe essere il titolo dell’orazione di Bersani (forse lo è proprio, peraltro).
Considerati questi dati, considerato cosa dice effettivamente ciascuno degli sfidanti, domenica un elettore del secondo turno delle primarie si troverà a scegliere fra un candidato che affronta i temi politici del Paese e uno che cita solo quelli più spaventosi (crisi, e futuro come insidia), un candidato che offre proposte valutabili soggettivamente e invita di nuovo alla politica il possibile elettorato grillino e uno che promette alleanze e invita a guardare il proprio passato di uomo di governo di sinistra (le liberalizzazioni e il sostegno per le centrali a carbone, fra i suoi atti), un candidato che parla di rinnovamento e uno che parla di sé e della sua carriera. In sostanza, entrambi vi chiedono di fidarvi: Renzi di un progetto (il suo), Bersani di una persona (sé stesso).
Pressione + Tempo
8 novembre 2012 § Lascia un commento
Stamani mi scrive Tomm per dirmi “ho trovato questo libro, ho pensato subito a Pressione + Tempo”. Il libro è questo, Il contro in testa, pubblicato da Laterza – Contromano – che evidentemente deve aver sede nel mio cervello, altrimenti non mi spiego come possa pubblicare un libro sull’Apuania dopo Morte dei marmi (non vi ho mai raccontato da dove vengo, eh?). Comunque sia, il messaggio di Tomm mi ha fatto pensare che è da un pezzo che non scrivo qualcosa di nuovo, qualcosa di finto o di immaginato intendo, non il resoconto di una conferenza stampa. Poi mi sono anche accorto che questo racconto, uscito sulle ultime Schegge di Liberazione (ballabili), non l’avevo mica mai spammato qui. E allora, eccolo.
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Il marmo non è una roccia speciale, un minerale nobile di nascita. Il marmo è una soluzione solida: sedimenti più pressione più tempo uguale marmo. I sedimenti, poi, sono ere geologiche di telline e pesci e vite minuscole: vite morte seccate sbriciolate più pressione più tempo uguale marmo. La pazienza ha fatto il marmo, l’immaginazione lo ha nobilitato. Perché, quando lo guardi sulla schiena di una chiesa, il nostro bel marmo bianco ti sembra quanto di più unico e sacro possa esistere. Non una traccia di fossile marino, la storia è stata completamente cancellata, la pietra lucida e levigata come una pelle di donna. Eppure il risultato della somma di povere sostanze mescolate sta ben lì a sostenere un tetto, piastra fredda da appoggiarci la guancia sopra quando d’estate ti scottano le orecchie.
Il marmo è la prova che la terra si muove, anche se siamo costretti a ignorarlo: il mare si fa una passeggiata verso l’alto e la terra ne conserva il ricordo, secondo una traccia che pare una lunga scalinata. Quando nasci a Carrara, un giorno finisci per assomigliare al marmo: duro, forse, ma più che altro sedimentato, fatto a strati. Il mio babbo e il suo babbo prima di lui e generazioni intere di babbi e zii, tutti nelle cave di Colonnata a sputare sangue rosato sotto le piastrelle da cinquanta chili. C’è la ferrovia, lassù, che si carica cubi sassosi sulla schiena e li accompagna lentamente al porto di Avenza, dove la navi non hanno memoria della fatica e se ne vanno. Noi invece restiamo fermi come massi a lasciarci i polmoni e le ossa, che diventino calcare, finché un giorno ci ritroveremo mescolati e compressi nei sassi delle cave e infine nel bagno di qualche borghese, o in una stazione del regno. Generazioni più pressione più tempo uguale resistenza all’oblio.
Per noialtri, gente di alta quota, prendere la via dei monti è prima di tutto un’esigenza geologica. Io, per conto mio, sui monti ci andavo tutte le volte che potevo. C’è una strada che parte dal centro di Massa e si arrampica sulla Tambura fin quasi a duemila metri: si chiama via Vandelli, dal nome di un ingegnere emiliano. Quando arrivi in cima, ti puoi voltare e dovresti vedere – tutt’intorno hai il mondo intero: davanti il mar Tirreno, a sinistra i boschi della Garfagnana, a destra la valle pigra del Magra, dietro le spalle altro Appennino e un po’ più in là Modena. Da casa mia alle cave, invece, erano pochi passi verticali: quello era il mio cortile segreto, un’arena squadrata per la mia immaginazione. Una volta mi sono anche perso dentro una caverna che pareva una cattedrale, alta bianca muta. Le strisce scure che a volte striano la pietra candida, l’ho capito quel giorno, non sono altro che generazioni di vite schiacciate e trasportate in alto, sottoterra, a sostenere il peso dei viventi, e quelle caverne conservavano un ricordo oscuro, quasi fossero antichissime necropoli. Così, da uomo, ho scelto di diventare pastore valdese per adorare il dio delle montagne.
Io penso di esserlo sempre stato, partigiano, prima ancora che si sparasse un colpo, ma un giorno son venuti a dirmi che lo ero diventato: anche questa è geologia, diventare quello che si è già da prima ancora di esser nato. La mia base era un collegio di montagna, l’unico posto in cui sarei voluto stare, l’unico in cui i manganelli fascisti non mi pestassero le costole. Poi arrivò la guerra e pian piano, a noi dissidenti, ci hanno presi quasi tutti e trascinati a valle come si fa con le mucche d’alpeggio. Mi hanno tolto il profilo dei monti e mi han condotto nella pianura più piatta che avessi mai visto: già il nome, Fossoli, diceva tutto, ma il reticolo di capanne di mattoni, il rumore del treno vibrato sui binari, l’umore della terra smemorata e molle, queste cose parlavano una lingua orribile e ancora sconosciuta. Un giorno il treno si è fermato per me e sono stato portato in Austria, in un posto mai sentito che in tedesco significa casello del pedaggio: una cosa era certa, allora, che anche noi eravamo arrivati qui per pagare.
Io che sono fuggito da Carrara per non andare in miniera mi ritrovo mezzo nudo fra quattro mura di filo spinato a sollevare blocchi di pietra giganteschi – potesse vedermi il mio babbo… Ogni mattina io e i miei compagni di prigionia siamo costretti a prendere in braccio dei macigni e trasportarli per una lunga scalinata, come nemmeno da noi si fa più. Gli altri, accanto a me, contano i gradini per non pensare alla fatica (sono 186, comunque), chiudono gli occhi per ben sperare di non essere il prossimo disgraziato buttato a calcioni nello strapiombo. Ma io non mi lascio fregare, no. Io scalo e rivedo la Tambura e la Brugiana, annuso l’odore greve di bacche selvatiche e osservo il panorama. Poi penso ai compagni nascosti, rimasti sui monti a sparare e pregare.
Esser partigiano, per me, significa prima di tutto resistere in ogni modo, a mio modo, alla più insensata delle tirannidi, e risalire dal fondo sabbioso di questo pantano del ventesimo secolo, ritrovarsi trasformati in pietra lucida e levigata, perfino più belli e più giusti di come eravamo. Concentrarsi sulla sedimentazione delle ossa, sul tempo che ci darà ragione, sulla memoria delle vite e delle morti che si fanno pareti di casa e di stazione. In primavera sono ormai ridotto a uno scheletro e, più di questo macigno grigio, mi pesa non poter tornare a casa a diventare marmo bianco, esser preso come una cosa e posato in una stanza affollata, perdere il fiato e addormentarmi e morire.
Forse diventerò marmo anche quassù e, senza dirci nulla, il tempo e la pressione faranno il loro compito e un giorno mi ritroverò a sostenere un architrave, a raffreddare d’estate una guancia e un orecchio qualunque, a diventare testimone nelle minuscole crepe sedimentarie di un monumento più longevo del bronzo. È il 25 aprile 1945 quando mi gasano. Ho come l’impressione di essermi perso qualcosa.
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Jacopo Lombardini, nome di battaglia “Professore”, nato a Gragnana, frazione del comune di Carrara (MS), è stato ucciso nel campo di concentramento di Mauthausen-Gusen all’età di 53 anni. Era stato arrestato e internato in qualità di esponente politico del Partito d’Azione (di cui fu promotore) e commissario politico della V divisione alpina della brigata “Sergio Toia”.
Tutte palle
28 giugno 2012 § Lascia un commento
ABBANSA
16 giugno 2012 § Lascia un commento
L’altro giorno ho avuto il piacere di intervistare di nuovo Capra (chitarrista dei Gazebo Penguins, quello che sembra Stuart Braithwaite, se Stuart Braithwaite si facesse di anfetamina) per la grande gloriosa agenzia per cui lavoro. Mi sembrava giusto dare rilievo a quello che lui e altre bravissime persone stanno facendo per un progetto minimo, ma importantissimo: rimettere in piedi il Lato B. Cosa sia il Lato B e altre cose da sapere le leggete qui sotto, nel testo integrale dell’intervista. Quello che vi raccomando ora (e ancora alla fine del post) è di andare a sentire un bel po’ di gruppi fighi al Bosco Albergati di Castelfranco Emilia (MO), il 24 giugno. Il festival, se non lo sapete già, si chiama ABBASSA!, da cui l’orribile gioco di parole.
* * *
Chi siete, voi artisti di ABBASSA? cosa significa far musica “durante” un terremoto? sono stati cancellati molti concerti? è a rischio la scena?
Artisti credo nessuno, per quel che ne so. ABBASSA! è partito da un’idea tra amici, alcuni che vivono nei comuni più colpiti dal terremoto, alcuni sfollati, senza più una casa. Ci si telefonava per organizzare, li trovavi in tenda, li trovavi scappati fuori casa perché c’era appena stata una scossa, li trovavi in sala d’attesa in Comune a chiedere chiarimenti.
ABBASSA! nasce da alcune associazioni che si incontrano, che in quei giorni lì, a cavallo tra maggio e giugno, hanno in mente le stesse cose, la stessa voglia di dedicare del tempo, dell’impegno e dello sbattimento per mettere in piedi qualcosa di bello, di condiviso e che possa raccogliere anche una discreta sommetta per far ripartire qualcosa. Non solo a livello pratico – aiutare cioè a sostenere delle spese edili -, ma anche simbolico: far ritrovare il sapore dell’aggregazione, riprendere a suonare, ad andare a un concerto, a un festival, a una festa. Ne sono stati annullati tanti, di festival, tra Reggio e Modena, alcuni piccoli, quasi domestici, altri più grossi e di respiro internazionale. ABBASSA! voleva anche essere un modo per recuperare qualcosa che è andato perso, e che per un altro non ritornerà. Uno dei ragazzi che fa parte dello staff, che viene proprio da Finale Emilia, mi ha detto: Tutto questo movimento, tutta questa partecipazione per organizzare un festival dove nessuno ci guadagna niente… per me è il regalo più bello, una delle cose che mi fa sentire meno solo in questi giorni. Amen.
ABBASSA è diverso da altri eventi benefici perché si prefigge un obiettivo molto preciso e “piccolo”: qual è il significato di questa scelta? e se va bene questa volta, farete un altro concerto per un altra causa simile? c’è altro da salvare oltre al Lato B nell’ambito degli edifici culturali?
Se c’era un’idea chiara fin dall’inizio era proprio questa: sapere esattamente a cosa sarebbe servito il nostro sbattimento. Non abbiamo fatto sopralluoghi per vedere chi aveva più crepe o chi aveva il tetto messo peggio. Alcuni amici ci hanno detto che al Lato B non si sarebbe più potuti entrare, e il Lato B è diventato il nostro scopo. Il Lato B è un circolo musicale, dove ci sono diverse sale prova di tanti, tantissimi gruppi. È un luogo di aggregazione, un posto storico per tantissimi ragazzi e ragazze. Alcuni hanno pianto come se casa loro fosse stata dichiarata inagibile. La proposta: “E se raccogliessimo soldi per far riaprire il Lato B?”. E via: son partiti, hanno messo in piedi un progetto, chiesto autorizzazioni al sindaco, garanzie dagli assessori, e uno spazio sicuro. Questo significa molto. Significa che la volontà di ripartire è forte, motivata, implacabile. E questo ci dava la sicurezza che tutto quanto avremmo raccolto sarebbe finito in mano a persone cariche, serie, dai respiri profondi e una gran voglia di ripigliarsi dall’abbattimento. L’intero ricavato del 24 giugno verrà versato direttamente nel conto corrente dell’associazione Lato B. E verranno spesi per riaprire una nuova sede. Probabilmente un prefabbricato antisismico, nel cortile antistante la vecchia sede. Hanno richiesto alcuni preventivi, e tutti gli aggiornamenti del caso verranno documentati nel sito.
Le cose da salvare, chiaramente, sono tante. A noi piaceva l’idea di supportare una causa che viene portata avanti da persone di cui ci fidiamo, piaceva l’idea che la musica potesse aiutare la musica, e che la musica fosse un motivo (uno dei) per ricominciare a muoversi dopo (…durante) il terremoto.
Cosa pensi del tuo conterraneo che dice di non voler partecipare a nessuno di questi concerti di beneficenza?
Penso che ogni tanto regalare qualcosa sia bello. Penso anche che Vasco, come la mia vicina di casa che si chiama Alfa, decidano un po’ quel che gli pare riguardo alla loro vita.
Aggiungo: Tutte le band in cartellone hanno aderito ad ABBASSA! con un entusiasmo che sembrava gli chiedessi di suonare a Central Park prima degli Stones. Questo è stato molto bello.
ABBANSA è geniale.
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Parole sue.
Informazioni su ABBASSA! si trovano qui, sul sito ufficiale, e magari già che ci siete potete spammare su FB questa pagina qui, quella ufficiale del festival. Fate i bravi, andiamo in tanti, che dieci euro comunque non li paghereste nemmeno per una brutta ragione, tipo andare a vedere quei gruppi lì che ascoltate voi, mentre qui c’è una buona ragione, un’ottima ragione.
Mal francese
7 giugno 2012 § Lascia un commento
Non sarà un reportage da Porto, questo, perché non succederà sempre come oggi, non mi sveglierò di nuovo alle sei del mattino. Del resto son venuto qui a sentire il ROGHENROA, o a cercarlo quantomeno, quindi sarà raro che io riesca ad alzarmi presto dalle piscine ripiene di vomito d’artista. Valeva la pena, però, dedicare un post al più nascosto dei segreti portuensi (sì, si dice così, anche a me ricorda un quartiere di Roma, ma del resto sono nel pese in cui le preposizioni articolate suonano tipo dàa, péa, cóo). Dicevo, il più nascosto dei segreti portuensi dovrebbe rimanere tale. Sto parlando della cosiddetta, con grande ironia, francesinha. Dicesi francesinha un piatto tipico della città di Porto, costituito da un panino contenente filetto di vitello, pancetta, wurstel e probabilmente altri insaccati, panino che viene fritto, coperto di formaggio fuso e quindi inondato in una salsa speciale a base di curry. Quello che però non sa il finto gastronomo di sta ceppa, l’hipster alimentare che si sente in dovere di provare tutto quello che si trova davanti, specialmente se corredato dall’aggettivo “tipico”, quello che questo povero stronzo (io) ignora è che qualche minuto dopo averlo ordinato si vedrà recapitare una specie di mozzarella in carrozza modificata in brodo.

In sostanza, l’antimateria del cibo.
Esiste una storia di questo parto di una mente criminale, e vuole farlo risalire a chissaché, il croque-monsieur, la cucina da bar sport, ma la verità è che la francesinha è l’esperimento di un folle e obeso Marlon Brando che si è dimenticato di uscire dalla parte di genetista ubriaco e sociopatico. Nessuna guida turistica ve lo dirà mai, ma se state mangiando una francesinha è probabile che il vostro aereo non sia atterrato a Porto, ma su un’isola perduta.

Mangiare (in collaborazione, ci tengo a dirlo, e sputandone la metà ridendo) questo coso è stata un’esperienza veramente psichedelica: il corpo, le parti adibite alla manipolazione del bolo alimentare per la precisione, non erano più in mio controllo. Lo stomaco accoglieva la massa assurda e rossastra di cibo gridando «Fratello!», il fegato ha scoperto la meditazione trascendentale e si è allontanato facendo finta di niente, l’intestino si è impiccato in sé stesso.

Ma è l’apparato gustativo il paese più straziato: le parti, prese singolarmente, avrebbero anche avuto senso di esistere, ma proprio come la zuppa inglese con carne e piselli di Rachel Greene, ci vuole un Joey Tribbiani per cogliere il senso complessivo del piatto. Specialmente il tocco della salsa brodosa al curry è veramente degno di nota. Mentre mangiavo pensavo, perché non aggiungerci filetti di aringa, a questo punto, o un anatroccolo vivo che sguazza intorno al panino?

In ogni caso, se leggete questo post significa che sono vivo, non preoccupatevi per me.

Un tubetto di madeleine disidratata
4 giugno 2012 § Lascia un commento
Ho scritto una cosa su Personal Report: parla di quegli artisti che hanno formato il mio immaginario e che ai tempi (vent’anni fa) non sapevo manco chi fossero. Non che poi sia andato a studiare fisica, ma Guerre Stellari l’ho visto un casino di volte.





