Fifì

9 marzo 2015 § 12 commenti

FriendFeed

Roberta, prima e soprattutto.

Ma poi Marco e Luca e Caterina, senza i quali non avrei conosciuto Roberta e Andrea.
Quindi Elena e Simone.
E Simone e Fabrizio.
E naturalmente Andrea, senza il quale non farei il lavoro che faccio, e la meravijosa Ludovica. E Jacopo e Pier Mauro che mi hanno dato un’altra spintarella inconsapevole e bellissima.
Ma poi Flavio, Gaspare, Massimo e Cristiano, fra i primi che ho conosciuto lì e che raramente hanno smesso da allora in poi di farmi ridere.
Maurizio, che mi aggiunse subito, forse per caso, e oggi per ragioni completamente diverse ritengo uno dei miei più grandi amici.
Saverio, Francesco, Federico, Enzo, Emiliano, Giulia, Francesco, e un sacco di angeli senza nome con i quali ho parlato di musica senza capirci niente, come nei forum dei bei tempi.
E Brigida, ed Edoardo, e Daria, e Obe, veri amici da birre e pizze e concerti e serate fuori.
E Sergio, Andrea, Letizia, Maura, Elena, Diego, Emanuele, Daniela, Elisa, Filippo, Mafe, Giulia, Luca, Alessandro, Stefano, Massimiliano, Stefania, Andrea e Carlotta, Galatea, Alessandro, Oriella, Peppe, Carola, Elena, Francesco, Susanna, Astrid, Paola, Isabella, Joshua, Emanuele, Peppe, Leonardo, Erik, Francesco, Vincenzo, Chiara, Alice, Mod, Giuseppe, Fernanda, Simone, Mitì, Fabrizio, Matteo, Claudia, Niccolò, Francesca, Antonio, eccetera eccetera (se dimentico qualcuno, è perché ho scritto tutto d’un fiato: le ripetizioni naturalmente non sono tali).

Fra un mese muore FriendFeed, il primo social network che mi abbia fatto capire le potenzialità di un social network, quindi, in sostanza, il luogo in cui si è svolta la mia iniziazione al mondo in cui oggi si vive tutti quanti.
Dentro lì nell’arco di sette anni non ci ho trovato soltanto ispirazione, un lavoretto che è diventato un lavoro, notizie, informazioni, LOL più o meno casuale. Lì dentro c’era/era il gruppo qui sopra menzionato di persone, che anche fuori dallo schermo erano quasi sempre gradevoli. La mia prima e migliore rete sociale.

Io non lo frequento regolarmente da almeno un paio d’anni, da quando tutto quello che proprio quell’esperienza ha messo in moto nella mia vita si è avviato come una macchina implacabile e difficile da fermare. Sì, lì dentro si è parlato molto di carbonara, sono circolate foto di poppe e peni ben prima del #fapgate (ma non in modo più intelligente o divertente), i mitomani hanno impazzato e in generale le cose non erano meglio che fuori di lì. Ma ne sono nati anche (almeno) tre libri: e non erano raccolte di battute, ma storie di Resistenza e storie di Fantascienza.

Questo stesso blog, per quanto inutile e relegato in un angolo buio e irrilevante dell’universo, sarebbe privo di contenuti se non ci fosse stato FriendFeed: girate fra i link ai siti degli ebook, alle mie recensioni su Vitaminic, ai miei articoli su Personal Report, tutto merito (diretto o indiretto) di un social network morituro. FF per me ha un po’ inventato l’internet, l’internet delle cose, delle cose interessanti. Per non menzionare il fatto che, come sostiene giustamente l’ingegner Manicardi, FriendFeed è stato da un punto di vista tecnico il social network migliore, uno strumento in cui le discussioni potevano davvero far nascere nuove conoscenze, ispirare ragionamenti, grazie alla sua forma aperta e concisa al tempo stesso. Soltanto pochi giorni fa si discuteva della possibilità che gli antichi fossero insensibili al colore blu (quali antichi? ma non riapriamo il dibattito…). Oggi che la notizia della sua morte è stata ufficializzata, spero stupidamente che qualche italiano o qualche turco – le due comunità più vivaci in quel sito – abbia intrapreso l’insensata missione di “salvare” su disco fisso il FriendFeed. Di stampare l’internet, in pratica.

Ovviamente FF non era tutta disquisizione, e qualche scemenza me la ricordo anche io: “Togli le birre dalla ghiacciaia”, #Sucate (che nel mio cuore sarà sempre esageratemente considerata come la pietra tombale sulla riconferma del sindaco Letizia Moratti), Il Solero Algida, “Punk col culo degli Altro” (questa è un’autocitazione, ma senza un po’ di egomania che tributo a FF sarebbe?). Ognuno ha il suo personale LOL, perché ognuno ha avuto il suo personale FriendFeed.

Se volete ricordare i vostri momenti preferiti della storia di FF nei commenti, siete i benvenuti: sono certo che ne nascerà un flame stupefacente. E un po’ ci spero.

8 ragioni per cui Chris Pratt sarebbe un discreto Indiana Jones e un perfetto Guybrush Threepwood

4 febbraio 2015 § 3 commenti

La voce che circolava nei giorni scorsi per cui la Disney sarebbe interessata a fare un reboot di Indiana Jones, con Chris Pratt nel ruolo dell’archeologo sexy e avventuroso, mi ha lasciato di stucco. Sì, Chris Pratt sarebbe un buon Indy: effettivamente ha quel carisma, quella simpatia, quelle doti fisiche ed espressive tipiche di un personaggio frutto della mente di George Lucas. Ma a pensarci meglio, perché Disney non prende un’altra storia firmata Lucas, una che non sia mai stata trasposta al cinema, e non affida al nuovo wonder boy di Hollywood un ruolo che sarebbe veramente nelle sue corde?

guybrush

Per anni ho sperato che Lucas smettesse di rovinare le sue migliori creazioni per dedicarsi all’adattamento cinematografico di Monkey Island. Per un po’ ho anche tifato fortissimo per Cary Elwes nel ruolo di Guybrush Threepwood (specie se codino-munito).

cary_elwes-princess-bride

Ma il tempo è passato, Cary si è segato una gamba, Jack Sparrow è lontano dalle scene e oggi Chris Pratt è il miglior candidato possibile per dare il via a un nuovo/vecchio franchise di pirati scemi. E ora vi spiego perché, alla maniera di quel sito lì con le liste e le gif animate.

intro

1) Chris conosce i set tropicali e i climi caldi. Alle Hawaii, ad esempio, non ci ha solo ha girato Jurassic World, ma ci ha proprio vissuto.

tuffo

2) Nei panni di Star-Lord ha già fatto esperienza con i combattimenti non convenzionali: battersi a colpi di insulti coi migliori spadaccini di Mêlée Island per lui sarà un gioco da ragazzi.

dance off

3) I personaggi che si mettono continuamente in ridicolo non lo turbano, figuriamoci uno che tiene un pollo di gomma sempre in tasca.

princess rainbow sparkles

4) Può portare i boccoli biondi, perché non aggiungerci un orecchino? E una barba per il sequel?

curly

5) Ha esperienza nel ritrovare tesori segreti e preziosi, Big Whoop non dovrebbe essere un problema per lui.

treasure

6) Ha dimostrato di saper portare al centro dell’interesse un film tratto da un gioco. Anche se quel gioco – per quanto celebre – sembrava relegato a un passato lontano, tipo gli anni ’90.

lego

7) Al momento a Hollywood non c’è nessun altro che sappia combinare come lui sbruffoneria, goffaggine e umorismo in una figura da ragazzo della porta accanto, da continuo aspirante al ruolo, cioè in un personaggio come Guybrush.

middle finger

8) E infine, conosce già alla perfezione la camminata della scimmia.

Monkey

Curator For a Day, il tempo del racconto

5 settembre 2014 § 2 commenti

canova

C’è un passo celebre dell’Odissea nel quale Ulisse, non appena svanita la nebbia magica di Atena, si appresta a entrare nel palazzo di Alcinoo. Il momento è descritto come solo un grande scrittore avrebbe potuto fare: l’esitazione dell’eroe, incerto se entrare in una casa straniera e preoccupato di porre di nuovo la sua vita alla mercé di un diritto all’ospitalità non sempre rispettato nel Mediterraneo omerico, è ricreata nella pausa atmosferica delle ekphrasis, le divagazioni che il narratore si prende per descrivere lo splendore del palazzo suddetto. Tutti ricordano i muri di bronzo, le porte d’oro, gli architravi d’argento. Un particolare che ho riscoperto di recente mi ha dato da pensare: ai lati di un architrave stanno due statue canine, “opera di Efesto” (che è come dire “fatte da dio” – letteralmente), che il narratore commenta così: “due cani resi immortali e privi di vecchiaia”. Le opere d’arte incastonano un momento nel tempo: il prima e il dopo stanno ai margini, ma la pietra/tela hanno un loro tempo insieme preciso e infinito. Il tempo del racconto, poi, è un altro bell’enigma, e quello che nel giro di qualche centinaio di versi sta per succedere ad Ulisse ci permette di pensarci un attimo: inconsapevole come tutti gli altri presenti dell’identità del naufrago/ospite Demodoco sta cantando della discordia fra Achille e Ulisse nel campo troiano degli Achei, un evento del recente passato che il racconto dell’aedo trasforma in resoconto quasi giornalistico; per Ulisse, invece, quello è un passato ormai remoto, e ciononodimeno doloroso. (Per la cronaca, in questo passo Omero – o chi per esso – ha inventato l’ironia tragica). Il paradosso temporale si raggiunge però quando, ormai rivelata la sua identità al re Alcinoo, Ulisse prenderà a raccontare le più fantastiche delle sue avventure, da Polifemo alle Sirene, da Circe ai Lestrigoni. Quello che per il narratore/protagonista è un passato lontano (ricordiamoci dei sette anni passati dal nostro sull’isola di Ogigia, prigioniero di Calipso) per gli ascoltatori feaci è una novità, addirittura per noi lettori è il futuro incarnato dalle pagine che ancora dobbiamo sfogliare. Questo è uno dei primi esempi in assoluto di racconto a incastro: interessante considerare che una delle prime opere letterarie della cultura occidentale ospiti già un simile intricato dispositivo. Come se la percezione istantanea dei diversi strati temporali di un racconto fosse qualcosa di innato, o quantomeno di antichissima tradizione orale, un meccanismo che l’ascoltatore coglie con la stessa rapidità con cui lo spettatore si incanta di fronte a un raffinatissimo bassorilievo di gesso.

Il video qui sopra è la mia proposta per l’iniziativa di Gallerie D’Italia chiamata Curator For A Day, con la quale la fondazione di Banca Intesa SanPaolo propone ai visitatori delle sue tre sedi museali (Milano, Napoli, Vicenza) di farsi curatore, guida, narratore per un giorno, reinterpretando a proprio piacimento una delle molte opere ospitate dalle Gallerie. Gallerie che, ricordo, sono visitabili gratuitamente e contengono un patrimonio artistico che potete vedere voi stessi. Non che le sedi museali in sé siano brutte, eh.

coccodrillo

gringott

Wrong To Be Kind e le rane nello stomaco

11 luglio 2014 § Lascia un commento

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(foto del LFF)

Due anni fa (mio dio, ne sembrano passati già dieci), la società di trasporti di Melbourne, Victoria, Australia, pubblicò il video Dumb Ways to Die: un messaggio di utilità pubblica (“non fatevi stirare da un treno in arrivo”) trasmesso con una trovata sicuramente alternativa e geniale, cioè parlare di morte facendo ridere e mostrando la stupidità assoluta e priva di scusanti di chi non sta attento in stazione o sui passaggi a livello. Il tutto lasciando cantare e danzare alcuni buffi – e morituri – personaggi animati.

Il virale australiano mi è subito venuto in mente quando Carlo mi ha chiesto di dare un’occhiata a questo.

Questo video ha quello stesso atteggiamento lì, e vale la pena elogiarlo perché non è qualcosa che si ottiene per natura: servono il character design degno di uno studio d’animazione, la perizia e l’umorismo nel montaggio, l’intuizione giusta per comporre una musica appiccicosa ma non odiosa, e poi – e ti par poco – la capacità di suonarla bene. Wrong To Be Kind è anche la campagna di comunicazione per il 2014 del Lago Film Fest, un festival di cortometraggi che da dieci anni si tiene nella splendida Revine Lago (Treviso), una cittadina di nome lago sulla riva di due laghi gemelli a forma di 8.

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(foto del LFF)

Già l’anno scorso ero stato invitato da Carlo a vedere qualche corto fra le viuzze e piazzette di Revine Lago: quest’anno sono addirittura finito a giudicare i film al fianco di persone ben più qualificate di me, come l’attore Carlo Gabardini, il regista Joonas Makkonen e l’autrice di Blob Simona Bonaiuto. E non solo, giovedì 24 luglio presenterò e modererò un incontro intitolato “Dov’è finita la mia idea?”: a parlare con me il suddetto OLMO, alcuni dei migliori comici italiani nell’era della rete (Diecimila.me e Alessandro Gori), Zero Video (quelli di #coglioneNO), Giovanni Esposito (Milano Underground) e Andrea Baglio, ma soprattutto uno dei miei miti ogni epoca, Astutillo Smeriglia. Grazie alle loro esperienze cercheremo di capire, fra le altre cose, perché mai in rete funzionino idee come quella di Wrong To Be Kind, o una comicità sballatissima e disturbante come quello dello Sgargabonzi, o una metafora semplice come quella di Nutella/Marmellata, o una satira dai mille livelli di lettura come quella di Diecimila.me, e infine – mi permetto di dire – tutto questo insieme più una palata di razionalismo come nei fantastici video blog di Smeriglia. In pratica, l’avrete già capito, mi rannicchierò in un angolo mentre i grandi fanno i loro discorsi.

Il Lago Film Fest 2014 inizia venerdì 18 luglio e finisce sabato 26 luglio: in mezzo, ovviamente, ci sono un sacco di corti internazionali e italiani, un festivalino musicale, una serata dedicata ai 25 anni di Blob, qualche zanzara e molto altro ancora (e poi, voglio dire, si può fare il bagno nel lago!): il programma si sfoglia qui, fra le belle foto di Marco Pietracupa e qualche foto un po’ meno bella (vd sotto).

tuttovero

il vostro amatissimo

 

Ateniesi e Spartani – Le Lisistrate moderne

8 marzo 2014 § Lascia un commento

Ultima puntata.

Togo's opposition leader Isabelle AmeganviLa leader dell’opposizione togolese Isabelle Ameganvi, ispiratrice dello sciopero del sesso (©AP)

Nell’estate del 2012 un gruppo di attiviste togolesi autoproclamatosi “Let’s Save Togo” organizzò uno sciopero del sesso. La manifestazione intendeva portare la classe politica nazionale (composta quasi interamente da maschi) ad una resa di fronte alle precarie condizioni di democrazia del paese, per promuovere una sua rinascita civile. Le donne togolesi non furono comunque le prime ad adottare questa misura. Sempre nel continente africano ci furono le donne del Women of Liberia Mass Action for Peace: nel 2003 le attiviste liberiane organizzarono una serie di manifestazioni vigorose, fra le quali uno sciopero del sesso, e con le loro azioni di protesta portarono alla fine di una guerra civile durata 14 anni e all’elezione della prima (e tuttora in carica) presidente donna del paese, Ellen Johnson Sirleaf. Leymah Gbowee, leader di quel gruppo liberiano, nella sua autobiografia spiegò che lo sciopero “ebbe un effetto pratico insignificante, ma fu estremamente valido per attirare l’attenzione mediatica. Ancora oggi, quasi dieci anni dopo, ogniqualvolta citi la Mass Action la prima domanda che chiunque mi fa è ‘Cosa mi dici dello sciopero del sesso?’”. Nei circoli femministi questo tipo di gesto viene definito “sciopero lisistratico”: lo sciopero del sesso è infatti l’arma con la quale Lisistrata e le altre donne ateniesi convincono i mariti a interrompere la guerra del Peloponneso nella commedia di Aristofane intitolata appunto Lisistrata. Interessante notare che il riferimento classico non è mai citato dagli organizzatori delle proteste, come si può leggere tanto nelle interviste e nella biografia di Gbowee quanto nel documentario Pray the Devil Back to Hell (2008), che raccontò quegli importanti giorni di protesta citando anche lo “sciopero lisistratico”. Altrettanto interessanto notare che quanto più l’allusione classica non rientra nella comunicazione della protesta, tanto più essa ricorre invece nei commenti della stampa, a mo’ di chiave di lettura e insieme giustificazione del gesto. La stampa internazionale – come fa notare Gbowee – fu attirata dalla potenza mediatica dello sciopero del sesso più che da tutte le altre iniziative messe in campo dalle attiviste. Non è un caso, quindi, che altri movimenti di protesta femminile si siano ispirati negli anni successivi alle donne liberiane (Italia, 2008; Kenya, 2009; Filippine, 2011; Colombia, 2006 e 2011): anche nel riportare questi fatti la stampa non ha mai mancato di sottolineare l’analogia fra la trama della commedia del 411 a.C. e le iniziative femministe contemporanee. A dispetto della mancanza di riferimenti classici espliciti nelle motivazioni delle attiviste, la potenza dell’exemplum è troppo forte, la corrispondenza fra elementi dei due racconti (quello satirico e quello cronachistico) troppo calzante perché il giornalista di buona cultura classica non sia tentato di offrire l’analogia al suo pubblico, un paragone la cui rilevanza politica sta solo negli occhi di chi legge e cionondimeno aiuta la comprensione della cronaca. Il caso delle Lisistrate liberiane e togolesi dimostra come il contatto allusivo con il classico, anche quando non è motivato come fonte di autorità (Cesare per Ottaviano e i suoi successori; Cincinnato per Washington; Spartaco per Rosa Luxemburg; Clistene per Bersani), anche quando non è espressamente rivendicato, ha sempre un’efficacia nell’interpretazione della contemporaneità.

LysistrataSì, avete visto bene.

Dai post pubblicati in questa settimana si evince come la persistenza dei nomi di personaggi storici romani e greci nella lingua politica costituisca una tradizione che dall’antichità arriva ai giorni nostri, non diversa dalla tradizione testuale che ha portato fino a noi i nomi stessi, evidentemente pregni di una carica politica ancora non esaurita. Questi personaggi sono sempre evocati in modo partigiano, per distinguere la propria posizione politica da quella avversaria per lo più utilizzando l’allusione per guadagnare auctoritas o per negarne al proprio nemico. Può capitare che uno stesso nome sia ugualmente usato in bonam partem e in malam partem, come nel caso di Cesare, ma non capiterà mai che un riferimento antonomastico sia utilizzato per puro vezzo di – come si dice oggi – namedropping: spesso questa evocazione porta con sé l’eco di una partigianeria antica, così che a venire riportato alla luce non è soltanto un personaggio, ma una parte della storia stessa dalla quale il personaggio è stato estratto. E quando non sia più avvertito il modello originale, anche la mediazione più recente porta con sé elementi apocrifi che arricchiscono l’allusione: come la spinta cristologica dello Spartaco garibaldino di Giovagnoli ereditato da Luxemburg, così l’eroismo ostentato dei 300 spartani o l’antiberlusconismo del Pericle di Paolo Rossi definiscono nuovi classici ai quali la comunicazione politica si appella, secondo meccanismi di auctoritas non diversi da quelli messi in campo dai più rigorosi classicisti della politica. Da qui la potenza mediatica dei nomi antichi, che si sono insinuati nei mezzi di comunicazione di massa sopravvivendo prima con lo pseudonimo (in difesa dalla censura, dagli inglesi a Rosa Luxemburg, ma anche come dichiarazione di valori) quindi con i riferimenti “pop” del Partito Democratico e le allusioni involontarie delle Lisistrate africane. Tutto ciò dimostra come, a dispetto di una fine della cultura classica spesso minacciata e oltre lo spettro delle ideologizzazioni totalitarie del secolo scorso, il mondo degli antichi continui a parlare al mondo di oggi non solo con le sue opere artistiche e letterarie, ma anche con il modello delle sue personalità politiche.

(Fonti per questo articolo: «The Guardian», «Slate», «BBC», «IlPost»)

Ateniesi e Spartani – I blogger del PD e Clistene

7 marzo 2014 § 1 commento

Quinta puntata.

300spartaniheader-ateniesiGli header degli Spartani e degli Ateniesi

Un altro caso recente di utilizzo propagandistico dell’immaginario classico si è avuto pochi mesi fa proprio nel nostro paese. Durante e dopo le elezioni primarie della coalizione di Centrosinistra “Italia. Bene Comune” svoltesi nell’autunno del 2012 i gruppi di sostegno di due dei candidati appartenenti al Partito Democratico, Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, si divisero in due contrapposte comunità digitali denominate “300 Spartani” e “Ateniesi”. Il primo di questi gruppi ad affacciarsi in rete fu quello dei 300 spartani: i guerrieri delle Termopili, richiamati non solo nel nome collettivo, ma anche negli pseudonimi dietro i quali si celavano i vari componenti (Leonida, Demofilo, Gorgò), erano per i sostenitori di Bersani simbolo di orgoglio e resistenza mostrata come gruppo piuttosto che individualmente. Gli Spartani erano nati (con il nome ufficiale di “D-net”) nella tarda estate del 2012 ad opera di Tommaso Giuntella durante il corso di formazione promosso dal Partito Democratico “Frattocchie 2.0”: giunto – poco prima delle primarie di Centrosinistra – alla significativa soglia di trecento collaboratori, il network democratico cambia nome e sviluppa la sua ideologia di eroismo collettivo. Prima ancora del racconto storico, però, è quello cinematografico a muovere le suggestioni del gruppo: «La vera forza di uno spartano è il guerriero al suo fianco, perciò dagli rispetto e onore, e li riceverai a tua volta», recitava il sito ufficiale dei 300 Spartani (www.trecentospartani.com, oggi disabilitato). Pur non mancando al re Leonida un ricco repertorio di aforismi tramandato da Simonide, Plutarco e molti altri, la frase usata proviene dal film 300 (2007) di Zack Snyder, a sua volta tratto dall’omonimo fumetto del disegnatore e sceneggiatore americano Frank Miller: il topos degli spartani quali comunità solida, coraggiosa e generosa passa così alla comunicazione politica non attraverso il modello classico che lo aveva creato ed esaltato, ma con un riferimento culturale più vicino alla contemporaneità, passando insomma da un intermediario pop. Dopo la conclusione delle primarie del 2012 non mancarono di farsi sentire neppure i sostenitori di Matteo Renzi: con piglio senz’altro polemico, il gruppo di supporto del sindaco di Firenze organizzò un network autodefinitosi degli Ateniesi (www.ateniesi.it), che accompagnò Renzi nella vittoriosa campagna di primarie per l’elezione del segretario del PD. Nato a marzo 2013 presso il comitato PD “Adesso! Torino”, il gruppo guidato da Davide Ricca ha fatto ricorso all’immaginario ateniese (non sempre strettamente politico) perfino nei titoli con i quali nel sito sono raccolti gli articoli riguardanti, ad esempio, il congresso del partito (“Agorà”) e l’attività parlamentare (“Acropoli”). Ma non è solo l’appartenenza al medesimo partito e la dialettica polemica ad accostare questo gruppo ai sopra citati Spartani: l’uso del repertorio iconografico, retorico e linguistico della classicità arriva anche qui da più vicino di quanto non sembri. A campeggiare sull’header del sito è infatti la citazione «Qui ad Atene noi facciamo così. Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile». L’origine lontana della frase è nota, il discorso per commemorare i soldati ateniesi caduti nel primo anno di guerra contro Sparta che Tucidide mise in bocca a Pericle nel suo libro (Storie, II 35-46): tuttavia la sintassi del passo non è tratta dall’originale tucidideo (II 40.2), ma da un celebre monologo dell’attore Paolo Rossi, contenuto nel suo spettacolo Il signor Rossi e la costituzione (2003). L’orazione periclea veniva in quel caso sfrondata di elementi ritenuti poco importanti al fine satirico di Rossi (come i cenni alle virtù militari in II 39) e impostata secondo un ritmo sintattico più consono al teatro. Anche gli “Ateniesi” di Renzi, quindi, hanno raccolto di una testimonianza antica non già la fonte primaria, ma quella rielaborata dal gusto moderno e già popolare presso il pubblico, che negli ultimi dieci anni ha conosciuto la frase come pièce censurata dalla RAI.

paolo-rossi-pericle“Noi ad Atene facciamo così”: un fermo-immagine dallo spettacolo Il signor Rossi e la costituzione

Sia l’iniziativa degli Spartani, sia quella degli Ateniesi riconosce all’exemplum classico un’indiscutibile potenza evocativa, addirittura da chiamata-alle-armi, ma la fonte non è mai la storia antica: proprio come gli Spartachisti di Rosa Luxemburg erano invitati politicamente al coraggio e al sacrificio anche sulla base di un elemento narrativo non originale, ma creato da una tradizione recente e diffuso su media popolari (la crocefissione di Spartaco), così per i gruppi del PD l’allusione classicista ha senso solo se presa da una tradizione vicina a tutto l’elettorato. Un altro episodio della medesima campagna di Primarie è rivelatore del potere comunicativo dell’immaginario storico antico, ma questa volta preso tout court, assunto direttamente dalla tradizione antica (ma non per questo necessariamente più aderente alla verità storica, ammesso che ne esista una). Nel corso del dibattito televisivo fra i candidati delle sopracitate Primarie, andato in onda su Rai 1 il 28 novembre 2012, durante una discussione a proposito del finanziamento pubblico ai partiti politici Pierluigi Bersani disse (min. 41:43): «dove hanno inventato la democrazia, da Clistene a Pericle, allora in quella culla della democrazia decisero che in democrazia la politica pretendeva un sostegno pubblico e questo la differenziava dalla tirannide o dall’oligarchia». Un personaggio politico lontano nel tempo come Clistene – non certo il più famoso dei leader politici ateniesi nella tradizione popolare, se vogliamo –  è citato da Bersani non solo quale ispirazione generica ma per un appunto ben preciso: Clistene, grazie alla sua riforma costituzionale democratica, ha dato la traccia da seguire in materia di accesso alla politica attiva, un modello che per la sua stessa natura archetipica è applicabile alla situazione attuale. Messi per un attimo da parte i più noti Solone o Pericle (addirittura citato dal giornalista Alfonso Signorini come modello di Silvio Berlusconi su un numero di “Chi” del maggio 2009), quello di Clistene è un riferimento classico aulico, fondato sulla tradizione testuale più che sulla tradizione popolare: ancora oggi, insomma, un’allusione può avere una sua efficacia nella comunicazione politica secondo la regola classica dell’argumentum ex auctoritate, a maggior ragione se alle orecchie dell’uditorio si aggiungerà l’effetto dato dal suo intrinseco prestigio storiografico. L’esempio posto dal personaggio classico, insomma, vuole ispirare un sano ritorno al passato, laddove l’interpretazione di un passaggio storico possa leggersi come atto fondativo di un’ideologia moderna. Di nuovo (come nel caso di Luxemburg) sono i progressisti a farsi carico di un ideale ritorno alle origini, questa volta però orgogliosamente filologico, ritenuto valido in quanto tale e senza il bisogno di una rilettura apocrifa ad uso propagandistico: “se siamo democratici, lo siamo grazie agli antichi”, dice in buona sostanza Bersani, “e le regole che valevano nel V secolo a.C. possono ispirarci ancora oggi”. Se esiste una lezione in tutto ciò, può essere questa: nella comunicazione politica contemporanea vale tutto, e il classico può essere usato a piacimento, senza apparente coerenza – come si dice – nel merito (il modello è Sparta, Atene, o tutte e due?) e nel metodo (il riferimento deve essere alla portata di tutti, oppure solo per gli edotti?). E questo delle Primarie del Centrosinistra è solo il più recente fra gli episodi che dimostrano la volubilità del classico in politica.

bersani-dibattito-raiBersani e Clistene nel dibattito in RAI

Ateniesi e Spartani – Spartaco

6 marzo 2014 § 1 commento

Quarta puntata: qui prima, seconda e terza.

4 TFëdor Andreevič Bronnikov, Gli schiavi crocifissi (1878)

L’uso dei personaggi della politica antica per la comunicazione di concetti contemporanei attraverso lo pseudonimo non ebbe fine nel classicheggiante XVIII secolo. La vivacità culturale di quest’uso nel dibattito più recente si nota anche nella capacità di simili riferimenti di essere adattabili a messaggi politici talvolta diametralmente opposti e di uscire dai limiti del giornalismo per entrare direttamente nell’agone civile. Se fra anni ’20 e ’30 del secolo scorso il repertorio iconografico e ideologico classico è stato notoriamente utilizzato dai regimi nazi-fascisti per esprimere un ritorno autoritario all’ordine, alcuni temi e personaggi della storia antica sono serviti anche per comunicare – al contrario – un’idea di progresso civile e rivoluzione di classe, come nel caso degli Spartachisti. Il primo nucleo di questa forza politica (il Gruppe Internationale) nacque in seguito alla scissione del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) avvenuta nell’agosto del 1914 fra gli interventisti filogovernativi e i pacifisti guidati da Rosa Luxemburg, ferocemente contrari all’ingresso del Reich in quella che sarebbe diventata la Grande Guerra. Dopo la messa al bando delle pubblicazioni di Die Internationale, foglio politico dell’omonimo Gruppo, nel 1916 Luxemburg e il suo collega Karl Liebknecht pubblicarono sotto pseudonimo il pamphlet intitolato Lettere di Spartaco. Fu in quel momento che il Gruppo pacifista si identificò nel nome che lo consegnò alla storia come Lega di Spartaco (Spartakusbund, nome assunto ufficialmente nel 1918): Luxemburg non lasciò una spiegazione ufficiale di questo riferimento allo schiavo tracio ribelle nel testo-manifesto redatto in carcere ‘Was will der Spartakusbund?’ (‘Cosa vuole la Lega di Spartaco?’, 1918), ma le radici di questa scelta sono rintracciabili fra le righe della sua produzione libellistica e nell’immaginario popolare del tempo.

was-will-der-spartakusbundFrontespizio della prima edizione del manifesto spartachista di Luxemburg (Bodemann, 1918)

Spartaco non è stato infatti il primo ed unico riferimento classico rinvenibile nell’opera politica di Rosa Luxemburg, che già durante i suoi studi al Ginnasio a Varsavia fu a contatto con la letteratura latina. Si pensi ad esempio a una delle sue pubblicazioni clandestine negli anni della Grande Guerra, ‘Il pamphlet di Giunio’ (scritto da Luxemburg in prigione fra aprile e febbraio 1915, pubblicato nel 1916): il riferimento qui è al polemista inglese noto con lo pseudonimo di Junius (da Lucio Giunio Bruto, fondatore della repubblica romana) che nel 1772 pubblicò la raccolta di saggi Letters of Junius ispirate a valori libertari, secondo un topos letterario (le lettere “impossibili” redatte da un personaggio dell’antichità), che ebbe successo in tutto il ‘700 inglese (vedi il capitolo precedente), ma anche e proprio sulla stessa Luxemburg. La cui passione per le analogie di origine antica non si limita però al recupero di abitudini settecentesche – sapientemente rielaborate in modo da sostituire personaggi popolari agli eroi borghesi cari al giornalismo britannico – ma arriva fino all’uso di elementi poetici di sicuro effetto retorico, come il fiume infernale del VI libro dell’Eneide al quale si paragona l’arrivo incombente della rivoluzione proletaria nel suo pamphlet del 1918 ‘Acheronte in moto’.

spartacus-vidaliIl primo Spartaco cinematografico del 1913

La figura dell’eroe-schiavo tracio, invece, doveva essere già una presenza fissa dell’immaginario culturale e politico all’epoca in Germania, se piuttosto che spendersi in una spiegazione estesa dell’analogia fra Spartaco e il proletariato tedesco, Luxemburg preferisce invece alludere a un elemento narrativo del suo mythos, il tragico finale (capitolo III, paragrafo V: ‘’Crocifiggetelo! Urlano i capitalisti”): tuttavia, come è noto dal resoconto di Appiano (Guerre Civili XIV, 120), Spartaco morì in combattimento e non fu crocifisso, come invece toccò ai 6000 suoi soldati sopravvissuti in seguito alla battaglia della valle del Sele (71 a.C.). Sul racconto storiografico prevale però il finale “a effetto”, elemento apocrifo impresso nella memoria collettiva del tempo per via di un medium moderno. Grazie alla riduzione cinematografica del 1913 di Giovanni Enrico Vidali – ben prima di Stanley Kubrick – la storia di Spartaco era infatti già oggetto di revisioni volte ad aumentarne la carica ideologica ed emozionale del personaggio. Un’interpretazione che sfondò nella propaganda e nella cultura popolare contemporanee, come dimostrano ad esempio i molti club sportivi dell’ex Unione Sovietica che dagli anni venti in poi presero il nome Spartak (a partire dall’omonima società calcistica fondata a Mosca nel 1922). La strada per questa affermazione infedele e ideologica di Spartaco era in realtà già stata spianata da uno dei più grandi best-seller europei fra XIX e XX secolo: il romanzo Spartaco, scritto nel 1874 dal patriota italiano Raffaello Giovagnoli, tradotto e ristampato in tutta Europa nei decenni a venire, che impose nell’immaginario collettivo il finale apocrifo vagamente cristologico. La fortuna di Spartaco presso i movimenti di sinistra, certamente ribadita dal successo (anche recente) del libro di Giovagnoli nei paesi dell’ex blocco sovietico, deve però farsi risalire di almeno un decennio: lo stesso padre del comunismo Karl Marx citò infatti Spartaco come modello di eroe proletario in una lettera a Friedrich Engels del 27 febbraio 1861: “Per distendermi ho letto le Guerre civili romane di Appiano. Ne emerge che Spartaco è l’uomo più folgorante della storia antica. Un grande generale (non come Garibaldi), un personaggio nobile, veramente rappresentativo del proletariato dell’antichità”. Il modello rivoluzionario di Spartaco era tanto importante per l’omonima Lega che proprio con una sollevazione popolare ebbe cruenta fine nel 1919 il partito di Rosa Luxemburg, quando gli spartachisti furono fermati dal governo socialdemocratico di Ebert con il ricorso alle milizie destrorse dei Freikorps, in quello che per molti storici fu il primo passo verso la nazistizzazione della Germania repubblicana.

Edizioni estone (1977), tedesca (1971), romena (1961) e russa (1985) del romanzo di Raffaello Giovagnoli

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