Inventaria

giugno 4th, 2011 § Lascia un commento

Non esco di casa quasi più. E, quando esco, mi preoccupo accuratamente di percorrere strade che conosco bene, le più brevi possibili, per raggiungere il negozio o l’ufficio postale che mi interessa. Poi, ritorno subito al punto d’origine e cerco di non riuscirvi per un bel pezzo ancora. Un amico di vecchia data mi ha detto che non posso vivere così, ma io credo di essere ancora ben lontano da una situazione irreparabile.

Su internet trovo tutto quello che mi serve sapere. Per esempio ho trovato due parole, hikikomori e disposofobia, che secondo l’amico di vecchia data mi si attagliano alla perfezione.

Sto bene anche fuori, per carità, ma dentro sto meglio. Da qualche anno ho cominciato a costruirmi da solo quasi ogni cosa. Proprio adesso torno dalla cantina, per esempio, il che si può anche definire un viaggio fuori di casa. Per qualche motivo, nella mia cantina, e immagino anche nelle cantine altrui, si trovano un sacco di vecchi ventilatori. Li ho ereditati dai precedenti inquilini del mio appartamento, quindi non mi ritengo responsabile di averli custoditi per una qualche mania. Non sono un accumulatore compulsivo, no, mi accontento di quello che avanza da acquisti o prestiti o doni usati a metà. Riciclo.

Ho scoperto che da un vecchio ventilatore di plastica posso ricavare molti pezzi utili. L’utilità, poi, è una qualità universale degli oggetti, e come tale non subisce mai la corruzione del tempo. Un motore di un ventilatore, per esempio, potrà sempre tornare utile per qualcosa. E se non utile, almeno interessante. E l’interesse, a ben vedere, è una qualità ancora più trascendentale. Almeno, mi pare.

Ho preso dal cassetto della cucina una vecchia frusta di plastica che non usavo più. Mi ero abituato alla frusta elettrica prestata da mia mamma il giorno del trasloco e mai più chiesta indietro. Ora la frusta elettrica è rotta, e siccome non son buono a riparare congegni elettrici, ma posso immaginare senza sforzo come assemblarli, sto costruendo una frusta elettrica con quel che ho trovato in giro. Ho aperto il motore del ventilatore, l’ho spolverato con cura, ne ho oliato i meccanismi con gli avanzi di una boccetta di petrolio trovata in soffitta. Mentre facevo queste operazioni, ho pensato che il mio progetto amanuense poteva pure essere più ambizioso. Così ho raccattato una scodella molto grande, altri utensili da cucina, e ho cominciato a progettare un vero e proprio robot da cucina. Gli appunti per questi progetti li traccio sui fogli che ho accumulato quand’ero più giovane e avevo sempre voglia di scrivere poesie. Erano poesie orribili, perché parlavano sempre di me stesso come una persona autocompiaciuta, quindi orribile ma in realtà bellissima. Mi immaginavo come una miniera di minerali purissimi, con un sacco di lavoro sporco da fare e di scoramento, ma alla fine piena di soddisfazioni e arricchimento. Ora mi immagino piuttosto come una casa nella quale qualcuno di cui non ho memoria ha lasciato in dono oggetti riutilizzabili e un po’ di spazio per assemblarli. Ho tenuto da parte cinque chili di carta forata per una vecchia stampante ad aghi che dev’essere ancora da qualche parte. Un giorno, penso, potrei stamparci un libro. Sarebbe simpatico, credo, mi troverebbero molto originale. Io, comunque, non ci spenderei molto, perciò avverto il rischio di sentirmi un furbo. Ma questo si vedrà.

Un’amica mi ha insegnato a ricavare facilmente dalle piante qualsiasi genere di cataplasma, ma non ho troppa voglia di impegnarmi, e mi pare già che far sopravvivere due inverni una pianta di prezzemolo sia stupefacente. Tuttavia continuo a coltivare per quel che posso, uscendo di casa il meno possibile. Per rinnovare il terriccio ad esempio ho un mio metodo, che ancora attende un esito sperimentale. Lo faccio da quasi un anno ormai. Se sbuccio una banana, se mangio una pesca, se mi taglio la barba, prendo i rifiuti e, invece di buttarli nella spazzatura come facevo prima, come fanno tutti, li sotterro in un vaso.

Nel vaso avevo piantato un comunissimo tubero circa quindici anni fa. Il tubero ha prodotto una piccola siepe floscia. Mi pare un esponente sacrificabile del mio personale ecosistema, così riempio di spazzatura le sue radici e mi siedo ad aspettare. Se muore, poco male: sotterro anche quella e aspetto un po’ di più.

La pazienza è una virtù ancora degna di questo nome. Le pareti che mi circondano sono cariche di libri che attendono di essere letti da me. Attendono con pazienza, io pure, e l’idea di condividere una virtù con i libri mi rasserena. Ogni tanto percorro in rassegna la libreria e scelgo il più inetto degli esemplari: un volume regalato da qualcuno che non mi conosceva affatto, un’edizione economica particolarmente usurata, un lessico arcaico. Prima di tutto cerco le illustrazioni, le ritaglio con cura e le deposito all’interno di una cartelletta molto sciupata sopra la quale ho scritto a penna viola (una penna che ho trovato in un cassetto): “può tornare utile #15″. Credo che torneranno utili, in effetti, anche quelle. Su un quaderno a quadretti grossi, invece, appiccico citazioni: stamani, ad esempio, ho incollato due pensieri di Kung Fu-Tzu e una definizione entomologica. Tutta questa carta inchiostrata continua a servire al suo scopo, o ad altri scopi, anche oltre il termine naturale della sua esistenza. Per una settimana tengo i libri inetti sulla scrivania: li consulto fino in fondo, cerco di non perdermi nulla. Poi, li smembro e ne faccio qualcosa: forse cartapesta, forse un fuoco, si vedrà. Con altri, mi comporto come quel cantante, e li riaggiusto con uno scotch trasparente discreto ed efficace, piuttosto che buttarli. Non è qualcosa che si può dire facilmente di molti altri oggetti, o di molte altre persone, ad esempio. Alcuni libri sono persone a modo, che si lasciano usare cordialmente per intere generazioni: per questo penso che un giorno ne farò uno tutto mio, a mano e con una stampante ad aghi, con i progetti del mio robot da cucina e un pezzo di terriccio lurido in allegato.

Anche le persone si possono fare in casa, peraltro con un procedimento piuttosto divertente, ma poi non posso tagliuzzarle, appiccicarle sui quaderni, appiccarci un fuoco. Le persone arriveranno quando sarà il caso, e arriveranno: forse le troverò nascoste in un buco, forse ne costruirò qualcuna. Per adesso, fintantoché siamo in primavera, mi preparo all’inverno.

Questo raccontino è uscita l’altroieri per i tipi di Secret Furry Hole, che ora si è messa anche a pubblicare cose di carta. Se seguite il link, capite meglio. Si chiama at home/a casa, ce ne sono cento copie, ed è stato presentato qui, a Venezia, ma mi sa che lo puoi trovare scrivendo qua.

Intanto ringrazio Tomm e Jukka per avermi preso, per avermi messo all’inizio, che è sempre un grande onore, e ringrazio Franci, il Many e il Colas e tutti gli altri che hanno scritto, perché son gente che spacca. Poi ringraziamo insieme tutti quelli che si autoproducono, cioè autoproducono loro stessi: altro che babbo e mamma, altro che iddio. Stare in casa è qualcosa di spettacolare.

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