Senecazzi miei
luglio 29th, 2011 § Lascia un commento

come hai detto, scusa?
Una volta un tipo molto saggio, che di nome faceva Lucio, ma tutti conoscono come Seneca, scrisse una serie di lettere a Lucilio, che era poi suo nipote, per fare quelle tipiche cose che fa un saggio, tipo dare consigli su come vivere, e dire le tipiche cose che dice uno zio, stupende banalità sul senso della vita: senti un po’ qui che bella frase,
“gran parte della vita la passiamo facendo del male, la maggior parte non facendo niente, tutta la vita facendo altro”.
Altro, capito? Aliud e basta, si capisce subitum! Ora ditemi un po’ se oggi Seneca non sarebbe un blogger coi fiocchi, che lui ci provava gusto a citare e farsi citare, amava le sententiae, come si diceva allora. Invece niente, a Roma internet non prendeva bene ed è un peccato, perché il mondo antico a un certo punto ha disimparato a produrre una letteratura degna di questo nome – colpa dei cristiani, dicono, ma questa è un’altra storia. Ma soprattutto, per la gran consapevolezza che Basta, il meglio l’abbiamo dato. Facciamo un po’ di ordine, grossomodo fra il duecento e il cinquecento, tanta brava gente che magari avrebbe potuto dire la sua si mise in testa di riassumere i classici – che erano tali già al tempo dei classici – e raccogliere informazioni disorganiche in repertori ed enciclopedie fatte quasi solo di citazioni. Insomma, se internet fosse esistito millecinquecento anni fa, probabilmente oggi useremmo Tumblerum e Vicipaedia (quella c’è veramente). A lezione di latino, a scuola, forse ci ritroveremmo a tradurre lo struggente romanzo di un povero puer intento a vergare il suo primo struggente papiro facendo il giro delle case editrici. E invece no (peccato, eh), per arrivare a questo cliché c’è stato bisogno di un’altra quindicina di secoli di sensi di colpa mal gestiti, per non parlare di migliori e più economiche bevande alcoliche.
La letteratura era una faccenda diversa, fatta di adesioni e ricusazioni di generi letterari ben stabiliti. Non è che uno potesse prendere penna e calamo e insozzare la carta senza una ragione precisa. Per dire, ora non ho controllato ma fidatevi, ego credo sia una delle parole meno attestate, fra i pronomi. Scrivere significava essere scrittura, cioè parte di una tradizione, da rispettare o da infrangere, ma comunque già allora nessun uomo era un’insula, un aforisma che in latino suona anche meglio se si considera che la stessa parola significa isola e isolato, nel senso di block.
Un mio professore una volta disse che ogni letteratura prende le mosse da una letteratura precedente, salvo la prima letteratura, che però non ci è dato di conoscere. Ogni volta che penso a questa giustissima ovvietà penso alla prima volta che comprai un dizionario etimologico. Non so voi, ma quando ho tra le mani un nuovo libro devo fare almeno un paio di cose: se è un romanzo, leggo l’ultimo paragrafo; se è un saggio, spulcio l’indice; se è un dizionario, cerco una voce ben specifica, perlopiù una parolaccia. Con il dizionario etimologico, non so perché, mi son fiondato a controllare l’etimologia di Etimo, cioè origine, da cui la parola etimologia, appunto: c’era scritto “Etimo, parola di etimo oscuro”.
I meccanismi scrutabilissimi della sorte, visti da qui, sono una delle cose più divertenti della vita, se hai del tempo da buttare e non hai uno zio che ti rompe le scatole.
—
Questo pezzo doveva uscire “per un’altra roba” e lo rimetto qui, così, un bel po’ dopo la maturità, per ricordarci che Seneca ha scritto anche robe più pese che non i soliti richiami reazionari alla virtù, che fosse per le commissioni ministeriali i latini non avrebbero prodotto altro.
Come postilla, Seneca è un nome che in qualche modo è sopravvissuto nei dialetti italiani, dove sta a significare “uomo saggio”, “anziano signore” o anche “vecchio mingherlino”. Tutto, dicono, grazie a quel busto là sopra, che però non ritrae Seneca, ma un pescatore. Il caso, il tempo da perdere, eh.