S’inizia
gennaio 24th, 2012 § Lascia un commento
Da oggi pomeriggio comincio una cosa nuova: ha a che fare con la scrittura e con la musica, è pagata (per così dire) e ne sono piuttosto entusiasta. Niente che possa farvi leggere qui, niente che possa linkare, ma fate il tifo per me, ché vorrei camparne.
Questo, invece, è un link a Personal Report: potete leggere e dirmi se avete capito qualcosa, almeno voi.
\m/
Vindöld, vargöld (le mie briciole nella bruma)
dicembre 2nd, 2011 § Lascia un commento
Ho scritto un pezzo sulle copertine di Moby Dick. Poi ne ho scritto un altro sulle copertine dei dischi. E l’ultimo post, qui dentro, aveva un frammento di coperta come immagine. Direi che il messaggio è arrivato: ho freddo.
L’altro messaggio è questo: da un paio di settimane scrivo per Personal Report, che da tempi non sospetti ritengo una delle cose più fighe dell’internet. Sorrido come Amundsen quando, dopo esser partito di nascosto per l’Antartide, scrisse a Scott un telegramma: «ciao perdente, sto andando al Polo Sud, il sogno della tua vita: mi raccomando, seguimi, così magari ci muori pure». Senza tutto l’astio, ma con lo stesso freddo.
Ogni tanto scrivo anche di musica, ma magari questo lo sapevate già.
Ancora una delle mie cose preferite
novembre 17th, 2011 § Lascia un commento

Questa settimana mi è capitato di ammalarmi: uno di quei virus con la passione per le espulsioni, niente di che. Sotto le coperte pensavo solo alla morte imminente, ma oggi mi è venuto da pensare alla mole enorme di cose in sospeso che un’influenza riusciva a mettermi in grado di fare, una quindicina di anni fa. Una volta ho letto tutta la trilogia di Guerre Stellari (esistono dei romanzi, materiale da fan terminale o da lettore imbecille) e ho fatto in tempo anche a guardarmela. Un’altra volta ho risolto tutta la mia collezione di Wally comprati in giro per il mondo. Non mi capitava mai di ciondolare: quella era un’azione da sani, e devo dire che ancora mi attengo a questa linea di condotta. Se con l’abbonamento di Topolino arrivava prima di Natale una videocassetta, aspettavo un’influenza per stendermi in salotto a guardare raccolte a tema musicale o monografiche (ammetto che, definite così, appaiono molto più noiose di quanto non fossero): roba degli anni d’oro di Hollywood, come se ne capissi il valore intrinseco, mi lasciava a bocca aperta con facilità. E le colonne sonore erano una tempesta nella credenza di pentole percosse e battiti accelerati. Mi misi in testa, poi, di imparare a suonare e lo feci, appena prima dell’adolescenza, con esito comunque modesto. Quanto era facile impegnarsi, sotto le coperte.
La domanda dell’isola deserta è un esercizio retorico troppo facile per chi traduce Valerio Massimo e Seneca da più di dieci anni: attraverso l’espediente narrativo, si proietta nell’ambito della fantasia una domanda ben più cinica, “vuoi più bene a mamma o a papà?”. Quello di buttare giù dalla torre è un passo successivo che nasconde, dietro una banale scelta di campo (“buttare” e non “salvare”), una particella d’astio che non mi interessa. Oggi vanno le classifiche, pacifica area di sosta degli indecisi. Visto che nessuno mi costringe, io non scelgo. Ma se avessi un baule da portare in viaggio, prima di raggiungere l’eremo isolano, forse ci porterei una di quelle videocassette Disney, e probabilmente schiaccerei tanti repeat su questo capolavoro qui.
Senecazzi miei
luglio 29th, 2011 § Lascia un commento

come hai detto, scusa?
Una volta un tipo molto saggio, che di nome faceva Lucio, ma tutti conoscono come Seneca, scrisse una serie di lettere a Lucilio, che era poi suo nipote, per fare quelle tipiche cose che fa un saggio, tipo dare consigli su come vivere, e dire le tipiche cose che dice uno zio, stupende banalità sul senso della vita: senti un po’ qui che bella frase,
“gran parte della vita la passiamo facendo del male, la maggior parte non facendo niente, tutta la vita facendo altro”.
Altro, capito? Aliud e basta, si capisce subitum! Ora ditemi un po’ se oggi Seneca non sarebbe un blogger coi fiocchi, che lui ci provava gusto a citare e farsi citare, amava le sententiae, come si diceva allora. Invece niente, a Roma internet non prendeva bene ed è un peccato, perché il mondo antico a un certo punto ha disimparato a produrre una letteratura degna di questo nome – colpa dei cristiani, dicono, ma questa è un’altra storia. Ma soprattutto, per la gran consapevolezza che Basta, il meglio l’abbiamo dato. Facciamo un po’ di ordine, grossomodo fra il duecento e il cinquecento, tanta brava gente che magari avrebbe potuto dire la sua si mise in testa di riassumere i classici – che erano tali già al tempo dei classici – e raccogliere informazioni disorganiche in repertori ed enciclopedie fatte quasi solo di citazioni. Insomma, se internet fosse esistito millecinquecento anni fa, probabilmente oggi useremmo Tumblerum e Vicipaedia (quella c’è veramente). A lezione di latino, a scuola, forse ci ritroveremmo a tradurre lo struggente romanzo di un povero puer intento a vergare il suo primo struggente papiro facendo il giro delle case editrici. E invece no (peccato, eh), per arrivare a questo cliché c’è stato bisogno di un’altra quindicina di secoli di sensi di colpa mal gestiti, per non parlare di migliori e più economiche bevande alcoliche.
La letteratura era una faccenda diversa, fatta di adesioni e ricusazioni di generi letterari ben stabiliti. Non è che uno potesse prendere penna e calamo e insozzare la carta senza una ragione precisa. Per dire, ora non ho controllato ma fidatevi, ego credo sia una delle parole meno attestate, fra i pronomi. Scrivere significava essere scrittura, cioè parte di una tradizione, da rispettare o da infrangere, ma comunque già allora nessun uomo era un’insula, un aforisma che in latino suona anche meglio se si considera che la stessa parola significa isola e isolato, nel senso di block.
Un mio professore una volta disse che ogni letteratura prende le mosse da una letteratura precedente, salvo la prima letteratura, che però non ci è dato di conoscere. Ogni volta che penso a questa giustissima ovvietà penso alla prima volta che comprai un dizionario etimologico. Non so voi, ma quando ho tra le mani un nuovo libro devo fare almeno un paio di cose: se è un romanzo, leggo l’ultimo paragrafo; se è un saggio, spulcio l’indice; se è un dizionario, cerco una voce ben specifica, perlopiù una parolaccia. Con il dizionario etimologico, non so perché, mi son fiondato a controllare l’etimologia di Etimo, cioè origine, da cui la parola etimologia, appunto: c’era scritto “Etimo, parola di etimo oscuro”.
I meccanismi scrutabilissimi della sorte, visti da qui, sono una delle cose più divertenti della vita, se hai del tempo da buttare e non hai uno zio che ti rompe le scatole.
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Questo pezzo doveva uscire “per un’altra roba” e lo rimetto qui, così, un bel po’ dopo la maturità, per ricordarci che Seneca ha scritto anche robe più pese che non i soliti richiami reazionari alla virtù, che fosse per le commissioni ministeriali i latini non avrebbero prodotto altro.
Come postilla, Seneca è un nome che in qualche modo è sopravvissuto nei dialetti italiani, dove sta a significare “uomo saggio”, “anziano signore” o anche “vecchio mingherlino”. Tutto, dicono, grazie a quel busto là sopra, che però non ritrae Seneca, ma un pescatore. Il caso, il tempo da perdere, eh.
Inventaria
giugno 4th, 2011 § Lascia un commento

Non esco di casa quasi più. E, quando esco, mi preoccupo accuratamente di percorrere strade che conosco bene, le più brevi possibili, per raggiungere il negozio o l’ufficio postale che mi interessa. Poi, ritorno subito al punto d’origine e cerco di non riuscirvi per un bel pezzo ancora. Un amico di vecchia data mi ha detto che non posso vivere così, ma io credo di essere ancora ben lontano da una situazione irreparabile.
Su internet trovo tutto quello che mi serve sapere. Per esempio ho trovato due parole, hikikomori e disposofobia, che secondo l’amico di vecchia data mi si attagliano alla perfezione.
Sto bene anche fuori, per carità, ma dentro sto meglio. Da qualche anno ho cominciato a costruirmi da solo quasi ogni cosa. Proprio adesso torno dalla cantina, per esempio, il che si può anche definire un viaggio fuori di casa. Per qualche motivo, nella mia cantina, e immagino anche nelle cantine altrui, si trovano un sacco di vecchi ventilatori. Li ho ereditati dai precedenti inquilini del mio appartamento, quindi non mi ritengo responsabile di averli custoditi per una qualche mania. Non sono un accumulatore compulsivo, no, mi accontento di quello che avanza da acquisti o prestiti o doni usati a metà. Riciclo.
Ho scoperto che da un vecchio ventilatore di plastica posso ricavare molti pezzi utili. L’utilità, poi, è una qualità universale degli oggetti, e come tale non subisce mai la corruzione del tempo. Un motore di un ventilatore, per esempio, potrà sempre tornare utile per qualcosa. E se non utile, almeno interessante. E l’interesse, a ben vedere, è una qualità ancora più trascendentale. Almeno, mi pare.
Ho preso dal cassetto della cucina una vecchia frusta di plastica che non usavo più. Mi ero abituato alla frusta elettrica prestata da mia mamma il giorno del trasloco e mai più chiesta indietro. Ora la frusta elettrica è rotta, e siccome non son buono a riparare congegni elettrici, ma posso immaginare senza sforzo come assemblarli, sto costruendo una frusta elettrica con quel che ho trovato in giro. Ho aperto il motore del ventilatore, l’ho spolverato con cura, ne ho oliato i meccanismi con gli avanzi di una boccetta di petrolio trovata in soffitta. Mentre facevo queste operazioni, ho pensato che il mio progetto amanuense poteva pure essere più ambizioso. Così ho raccattato una scodella molto grande, altri utensili da cucina, e ho cominciato a progettare un vero e proprio robot da cucina. Gli appunti per questi progetti li traccio sui fogli che ho accumulato quand’ero più giovane e avevo sempre voglia di scrivere poesie. Erano poesie orribili, perché parlavano sempre di me stesso come una persona autocompiaciuta, quindi orribile ma in realtà bellissima. Mi immaginavo come una miniera di minerali purissimi, con un sacco di lavoro sporco da fare e di scoramento, ma alla fine piena di soddisfazioni e arricchimento. Ora mi immagino piuttosto come una casa nella quale qualcuno di cui non ho memoria ha lasciato in dono oggetti riutilizzabili e un po’ di spazio per assemblarli. Ho tenuto da parte cinque chili di carta forata per una vecchia stampante ad aghi che dev’essere ancora da qualche parte. Un giorno, penso, potrei stamparci un libro. Sarebbe simpatico, credo, mi troverebbero molto originale. Io, comunque, non ci spenderei molto, perciò avverto il rischio di sentirmi un furbo. Ma questo si vedrà.
Un’amica mi ha insegnato a ricavare facilmente dalle piante qualsiasi genere di cataplasma, ma non ho troppa voglia di impegnarmi, e mi pare già che far sopravvivere due inverni una pianta di prezzemolo sia stupefacente. Tuttavia continuo a coltivare per quel che posso, uscendo di casa il meno possibile. Per rinnovare il terriccio ad esempio ho un mio metodo, che ancora attende un esito sperimentale. Lo faccio da quasi un anno ormai. Se sbuccio una banana, se mangio una pesca, se mi taglio la barba, prendo i rifiuti e, invece di buttarli nella spazzatura come facevo prima, come fanno tutti, li sotterro in un vaso.
Nel vaso avevo piantato un comunissimo tubero circa quindici anni fa. Il tubero ha prodotto una piccola siepe floscia. Mi pare un esponente sacrificabile del mio personale ecosistema, così riempio di spazzatura le sue radici e mi siedo ad aspettare. Se muore, poco male: sotterro anche quella e aspetto un po’ di più.
La pazienza è una virtù ancora degna di questo nome. Le pareti che mi circondano sono cariche di libri che attendono di essere letti da me. Attendono con pazienza, io pure, e l’idea di condividere una virtù con i libri mi rasserena. Ogni tanto percorro in rassegna la libreria e scelgo il più inetto degli esemplari: un volume regalato da qualcuno che non mi conosceva affatto, un’edizione economica particolarmente usurata, un lessico arcaico. Prima di tutto cerco le illustrazioni, le ritaglio con cura e le deposito all’interno di una cartelletta molto sciupata sopra la quale ho scritto a penna viola (una penna che ho trovato in un cassetto): “può tornare utile #15″. Credo che torneranno utili, in effetti, anche quelle. Su un quaderno a quadretti grossi, invece, appiccico citazioni: stamani, ad esempio, ho incollato due pensieri di Kung Fu-Tzu e una definizione entomologica. Tutta questa carta inchiostrata continua a servire al suo scopo, o ad altri scopi, anche oltre il termine naturale della sua esistenza. Per una settimana tengo i libri inetti sulla scrivania: li consulto fino in fondo, cerco di non perdermi nulla. Poi, li smembro e ne faccio qualcosa: forse cartapesta, forse un fuoco, si vedrà. Con altri, mi comporto come quel cantante, e li riaggiusto con uno scotch trasparente discreto ed efficace, piuttosto che buttarli. Non è qualcosa che si può dire facilmente di molti altri oggetti, o di molte altre persone, ad esempio. Alcuni libri sono persone a modo, che si lasciano usare cordialmente per intere generazioni: per questo penso che un giorno ne farò uno tutto mio, a mano e con una stampante ad aghi, con i progetti del mio robot da cucina e un pezzo di terriccio lurido in allegato.
Anche le persone si possono fare in casa, peraltro con un procedimento piuttosto divertente, ma poi non posso tagliuzzarle, appiccicarle sui quaderni, appiccarci un fuoco. Le persone arriveranno quando sarà il caso, e arriveranno: forse le troverò nascoste in un buco, forse ne costruirò qualcuna. Per adesso, fintantoché siamo in primavera, mi preparo all’inverno.
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Questo raccontino è uscita l’altroieri per i tipi di Secret Furry Hole, che ora si è messa anche a pubblicare cose di carta. Se seguite il link, capite meglio. Si chiama at home/a casa, ce ne sono cento copie, ed è stato presentato qui, a Venezia, ma mi sa che lo puoi trovare scrivendo qua.
Intanto ringrazio Tomm e Jukka per avermi preso, per avermi messo all’inizio, che è sempre un grande onore, e ringrazio Franci, il Many e il Colas e tutti gli altri che hanno scritto, perché son gente che spacca. Poi ringraziamo insieme tutti quelli che si autoproducono, cioè autoproducono loro stessi: altro che babbo e mamma, altro che iddio. Stare in casa è qualcosa di spettacolare.
Wine, dear boy, and truth
maggio 17th, 2011 § Lascia un commento
Ho vent’anni e già passo gran parte del mio tempo a guardarmi dentro. In mezzo a tutta l’altra roba, c’è anche un libro. La copertina recita così: “Lirici Greci – Danesi”. La prima volta che leggo il titolo, rido. La prof, no. Achille Giulio Danesi, dice, ha unito i frammenti degli antichi poeti e li ha tradotti in endecasillabi o in metro barbaro. Vorrei chiederle qualcosa sul signor Danesi. No, meglio: vorrei leggere attraverso di lei per saperlo già, fare un’osservazione acuta e meritarmi il suo rispetto.
Una volta, per meritarmi il rispetto della prof, ho provato anch’io a comporre una poesia in metrica barbara: in pratica, se non ho capito male, dovevo prendere i versi greci e metterci sopra le parole italiane. Un’operazione secchiona, che porta quasi sempre pessimi risultati. Prova a leggere le Odi barbare di Carducci, mi dice la prof quando le racconto della mia fatica poetica.
All’università di Bologna tra gli allievi di Carducci c’era Giovanni Pascoli. Forse anche lui voleva impressionare il prof quando ha cominciato a scrivere poesia in latino. Nel 1896 scrisse il Iugurtha, un poemetto epico che racconta le ultime ore di vita del re nùmida Giugurta. Inizia così: “mannaggia se son freddi i tuoi bagni, Roma”. Giugurta, dopo la sconfitta ad opera di Gaio Mario, venne portato in trionfo nella capitale e rinchiuso in un’umida segreta. Qui, diceva la prof, morì strozzato da un boia, oppure fu lasciato morire di fame. Nessuno lo sa con esattezza, nemmeno Pascoli, che allora se la cava con un esergo. Parla dei raggi X, che erano appena stati scoperti, li traduce lux ignota, con la quale penetrare negli oggetti per guardare al loro interno. Pascoli dice che anche i poeti hanno i raggi X e li usano per guardare nell’anima delle persone, anche di quelle mai incontrate. È la giustificazione della licenza poetica più attendibile che abbia mai letto.
All’ultimo anno di liceo la prof ci ha fatto leggere Alceo. Poeta lesbico, si dice così, fa ridere a pensarci oggi. Scriveva di battaglie e di vino; soprattutto di vino. Una volta scrisse: “Vino, caro bimbo, e verità”. Fine. Coi frammenti bisogna inventarsi i riempitivi. Achille Giulio Danesi, nei suoi frammenti aveva unito questo verso a quest’altro: “Il vino è uno specchio per gli uomini”.
Dioptron non è propriamente lo specchio. Lo specchio è il kathoptron, katà, sopra. Questo è il dioptron, dià, attraverso. Peccato, avrà pensato il Danesi. Gli occhi specchio dell’anima, il vino pure, suonava proprio bene. E allora, immagino, Danesi si diceva, Ma sì dai, tanto chi vuoi che vada a controllare? La prof aveva controllato. E ce lo aveva spiegato: dioptron è la lente.
Il vino è la lente che ti fa guardare attraverso gli uomini. Allora, penso, il vino era la lux ignota, il raggio X, di Alceo. Mi vien voglia di chiudere Iugurtha, tornare a casa ad aprire gli scatoloni del liceo e guardare le pagine relative ad Alceo. Ma poi, quanto tempo mi ci vorrebbe per stancarmi e chiudere il libro? Scenderei subito nell’umido della cantina dei miei, prenderei una bottiglia, e mi farei un po’ più trasparente per le persone che mi parlano. O anche senza persone, da solo. Mi sveglierei tardi, il giorno dopo di nuovo mi alcolizzerei, e così via, fino a diventare invisibile. Che tanto, qui dentro, non c’è mica niente da vedere. Doveva averlo capito anche la prof, quando mi salutò con le lacrime il giorno della maturità. Circolare, mi dicevo, non c’è niente da vedere. Solo una lente sul la realtà alle mie spalle: guardi bene, ti sembra di notare una diffrazione e passi oltre, bimbo caro.
***
Questa cosa, che a rileggerla mi pare quasi una retrospettiva sulla mia tesina della maturità, la trovi con un font migliore, un profumo migliore e accompagnata da altri migliori opuscoli di scrittori migliori su Prospektiva 53, la rivista che risponde in italiano a McSweeneys, ma meglio, cioè in una lingua che capiamo: carne alla carne, cipolle alle cipolle, patate alle patate, Fabrì. L’unica cosa che non trovi in Prospektiva è l’illustrazione qui sopra, con due ubriaconi antichi che giocano al còttabo. Ora prova a chiedermi che cos’è.
Una domanda qualunque
aprile 28th, 2011 § 1 commento
Costoso e probabilmente impossibile
aprile 14th, 2011 § Lascia un commento
In un documento del Quartier generale del 442° Reggimento della V Armata U.S.A. il comandante americano afferma testualmente: «Desidero ripetere la dichiarazione che ho già da tempo fatta, e cioè: non furono le truppe americane a liberare la vostra città. Non può essere negato che la liberazione fu resa possibile solamente per lo spirito combattivo e per la organizzazione clandestina dei partigiani di Carrara. Certamente, se le truppe non avessero avuto l’assistenza e la preparazione del terreno dai vostri leali cittadini, sarebbe stato costoso e probabilmente impossibile per le nostre truppe avanzare lungo la costa ligure contro il nemico».
[da Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza, La Pietra, 1968]
Oggi ho visitato questo posto qui, a Sesto.
Voi state pure in campana, ma intanto ricordatevi che lunedì non-prossimo-quello-dopo nel campo di concentramento di Fossoli, provincia di Internet, si legge il nuovo libro della premiata stamperia Barabba. Dentro ci sono anche io (evabbè), ed è perfino di carta, pensa un po’. Lunedì non-prossimo-quello-dopo è il 25 aprile, ed è festa, ma non perché sia Pasquetta, intesi?
Hop hop hop, if you know what I mean.
Un Berto
marzo 25th, 2011 § Lascia un commento
Un giorno lo scriverò, il libro che racconta delle cose che avrei dovuto fare, e non ho fatto, e delle cose che ho fatto al posto di quelle che avrei dovuto fare, e non ho fatto. Un giorno.
Intanto però prendo tempo, faccio un giro. Anche oggi dovrei fare qualcos’altro e non l’ho fatto. Dovrei visitare un museo della Resistenza, per diverse ottime ragioni. Invece ne basta una buona, di ragione, ma anche una mediocre o schifosissima, per mandare all’aria i propri piani giornalieri. Basta la primavera e un motorino appena riparato. Sarà dalla terza liceo che lo sgorbio non parte senza una buona spedalata alla batteria, e questo mi convince a deviare e ignorare la stazione di Monza per la millesima volta.
La strada di casa mia è un delirio di bianco e rosa susino, perché la natura lo fa sempre apposta a fomentare l’entropia, come quando gli ormoni ti sparigliano il cuore.
Quando uno non fa quello che avrebbe dovuto fare è essenziale trovare un buon nascondiglio. Come quando si bigia a scuola: l’ho fatto una sola volta, io, e il mio covo scelto frettolosamente mi deluse al punto da convincermi che in fondo l’interrogazione di fisica sarebbe stata meglio. Quando ti nascondi da un obbligo, i sensi di colpa pulsano forte e devi assicurarti di aver trovato la condizione ideale per scacciarli. Una frase che dicono spesso nei film, poi, è “nascondersi in piena luce”, cioè rifugiarsi dove tutti se l’aspetterebbero e, proprio per questo, perché questi tutti ti reputano più intelligente della media, nessuno verrà mai a cercarti. Coi sensi di colpa funziona uguale.
La cappella espiatoria di Umberto I sul vialone della Villa è un nascondiglio in piena luce. Il tuo senso di colpa repubblicano e anarcoide non ti troverà mai laggiù. Quando arrivo noto due graffiti: dicono “W Bresci!”. Allora penso a una cosa che un amico mi scrisse per provocarmi il giorno del centodecimo anniversario del regicidio. Diceva che secondo una leggenda un giovane Mussolini si recò qui alla cappella ad omaggiare i rivoluzionari di ogni tempo, scrivendo su un muro “monumento a Gaetano Bresci”.
Ovvio, pensavo.
Coglione, aggiungevo.
Un vero anarchico non farebbe mai uno sgarbo del genere. Per prima cosa, perché il vero monumento a Bresci si trova a Carrara e lì ben ci sta. In secondo luogo, perché un brav’uomo non profanerebbe mai un monumento che in qualche modo esprime un dolore legittimo. Io, che sono pacifico e forse un po’ cattolico, dico che Umberto era pur sempre un essere umano coi suoi difetti e i suoi affetti: oggi vengo qui a difendere la sua memoria, per non farmi scovare dai sensi di colpa. Dicono alcuni storici pruriginosi che se Umberto non avesse fatto visita alla sua locale amante, e quindi non si fosse levato di dosso il giubbottino antiproiettile che portava sempre durante le sfilate, il colpo di Bresci non sarebbe stato mortale. In pratica, dicono i pruriginosi, Umberto è caduto vittima più delle pulsioni lussuriose che dei colpi di Bava-Beccaris. In sostanza, Umberto aveva fatto quello che non avrebbe dovuto, e viceversa, rifugiandosi tra gambe di una donna, come il più banale dei maschi.
Sotto i piedi mi scrocchiano legnetti di varia misura. Penso alle mie teorie aristoteliche di bimbo dell’asilo. All’asilo, non si capisce come, era sempre marzo. Forse i pisolini pomeridiani duravano stagioni intere, forse sono stato vittima di qualche esperimento di criogenetica. In ogni caso, nel cortile primaverile del mio prefabbricato prescolastico il mio hobby principale era la paleontologia dei legnetti. Ero convinto, allora, che i legnetti più piccoli fossero nient’altro che fossili di vermetti, mentre quelli più spessi fossili di cacche. Lo diceva anche la pubblicazione settimanale che mamma mi comprava in edicola, che le cacche dei dinosauri si sono trasformate in coproliti, che significa sassi di cacca. Pensavo, allora, che lo stadio intermedio fra la cacca e la pietra dovesse essere il legno. Scricchiolano cacche fossili sotto i miei piedi, mentre come un pensionato mi nascondo dalla (tarda) adolescenza passeggiando verso l’alta croce sabauda. Questo monumento, mi dico, non ha proprio senso. Sotto la croce c’è una riproduzione bronzea della Pietà di Michelangelo, accanto agli scalini poco trionfali delle corone, sempre bronzee, dedicate alla memoria del re adultero da città e province lontane da qui (mi pare di leggere Ferrara, boh). In fondo anche il cattivo gusto significa porre qualcosa dove non dovrebbe essere posto.
Finisco una sigaretta e monto sopra il mio motorino. Il sellino è caldo di irradiazioni solari e il mio culo sta dove non dovrebbe stare, come i legnetti, le bigiate, Umberto, le mie dita sui tasti e questa maledetta testa bacata. Certo, però, avviare il motore di colpo senza dover spedalare valeva bene un altro senso di colpa da aggiungere alla mia collezione.
Animula, vagula, brum!
gennaio 24th, 2011 § Lascia un commento
C’è un tizio inglese, James Bowthorpe, non so se lo conosci. James Bowthorpe ha una bicicletta e non ha paura di usarla. Nel 2009 ci è montato sopra e ha smesso dopo 175 giorni. Aveva fatto il giro del mondo, in bici, 175 giorni.
Antony Crook è un regista di spot snob. Un anno fa ha preso da parte James e gli ha detto, Che ne dici di fare un giretto in Norvegia, tu pedali, io fotografo? E l’altro, Ok. Così son partiti e dopo qualche mese ne è venuto fuori anche un breve corto, guarda un po’.
Se per caso mi segui anche di là, sai già di cosa si tratta. Altrimenti, te lo dico io. La colonna sonora che senti sono i Mogwai (poi la smetto, giuro) e la canzone si intitola Come essere un lupo mannaro. Il corto, invece, è intitolato L’uomo del trentesimo secolo e secondo me qua dentro c’è tanta verità che non riesco ancora a capirla tutta, da uomo del sedicesimo secolo quale sono. L’uomo del futuro non ha casa, ma ha molte strade. Io una volta ne ho incontrato uno.

C’è un tizio ternano, Paolo De Guidi, non so se lo conosci. Paolo ha una vespa e non ha paura di usarla. Forse ti ricordi quando un anno fa Paolo prese le sue gambe e camminò tremila e calli chilometri fino a Cambridge. La via francigena, contromano, a piedi.
Dopo quell’avventura romantica, Paolo si è fatto crescere la pelliccia ed è diventato lupo mannaro: ha aperto un nuovo sito, dromorama, che al contrario – lo dice lui – si legge amaromord, e a diritto significa in sostanza che la felicità si rincorre a piedi. Ecco, l’uomo del futuro è un amico che parte e non sai quando torna. Sai solo che non può tenere fermi i pistoni, e che, quando lui è in viaggio, il mondo è un posto migliore. Allora, sei felice per tutti, un poco meno per te, ma non è amarezza, è amaromord. Solo il pensiero e la musica possono mitigarlo e il tempo manca in questa scrivania di provincia. Paolo invece ha il tempo per il pensiero e la musica e i panorami e Rano Pano e i Mogwai: l’amaromord è tutto suo. Guardati in giro, Paolo, ma “tieni gli occhi sulla strada” e prova a sentire questo quando domattina riprenderai il viaggio.
Per adesso Paolo sta tornando in Inghilterra, dalla morosa: è partito stamattina, e in questo momento è già sul mar Tirreno, ma appena arrivato, secondo me, un giro in Scozia coi Mogwai dovrebbe proprio farselo. La Scozia e la Norvegia si assomigliano molto, mi han detto, e poi il salmone lì è ancora più buono – mi hai sentito, James Bowthorpe?
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Tu, invece, dovresti seguirlo con me, dalla tua scrivania di provincia senza tempo e senza pensiero. Ti assicuro che sarà la cosa più interessante che potrai fare nei prossimi mesi.






