Afelio ed entropia

agosto 18th, 2010 § Lascia un commento

dietro ogni imperativo morale si nasconde una madonna-santa allo scapece. lo puoi capire dal modo in cui parlano gli uomini degli imperativi morali, con parole grasse e acri, con le cipolle bianche a fettine fra i denti.

entropia significa risolvere un problema creando uno o più problemi ulteriori. non a caso è una legge universale della termodinamica, e, dico, il nostro rapporto come va, quanto a spesa di valori calorici? siamo cotti a puntino? siamo abbastanza entropici?
fare casino è l’entropia. fare rumore invece no, quella è pulizia. il vero casino richiede silenzio, la muta attesa delle sette del mattino steso sul letto al contrario, coi piedi sul cuscino, la testa penzoloni sul pavimento, testa sveglia, occhi aperti che si alzano alle inferriate della persiana non appena vi spuntano i primi raggi di quello che solo un pavese ottimista può chiamare sole. quando mi alzo, poi, ho sempre molto freddo e poca voglia di perpetuare il moto verso il tavolo della colazione.

esco dalla porta di casa abbastanza piegato dal vino rosso, chiedendomi per un abissale decimo di secondo quale sia il nome della ragazza che sto andando a ritirare come un pacco postale davanti al cancello del condominio che contiene la casa nella città in cui non abito io e lei invece sì, ad anni-luce di caselli, che «tanto hai il telepass». capisco che è una falsa domanda, perché retoricamente posta da una parte di me a un’altra, mentre le metto entrambe a tacere.
perfino il signor Spock una volta ha pianto, quindi perché dovrei trattenermi io? se sei stata una stupida, se sono stato uno stupido, perché dovrei trattenermi dal piangere il caso patrigno puttano che ci ha fatti incontrare? oppure, dovrei insultare un dio creatore, ma ti prego, qualcuno, qualcosa lasciamela spaccare in tre parti, una per me, una per te, la terza per il diavolo, etimologicamente parlando.

dici che quando scrivo non ci sono mai gli spazi, perché tutto quello che scrivo avviene nella mia testa, che non ci sono mai i tempi, perché quello che avviene nella mia testa non esiste. infatti non lo dici neppure, come se non bastasse, quando io ti caccio in mano i profumi i colori le zigrinature e tu mi parli (o non lo fai) dello spazio-tempo. prova a limonare con Asimov, se ci riesci. e soprattutto mai una volta, una sola, che tu mi dica una cosa, una sola, di quando non scrivo.

io aspetto che l’entropia si alzi dal pavimento incrostato di due settimane per invitarmi a fare un giro o lasciarmi solo con una manciata di mediocri propositi, che mi vengono a trovare spesso, almeno loro, e mi donano consigli fotonici pieni di zigrinature, senza spazio-tempo, perché, se per un solo momento mi mettessi a misurare la mia stanza in metri-secondi, non basterebbero i sali del dottor Cagliostro a ricacciarmi dritto sulla pianta dei piedi.
fingo che sia labirintite, fin quando non mi correggeranno sul significato esatto del termine, quella cosa che mi viene se per un giorno soltanto non mi permetti di guardare ai monolocali con gli occhi di un malato di mente. forse è solo autismo, stare ad annusare i profumi i colori le zigrinature, oppure è la pigrizia di decuplicare la durata del mese d’agosto, lasciandomi un paio di settimane per le palle di neve e i freni-a-mano con la macchina sotto casa tua, mentre aspetto che tu scenda, e gli ultimi giorni dell’anno a togliermi cipolla acre e grassa dai denti col filo cerato, tirato fuori da uno scatolino molto tempo dopo averlo acquistato in un supermercato.

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