Wine, dear boy, and truth
maggio 17th, 2011 § Lascia un commento
Ho vent’anni e già passo gran parte del mio tempo a guardarmi dentro. In mezzo a tutta l’altra roba, c’è anche un libro. La copertina recita così: “Lirici Greci – Danesi”. La prima volta che leggo il titolo, rido. La prof, no. Achille Giulio Danesi, dice, ha unito i frammenti degli antichi poeti e li ha tradotti in endecasillabi o in metro barbaro. Vorrei chiederle qualcosa sul signor Danesi. No, meglio: vorrei leggere attraverso di lei per saperlo già, fare un’osservazione acuta e meritarmi il suo rispetto.
Una volta, per meritarmi il rispetto della prof, ho provato anch’io a comporre una poesia in metrica barbara: in pratica, se non ho capito male, dovevo prendere i versi greci e metterci sopra le parole italiane. Un’operazione secchiona, che porta quasi sempre pessimi risultati. Prova a leggere le Odi barbare di Carducci, mi dice la prof quando le racconto della mia fatica poetica.
All’università di Bologna tra gli allievi di Carducci c’era Giovanni Pascoli. Forse anche lui voleva impressionare il prof quando ha cominciato a scrivere poesia in latino. Nel 1896 scrisse il Iugurtha, un poemetto epico che racconta le ultime ore di vita del re nùmida Giugurta. Inizia così: “mannaggia se son freddi i tuoi bagni, Roma”. Giugurta, dopo la sconfitta ad opera di Gaio Mario, venne portato in trionfo nella capitale e rinchiuso in un’umida segreta. Qui, diceva la prof, morì strozzato da un boia, oppure fu lasciato morire di fame. Nessuno lo sa con esattezza, nemmeno Pascoli, che allora se la cava con un esergo. Parla dei raggi X, che erano appena stati scoperti, li traduce lux ignota, con la quale penetrare negli oggetti per guardare al loro interno. Pascoli dice che anche i poeti hanno i raggi X e li usano per guardare nell’anima delle persone, anche di quelle mai incontrate. È la giustificazione della licenza poetica più attendibile che abbia mai letto.
All’ultimo anno di liceo la prof ci ha fatto leggere Alceo. Poeta lesbico, si dice così, fa ridere a pensarci oggi. Scriveva di battaglie e di vino; soprattutto di vino. Una volta scrisse: “Vino, caro bimbo, e verità”. Fine. Coi frammenti bisogna inventarsi i riempitivi. Achille Giulio Danesi, nei suoi frammenti aveva unito questo verso a quest’altro: “Il vino è uno specchio per gli uomini”.
Dioptron non è propriamente lo specchio. Lo specchio è il kathoptron, katà, sopra. Questo è il dioptron, dià, attraverso. Peccato, avrà pensato il Danesi. Gli occhi specchio dell’anima, il vino pure, suonava proprio bene. E allora, immagino, Danesi si diceva, Ma sì dai, tanto chi vuoi che vada a controllare? La prof aveva controllato. E ce lo aveva spiegato: dioptron è la lente.
Il vino è la lente che ti fa guardare attraverso gli uomini. Allora, penso, il vino era la lux ignota, il raggio X, di Alceo. Mi vien voglia di chiudere Iugurtha, tornare a casa ad aprire gli scatoloni del liceo e guardare le pagine relative ad Alceo. Ma poi, quanto tempo mi ci vorrebbe per stancarmi e chiudere il libro? Scenderei subito nell’umido della cantina dei miei, prenderei una bottiglia, e mi farei un po’ più trasparente per le persone che mi parlano. O anche senza persone, da solo. Mi sveglierei tardi, il giorno dopo di nuovo mi alcolizzerei, e così via, fino a diventare invisibile. Che tanto, qui dentro, non c’è mica niente da vedere. Doveva averlo capito anche la prof, quando mi salutò con le lacrime il giorno della maturità. Circolare, mi dicevo, non c’è niente da vedere. Solo una lente sul la realtà alle mie spalle: guardi bene, ti sembra di notare una diffrazione e passi oltre, bimbo caro.
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Questa cosa, che a rileggerla mi pare quasi una retrospettiva sulla mia tesina della maturità, la trovi con un font migliore, un profumo migliore e accompagnata da altri migliori opuscoli di scrittori migliori su Prospektiva 53, la rivista che risponde in italiano a McSweeneys, ma meglio, cioè in una lingua che capiamo: carne alla carne, cipolle alle cipolle, patate alle patate, Fabrì. L’unica cosa che non trovi in Prospektiva è l’illustrazione qui sopra, con due ubriaconi antichi che giocano al còttabo. Ora prova a chiedermi che cos’è.
