Un Berto

marzo 25th, 2011 § Lascia un commento

Un giorno lo scriverò, il libro che racconta delle cose che avrei dovuto fare, e non ho fatto, e delle cose che ho fatto al posto di quelle che avrei dovuto fare, e non ho fatto. Un giorno.

Intanto però prendo tempo, faccio un giro. Anche oggi dovrei fare qualcos’altro e non l’ho fatto. Dovrei visitare un museo della Resistenza, per diverse ottime ragioni. Invece ne basta una buona, di ragione, ma anche una mediocre o schifosissima, per mandare all’aria i propri piani giornalieri. Basta la primavera e un motorino appena riparato. Sarà dalla terza liceo che lo sgorbio  non parte senza una buona spedalata alla batteria, e questo mi convince a deviare e ignorare la stazione di Monza per la millesima volta.

La strada di casa mia è un delirio di bianco e rosa susino, perché la natura lo fa sempre apposta a fomentare l’entropia, come quando gli ormoni ti sparigliano il cuore.

Quando uno non fa quello che avrebbe dovuto fare è essenziale trovare un buon nascondiglio. Come quando si bigia a scuola: l’ho fatto una sola volta, io, e il mio covo scelto frettolosamente mi deluse al punto da convincermi che in fondo l’interrogazione di fisica sarebbe stata meglio. Quando ti nascondi da un obbligo, i sensi di colpa pulsano forte e devi assicurarti di aver trovato la condizione ideale per scacciarli. Una frase che dicono spesso nei film, poi, è “nascondersi in piena luce”, cioè rifugiarsi dove tutti se l’aspetterebbero e, proprio per questo, perché questi tutti ti reputano più intelligente della media, nessuno verrà mai a cercarti. Coi sensi di colpa funziona uguale.

La cappella espiatoria di Umberto I sul vialone della Villa è un nascondiglio in piena luce. Il tuo senso di colpa repubblicano e anarcoide non ti troverà mai laggiù. Quando arrivo noto due graffiti: dicono “W Bresci!”. Allora penso a una cosa che un amico mi scrisse per provocarmi il giorno del centodecimo anniversario del regicidio. Diceva che secondo una leggenda un giovane Mussolini si recò qui alla cappella ad omaggiare i rivoluzionari di ogni tempo, scrivendo su un muro “monumento a Gaetano Bresci”.

Ovvio, pensavo.
Coglione, aggiungevo.

Un vero anarchico non farebbe mai uno sgarbo del genere. Per prima cosa, perché il vero monumento a Bresci si trova a Carrara e lì ben ci sta. In secondo luogo, perché un brav’uomo non profanerebbe mai un monumento che in qualche modo esprime un dolore legittimo. Io, che sono pacifico e forse un po’ cattolico, dico che Umberto era pur sempre un essere umano coi suoi difetti e i suoi affetti: oggi vengo qui a difendere la sua memoria, per non farmi scovare dai sensi di colpa. Dicono alcuni storici pruriginosi che se Umberto non avesse fatto visita alla sua locale amante, e quindi non si fosse levato di dosso il giubbottino antiproiettile che portava sempre durante le sfilate, il colpo di Bresci non sarebbe stato mortale. In pratica, dicono i pruriginosi, Umberto è caduto vittima più delle pulsioni lussuriose che dei colpi di Bava-Beccaris. In sostanza, Umberto aveva fatto quello che non avrebbe dovuto, e viceversa, rifugiandosi tra gambe di una donna, come il più banale dei maschi.

Sotto i piedi mi scrocchiano legnetti di varia misura. Penso alle mie teorie aristoteliche di bimbo dell’asilo. All’asilo, non si capisce come, era sempre marzo. Forse i pisolini pomeridiani duravano stagioni intere, forse sono stato vittima di qualche esperimento di criogenetica. In ogni caso, nel cortile primaverile del mio prefabbricato prescolastico il mio hobby principale era la paleontologia dei legnetti. Ero convinto, allora, che i legnetti più piccoli fossero nient’altro che fossili di vermetti, mentre quelli più spessi fossili di cacche. Lo diceva anche la pubblicazione settimanale che mamma mi comprava in edicola, che le cacche dei dinosauri si sono trasformate in coproliti, che significa sassi di cacca. Pensavo, allora, che lo stadio intermedio fra la cacca e la pietra dovesse essere il legno. Scricchiolano cacche fossili sotto i miei piedi, mentre come un pensionato mi nascondo dalla (tarda) adolescenza passeggiando verso l’alta croce sabauda. Questo monumento, mi dico, non ha proprio senso. Sotto la croce c’è una riproduzione bronzea della Pietà di Michelangelo, accanto agli scalini poco trionfali delle corone, sempre bronzee, dedicate alla memoria del re adultero da città e province lontane da qui (mi pare di leggere Ferrara, boh). In fondo anche il cattivo gusto significa porre qualcosa dove non dovrebbe essere posto.

Finisco una sigaretta e monto sopra il mio motorino. Il sellino è caldo di irradiazioni solari e il mio culo sta dove non dovrebbe stare, come i legnetti, le bigiate, Umberto, le mie dita sui tasti e questa maledetta testa bacata. Certo, però, avviare il motore di colpo senza dover spedalare valeva bene un altro senso di colpa da aggiungere alla mia collezione.

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