Wrong To Be Kind e le rane nello stomaco

11 luglio 2014 § Lascia un commento

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(foto del LFF)

Due anni fa (mio dio, ne sembrano passati già dieci), la società di trasporti di Melbourne, Victoria, Australia, pubblicò il video Dumb Ways to Die: un messaggio di utilità pubblica (“non fatevi stirare da un treno in arrivo”) trasmesso con una trovata sicuramente alternativa e geniale, cioè parlare di morte facendo ridere e mostrando la stupidità assoluta e priva di scusanti di chi non sta attento in stazione o sui passaggi a livello. Il tutto lasciando cantare e danzare alcuni buffi – e morituri – personaggi animati.

Il virale australiano mi è subito venuto in mente quando Carlo mi ha chiesto di dare un’occhiata a questo.

Questo video ha quello stesso atteggiamento lì, e vale la pena elogiarlo perché non è qualcosa che si ottiene per natura: servono il character design degno di uno studio d’animazione, la perizia e l’umorismo nel montaggio, l’intuizione giusta per comporre una musica appiccicosa ma non odiosa, e poi – e ti par poco – la capacità di suonarla bene. Wrong To Be Kind è anche la campagna di comunicazione per il 2014 del Lago Film Fest, un festival di cortometraggi che da dieci anni si tiene nella splendida Revine Lago (Treviso), una cittadina di nome lago sulla riva di due laghi gemelli a forma di 8.

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(foto del LFF)

Già l’anno scorso ero stato invitato da Carlo a vedere qualche corto fra le viuzze e piazzette di Revine Lago: quest’anno sono addirittura finito a giudicare i film al fianco di persone ben più qualificate di me, come l’attore Carlo Gabardini, il regista Joonas Makkonen e l’autrice di Blob Simona Bonaiuto. E non solo, giovedì 24 luglio presenterò e modererò un incontro intitolato “Dov’è finita la mia idea?”: a parlare con me il suddetto OLMO, alcuni dei migliori comici italiani nell’era della rete (Diecimila.me e Alessandro Gori), Zero Video (quelli di #coglioneNO), Giovanni Esposito (Milano Underground) e Andrea Baglio, ma soprattutto uno dei miei miti ogni epoca, Astutillo Smeriglia. Grazie alle loro esperienze cercheremo di capire, fra le altre cose, perché mai in rete funzionino idee come quella di Wrong To Be Kind, o una comicità sballatissima e disturbante come quello dello Sgargabonzi, o una metafora semplice come quella di Nutella/Marmellata, o una satira dai mille livelli di lettura come quella di Diecimila.me, e infine – mi permetto di dire – tutto questo insieme più una palata di razionalismo come nei fantastici video blog di Smeriglia. In pratica, l’avrete già capito, mi rannicchierò in un angolo mentre i grandi fanno i loro discorsi.

Il Lago Film Fest 2014 inizia venerdì 18 luglio e finisce sabato 26 luglio: in mezzo, ovviamente, ci sono un sacco di corti internazionali e italiani, un festivalino musicale, una serata dedicata ai 25 anni di Blob, qualche zanzara e molto altro ancora (e poi, voglio dire, si può fare il bagno nel lago!): il programma si sfoglia qui, fra le belle foto di Marco Pietracupa e qualche foto un po’ meno bella (vd sotto).

tuttovero

il vostro amatissimo

 

Ateniesi e Spartani – Le Lisistrate moderne

8 marzo 2014 § Lascia un commento

Ultima puntata.

Togo's opposition leader Isabelle AmeganviLa leader dell’opposizione togolese Isabelle Ameganvi, ispiratrice dello sciopero del sesso (©AP)

Nell’estate del 2012 un gruppo di attiviste togolesi autoproclamatosi “Let’s Save Togo” organizzò uno sciopero del sesso. La manifestazione intendeva portare la classe politica nazionale (composta quasi interamente da maschi) ad una resa di fronte alle precarie condizioni di democrazia del paese, per promuovere una sua rinascita civile. Le donne togolesi non furono comunque le prime ad adottare questa misura. Sempre nel continente africano ci furono le donne del Women of Liberia Mass Action for Peace: nel 2003 le attiviste liberiane organizzarono una serie di manifestazioni vigorose, fra le quali uno sciopero del sesso, e con le loro azioni di protesta portarono alla fine di una guerra civile durata 14 anni e all’elezione della prima (e tuttora in carica) presidente donna del paese, Ellen Johnson Sirleaf. Leymah Gbowee, leader di quel gruppo liberiano, nella sua autobiografia spiegò che lo sciopero “ebbe un effetto pratico insignificante, ma fu estremamente valido per attirare l’attenzione mediatica. Ancora oggi, quasi dieci anni dopo, ogniqualvolta citi la Mass Action la prima domanda che chiunque mi fa è ‘Cosa mi dici dello sciopero del sesso?’”. Nei circoli femministi questo tipo di gesto viene definito “sciopero lisistratico”: lo sciopero del sesso è infatti l’arma con la quale Lisistrata e le altre donne ateniesi convincono i mariti a interrompere la guerra del Peloponneso nella commedia di Aristofane intitolata appunto Lisistrata. Interessante notare che il riferimento classico non è mai citato dagli organizzatori delle proteste, come si può leggere tanto nelle interviste e nella biografia di Gbowee quanto nel documentario Pray the Devil Back to Hell (2008), che raccontò quegli importanti giorni di protesta citando anche lo “sciopero lisistratico”. Altrettanto interessanto notare che quanto più l’allusione classica non rientra nella comunicazione della protesta, tanto più essa ricorre invece nei commenti della stampa, a mo’ di chiave di lettura e insieme giustificazione del gesto. La stampa internazionale – come fa notare Gbowee – fu attirata dalla potenza mediatica dello sciopero del sesso più che da tutte le altre iniziative messe in campo dalle attiviste. Non è un caso, quindi, che altri movimenti di protesta femminile si siano ispirati negli anni successivi alle donne liberiane (Italia, 2008; Kenya, 2009; Filippine, 2011; Colombia, 2006 e 2011): anche nel riportare questi fatti la stampa non ha mai mancato di sottolineare l’analogia fra la trama della commedia del 411 a.C. e le iniziative femministe contemporanee. A dispetto della mancanza di riferimenti classici espliciti nelle motivazioni delle attiviste, la potenza dell’exemplum è troppo forte, la corrispondenza fra elementi dei due racconti (quello satirico e quello cronachistico) troppo calzante perché il giornalista di buona cultura classica non sia tentato di offrire l’analogia al suo pubblico, un paragone la cui rilevanza politica sta solo negli occhi di chi legge e cionondimeno aiuta la comprensione della cronaca. Il caso delle Lisistrate liberiane e togolesi dimostra come il contatto allusivo con il classico, anche quando non è motivato come fonte di autorità (Cesare per Ottaviano e i suoi successori; Cincinnato per Washington; Spartaco per Rosa Luxemburg; Clistene per Bersani), anche quando non è espressamente rivendicato, ha sempre un’efficacia nell’interpretazione della contemporaneità.

LysistrataSì, avete visto bene.

Dai post pubblicati in questa settimana si evince come la persistenza dei nomi di personaggi storici romani e greci nella lingua politica costituisca una tradizione che dall’antichità arriva ai giorni nostri, non diversa dalla tradizione testuale che ha portato fino a noi i nomi stessi, evidentemente pregni di una carica politica ancora non esaurita. Questi personaggi sono sempre evocati in modo partigiano, per distinguere la propria posizione politica da quella avversaria per lo più utilizzando l’allusione per guadagnare auctoritas o per negarne al proprio nemico. Può capitare che uno stesso nome sia ugualmente usato in bonam partem e in malam partem, come nel caso di Cesare, ma non capiterà mai che un riferimento antonomastico sia utilizzato per puro vezzo di – come si dice oggi – namedropping: spesso questa evocazione porta con sé l’eco di una partigianeria antica, così che a venire riportato alla luce non è soltanto un personaggio, ma una parte della storia stessa dalla quale il personaggio è stato estratto. E quando non sia più avvertito il modello originale, anche la mediazione più recente porta con sé elementi apocrifi che arricchiscono l’allusione: come la spinta cristologica dello Spartaco garibaldino di Giovagnoli ereditato da Luxemburg, così l’eroismo ostentato dei 300 spartani o l’antiberlusconismo del Pericle di Paolo Rossi definiscono nuovi classici ai quali la comunicazione politica si appella, secondo meccanismi di auctoritas non diversi da quelli messi in campo dai più rigorosi classicisti della politica. Da qui la potenza mediatica dei nomi antichi, che si sono insinuati nei mezzi di comunicazione di massa sopravvivendo prima con lo pseudonimo (in difesa dalla censura, dagli inglesi a Rosa Luxemburg, ma anche come dichiarazione di valori) quindi con i riferimenti “pop” del Partito Democratico e le allusioni involontarie delle Lisistrate africane. Tutto ciò dimostra come, a dispetto di una fine della cultura classica spesso minacciata e oltre lo spettro delle ideologizzazioni totalitarie del secolo scorso, il mondo degli antichi continui a parlare al mondo di oggi non solo con le sue opere artistiche e letterarie, ma anche con il modello delle sue personalità politiche.

(Fonti per questo articolo: «The Guardian», «Slate», «BBC», «IlPost»)

Ateniesi e Spartani – I blogger del PD e Clistene

7 marzo 2014 § 1 commento

Quinta puntata.

300spartaniheader-ateniesiGli header degli Spartani e degli Ateniesi

Un altro caso recente di utilizzo propagandistico dell’immaginario classico si è avuto pochi mesi fa proprio nel nostro paese. Durante e dopo le elezioni primarie della coalizione di Centrosinistra “Italia. Bene Comune” svoltesi nell’autunno del 2012 i gruppi di sostegno di due dei candidati appartenenti al Partito Democratico, Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, si divisero in due contrapposte comunità digitali denominate “300 Spartani” e “Ateniesi”. Il primo di questi gruppi ad affacciarsi in rete fu quello dei 300 spartani: i guerrieri delle Termopili, richiamati non solo nel nome collettivo, ma anche negli pseudonimi dietro i quali si celavano i vari componenti (Leonida, Demofilo, Gorgò), erano per i sostenitori di Bersani simbolo di orgoglio e resistenza mostrata come gruppo piuttosto che individualmente. Gli Spartani erano nati (con il nome ufficiale di “D-net”) nella tarda estate del 2012 ad opera di Tommaso Giuntella durante il corso di formazione promosso dal Partito Democratico “Frattocchie 2.0”: giunto – poco prima delle primarie di Centrosinistra – alla significativa soglia di trecento collaboratori, il network democratico cambia nome e sviluppa la sua ideologia di eroismo collettivo. Prima ancora del racconto storico, però, è quello cinematografico a muovere le suggestioni del gruppo: «La vera forza di uno spartano è il guerriero al suo fianco, perciò dagli rispetto e onore, e li riceverai a tua volta», recitava il sito ufficiale dei 300 Spartani (www.trecentospartani.com, oggi disabilitato). Pur non mancando al re Leonida un ricco repertorio di aforismi tramandato da Simonide, Plutarco e molti altri, la frase usata proviene dal film 300 (2007) di Zack Snyder, a sua volta tratto dall’omonimo fumetto del disegnatore e sceneggiatore americano Frank Miller: il topos degli spartani quali comunità solida, coraggiosa e generosa passa così alla comunicazione politica non attraverso il modello classico che lo aveva creato ed esaltato, ma con un riferimento culturale più vicino alla contemporaneità, passando insomma da un intermediario pop. Dopo la conclusione delle primarie del 2012 non mancarono di farsi sentire neppure i sostenitori di Matteo Renzi: con piglio senz’altro polemico, il gruppo di supporto del sindaco di Firenze organizzò un network autodefinitosi degli Ateniesi (www.ateniesi.it), che accompagnò Renzi nella vittoriosa campagna di primarie per l’elezione del segretario del PD. Nato a marzo 2013 presso il comitato PD “Adesso! Torino”, il gruppo guidato da Davide Ricca ha fatto ricorso all’immaginario ateniese (non sempre strettamente politico) perfino nei titoli con i quali nel sito sono raccolti gli articoli riguardanti, ad esempio, il congresso del partito (“Agorà”) e l’attività parlamentare (“Acropoli”). Ma non è solo l’appartenenza al medesimo partito e la dialettica polemica ad accostare questo gruppo ai sopra citati Spartani: l’uso del repertorio iconografico, retorico e linguistico della classicità arriva anche qui da più vicino di quanto non sembri. A campeggiare sull’header del sito è infatti la citazione «Qui ad Atene noi facciamo così. Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile». L’origine lontana della frase è nota, il discorso per commemorare i soldati ateniesi caduti nel primo anno di guerra contro Sparta che Tucidide mise in bocca a Pericle nel suo libro (Storie, II 35-46): tuttavia la sintassi del passo non è tratta dall’originale tucidideo (II 40.2), ma da un celebre monologo dell’attore Paolo Rossi, contenuto nel suo spettacolo Il signor Rossi e la costituzione (2003). L’orazione periclea veniva in quel caso sfrondata di elementi ritenuti poco importanti al fine satirico di Rossi (come i cenni alle virtù militari in II 39) e impostata secondo un ritmo sintattico più consono al teatro. Anche gli “Ateniesi” di Renzi, quindi, hanno raccolto di una testimonianza antica non già la fonte primaria, ma quella rielaborata dal gusto moderno e già popolare presso il pubblico, che negli ultimi dieci anni ha conosciuto la frase come pièce censurata dalla RAI.

paolo-rossi-pericle“Noi ad Atene facciamo così”: un fermo-immagine dallo spettacolo Il signor Rossi e la costituzione

Sia l’iniziativa degli Spartani, sia quella degli Ateniesi riconosce all’exemplum classico un’indiscutibile potenza evocativa, addirittura da chiamata-alle-armi, ma la fonte non è mai la storia antica: proprio come gli Spartachisti di Rosa Luxemburg erano invitati politicamente al coraggio e al sacrificio anche sulla base di un elemento narrativo non originale, ma creato da una tradizione recente e diffuso su media popolari (la crocefissione di Spartaco), così per i gruppi del PD l’allusione classicista ha senso solo se presa da una tradizione vicina a tutto l’elettorato. Un altro episodio della medesima campagna di Primarie è rivelatore del potere comunicativo dell’immaginario storico antico, ma questa volta preso tout court, assunto direttamente dalla tradizione antica (ma non per questo necessariamente più aderente alla verità storica, ammesso che ne esista una). Nel corso del dibattito televisivo fra i candidati delle sopracitate Primarie, andato in onda su Rai 1 il 28 novembre 2012, durante una discussione a proposito del finanziamento pubblico ai partiti politici Pierluigi Bersani disse (min. 41:43): «dove hanno inventato la democrazia, da Clistene a Pericle, allora in quella culla della democrazia decisero che in democrazia la politica pretendeva un sostegno pubblico e questo la differenziava dalla tirannide o dall’oligarchia». Un personaggio politico lontano nel tempo come Clistene – non certo il più famoso dei leader politici ateniesi nella tradizione popolare, se vogliamo –  è citato da Bersani non solo quale ispirazione generica ma per un appunto ben preciso: Clistene, grazie alla sua riforma costituzionale democratica, ha dato la traccia da seguire in materia di accesso alla politica attiva, un modello che per la sua stessa natura archetipica è applicabile alla situazione attuale. Messi per un attimo da parte i più noti Solone o Pericle (addirittura citato dal giornalista Alfonso Signorini come modello di Silvio Berlusconi su un numero di “Chi” del maggio 2009), quello di Clistene è un riferimento classico aulico, fondato sulla tradizione testuale più che sulla tradizione popolare: ancora oggi, insomma, un’allusione può avere una sua efficacia nella comunicazione politica secondo la regola classica dell’argumentum ex auctoritate, a maggior ragione se alle orecchie dell’uditorio si aggiungerà l’effetto dato dal suo intrinseco prestigio storiografico. L’esempio posto dal personaggio classico, insomma, vuole ispirare un sano ritorno al passato, laddove l’interpretazione di un passaggio storico possa leggersi come atto fondativo di un’ideologia moderna. Di nuovo (come nel caso di Luxemburg) sono i progressisti a farsi carico di un ideale ritorno alle origini, questa volta però orgogliosamente filologico, ritenuto valido in quanto tale e senza il bisogno di una rilettura apocrifa ad uso propagandistico: “se siamo democratici, lo siamo grazie agli antichi”, dice in buona sostanza Bersani, “e le regole che valevano nel V secolo a.C. possono ispirarci ancora oggi”. Se esiste una lezione in tutto ciò, può essere questa: nella comunicazione politica contemporanea vale tutto, e il classico può essere usato a piacimento, senza apparente coerenza – come si dice – nel merito (il modello è Sparta, Atene, o tutte e due?) e nel metodo (il riferimento deve essere alla portata di tutti, oppure solo per gli edotti?). E questo delle Primarie del Centrosinistra è solo il più recente fra gli episodi che dimostrano la volubilità del classico in politica.

bersani-dibattito-raiBersani e Clistene nel dibattito in RAI

Ateniesi e Spartani – Spartaco

6 marzo 2014 § 1 commento

Quarta puntata: qui prima, seconda e terza.

4 TFëdor Andreevič Bronnikov, Gli schiavi crocifissi (1878)

L’uso dei personaggi della politica antica per la comunicazione di concetti contemporanei attraverso lo pseudonimo non ebbe fine nel classicheggiante XVIII secolo. La vivacità culturale di quest’uso nel dibattito più recente si nota anche nella capacità di simili riferimenti di essere adattabili a messaggi politici talvolta diametralmente opposti e di uscire dai limiti del giornalismo per entrare direttamente nell’agone civile. Se fra anni ’20 e ’30 del secolo scorso il repertorio iconografico e ideologico classico è stato notoriamente utilizzato dai regimi nazi-fascisti per esprimere un ritorno autoritario all’ordine, alcuni temi e personaggi della storia antica sono serviti anche per comunicare – al contrario – un’idea di progresso civile e rivoluzione di classe, come nel caso degli Spartachisti. Il primo nucleo di questa forza politica (il Gruppe Internationale) nacque in seguito alla scissione del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) avvenuta nell’agosto del 1914 fra gli interventisti filogovernativi e i pacifisti guidati da Rosa Luxemburg, ferocemente contrari all’ingresso del Reich in quella che sarebbe diventata la Grande Guerra. Dopo la messa al bando delle pubblicazioni di Die Internationale, foglio politico dell’omonimo Gruppo, nel 1916 Luxemburg e il suo collega Karl Liebknecht pubblicarono sotto pseudonimo il pamphlet intitolato Lettere di Spartaco. Fu in quel momento che il Gruppo pacifista si identificò nel nome che lo consegnò alla storia come Lega di Spartaco (Spartakusbund, nome assunto ufficialmente nel 1918): Luxemburg non lasciò una spiegazione ufficiale di questo riferimento allo schiavo tracio ribelle nel testo-manifesto redatto in carcere ‘Was will der Spartakusbund?’ (‘Cosa vuole la Lega di Spartaco?’, 1918), ma le radici di questa scelta sono rintracciabili fra le righe della sua produzione libellistica e nell’immaginario popolare del tempo.

was-will-der-spartakusbundFrontespizio della prima edizione del manifesto spartachista di Luxemburg (Bodemann, 1918)

Spartaco non è stato infatti il primo ed unico riferimento classico rinvenibile nell’opera politica di Rosa Luxemburg, che già durante i suoi studi al Ginnasio a Varsavia fu a contatto con la letteratura latina. Si pensi ad esempio a una delle sue pubblicazioni clandestine negli anni della Grande Guerra, ‘Il pamphlet di Giunio’ (scritto da Luxemburg in prigione fra aprile e febbraio 1915, pubblicato nel 1916): il riferimento qui è al polemista inglese noto con lo pseudonimo di Junius (da Lucio Giunio Bruto, fondatore della repubblica romana) che nel 1772 pubblicò la raccolta di saggi Letters of Junius ispirate a valori libertari, secondo un topos letterario (le lettere “impossibili” redatte da un personaggio dell’antichità), che ebbe successo in tutto il ‘700 inglese (vedi il capitolo precedente), ma anche e proprio sulla stessa Luxemburg. La cui passione per le analogie di origine antica non si limita però al recupero di abitudini settecentesche – sapientemente rielaborate in modo da sostituire personaggi popolari agli eroi borghesi cari al giornalismo britannico – ma arriva fino all’uso di elementi poetici di sicuro effetto retorico, come il fiume infernale del VI libro dell’Eneide al quale si paragona l’arrivo incombente della rivoluzione proletaria nel suo pamphlet del 1918 ‘Acheronte in moto’.

spartacus-vidaliIl primo Spartaco cinematografico del 1913

La figura dell’eroe-schiavo tracio, invece, doveva essere già una presenza fissa dell’immaginario culturale e politico all’epoca in Germania, se piuttosto che spendersi in una spiegazione estesa dell’analogia fra Spartaco e il proletariato tedesco, Luxemburg preferisce invece alludere a un elemento narrativo del suo mythos, il tragico finale (capitolo III, paragrafo V: ‘’Crocifiggetelo! Urlano i capitalisti”): tuttavia, come è noto dal resoconto di Appiano (Guerre Civili XIV, 120), Spartaco morì in combattimento e non fu crocifisso, come invece toccò ai 6000 suoi soldati sopravvissuti in seguito alla battaglia della valle del Sele (71 a.C.). Sul racconto storiografico prevale però il finale “a effetto”, elemento apocrifo impresso nella memoria collettiva del tempo per via di un medium moderno. Grazie alla riduzione cinematografica del 1913 di Giovanni Enrico Vidali - ben prima di Stanley Kubrick – la storia di Spartaco era infatti già oggetto di revisioni volte ad aumentarne la carica ideologica ed emozionale del personaggio. Un’interpretazione che sfondò nella propaganda e nella cultura popolare contemporanee, come dimostrano ad esempio i molti club sportivi dell’ex Unione Sovietica che dagli anni venti in poi presero il nome Spartak (a partire dall’omonima società calcistica fondata a Mosca nel 1922). La strada per questa affermazione infedele e ideologica di Spartaco era in realtà già stata spianata da uno dei più grandi best-seller europei fra XIX e XX secolo: il romanzo Spartaco, scritto nel 1874 dal patriota italiano Raffaello Giovagnoli, tradotto e ristampato in tutta Europa nei decenni a venire, che impose nell’immaginario collettivo il finale apocrifo vagamente cristologico. La fortuna di Spartaco presso i movimenti di sinistra, certamente ribadita dal successo (anche recente) del libro di Giovagnoli nei paesi dell’ex blocco sovietico, deve però farsi risalire di almeno un decennio: lo stesso padre del comunismo Karl Marx citò infatti Spartaco come modello di eroe proletario in una lettera a Friedrich Engels del 27 febbraio 1861: “Per distendermi ho letto le Guerre civili romane di Appiano. Ne emerge che Spartaco è l’uomo più folgorante della storia antica. Un grande generale (non come Garibaldi), un personaggio nobile, veramente rappresentativo del proletariato dell’antichità”. Il modello rivoluzionario di Spartaco era tanto importante per l’omonima Lega che proprio con una sollevazione popolare ebbe cruenta fine nel 1919 il partito di Rosa Luxemburg, quando gli spartachisti furono fermati dal governo socialdemocratico di Ebert con il ricorso alle milizie destrorse dei Freikorps, in quello che per molti storici fu il primo passo verso la nazistizzazione della Germania repubblicana.

Edizioni estone (1977), tedesca (1971), romena (1961) e russa (1985) del romanzo di Raffaello Giovagnoli

Spartacus-estone Spartacus-Giovagnoli Spartacus-romeno Spartacus-russo

Ateniesi e Spartani – Il nuovo Cincinnato

5 marzo 2014 § 2 commenti

Terza puntata: qui la prima, qui la seconda.

american-cincinnatus-ferrisJean Leon Gerome Ferris, The American Cincinnatus (1919)

Il modello di Roma fu da sempre importante per la formazione dell’identità politica degli Stati Uniti. Affermatisi come nazione sulla scia dei movimenti delle rivoluzioni borghesi ispirate agli ideali illuministi e al culto del neoclassico, gli statunitensi hanno da sempre cercato il paragone con l’impero Romano, in un’analogia perfino abusata tanto dai sostenitori quanto dagli oppositori dell’America. Prima ancora che si cominciasse a parlare di Impero Americano (nella seconda metà dell’800), l’analogia fra Roma e gli Stati Uniti era frequentemente usata nelle analisi e nella propaganda politica fin dalla lotta di Indipendenza delle Colonie Britanniche: si pensi al padre della patria, George Washington, eroe eponimo che – come un novello Romolo – diede il suo nome alla capitale (ancora in costruzione prima della sua morte nel 1799), città che non casualmente richiama Roma tanto nell’architettura (il Congresso modellato sul Pantheon) quanto nella toponomastica (Capitol Hill). I contemporanei, però, vedevano Washington non tanto quale fondatore della nazione, ma come l’onesto proprietario terriero che amministra il potere per il bene comune e lo lascia quando questo obiettivo è stato raggiunto. Washington, insomma, era per gli uomini del XVIII secolo un novello Cincinnato.

La più chiara dimostrazione di come il generale e presidente americano fosse considerato per analogia è la storia dei Cincinnati, società formata da coloni e volontari francesi andati in guerra contro l’Impero Britannico. Il nome del club richiama il dictator Lucio Quinzio Cincinnato: come il personaggio storico, che nel 458 a.C. accetta i poteri straordinari solo per difendere la Res Publica prima dall’invasione degli Equi e poi dal rischio di un ritorno alla monarchia, e che ha l’onestà quindi di rinunciare allo stesso potere una volta terminato il suo servizio, così i Cincinnati americani giustificavano il ricorso alle armi non come affermazione violenta di un potere tirannico ma come espediente straordinario di un popolo oppresso contro il dominio straniero monarchico dei Britannici.

Society_of_the_Cincinnati_membership_certificateTessera di iscrizione alla Cincinnati Society

 La deposizione del potere è appunto il topos del racconto di Cincinnato al quale il club era più attento: obiettivo dichiarato della società, infatti, era quello di promuovere nei coloni la benevolenza nei confronti dei lealisti al concludersi delle ostilità, quindi di “posare le armi” (come recitava la tessera di iscrizione al club) una volta terminata la guerra. Lo stesso topos ricorre come elemento di grandissimo rilievo tanto nelle biografie successive quanto nei giudizi contemporanei nel novello Cincinnato, George Washington: egli, Presidente della compagnia dei Cincinnati dal termine del suo mandato militare nel 1783 al 1799, seguì l’esempio di Cincinnato prima abbandonando l’ufficio di generale all’annuncio della vittoria americana, quindi ritirandosi a vita privata prima di essere chiamato a coprire per primo la carica di presidente nel 1789. Molte sono le testimonianze del tempo dove Washington è paragonato a Cincinnato per queste ragioni, ma furono i versi di Lord Byron, nella poesia Ode to Napoleon, a rendere immortale l’analogia.

Where may the wearied eye repose
When gazing on the Great;
Where neither guilty glory glows,
Nor despicable state?
Yes –one–the first–the last–the best–
The Cincinnatus of the West,
Whom envy dared not hate,
Bequeath’d the name of Washington,
To make man blush there was but one!

(trad.it. “Havvi un solo fra i grandi della terra sul quale l’occhio stanco possa riposarsi; che senza risplendere di una colpevole gloria non sia tema di disprezzo? Sì, ve n’ha uno… il primo… l’ultimo… il migliore… il Cincinnato dell’Occidente, quegli che l’invidia non oserebbe odiare, quegli che ha lasciato alla posterità il nome di Washington per fare arrossir l’uomo di eccezione sì solitaria.”)

Oltre alla poesia, alla storiografia e al giornalismo dell’epoca l’analogia Washington-Cincinnato si afferma nell’iconografia: così il padre della patria viene ora presentato intronato, mescolando la numismatica imperiale e lo Zeus Olimpio di Fidia con la figura di Cincinnato che cede le armi, come nel Washington di Horatio Greenough. La statua più famosa del primo presidente è però senz’altro quella del francese Jean-Antoine Houdon: Washington – nei suoi panni moderni di uomo del settecento – viene ritratto accanto a un fascio e davanti a un aratro, richiamando esplicitamente Cincinnato con la rappresentazione dei simboli del potere romano e dell’agricoltura. Infine la perduta scultura di Antonio Canova (della quale rimane solo la copia a grandezza naturale custodita nella gipsoteca canoviana) mostra Washington – vestito come un generale romano –  intento a scrivere su una tavoletta il suo discorso di congedo dalla vita pubblica: questo richiamo allusivo alla rinuncia al potere era poi sottolineato dal piedistallo (oggi perduto) che nei suoi quattro lati ritraeva diversi momenti di resa delle armi e una scena georgica con protagonista il presidente americano. Chiaro, quindi, che per gli uomini fra XVIII e XIX secolo l’analogia fra Washington e Cincinnato fosse argomento condiviso, passato dall’entourage del presidente al dibattito politico classicizzante dell’età pre-industriale. Ma l’eredità di questo riferimento, la cui validità è confermata dalla sopravvivenza di certa iconografia fino al XX secolo come nel dipinto di Ferris, arriva fino ad oggi perfino nella toponomastica: in Cincinnati, Ohio, si vede la sopravvivenza contemporanea di quell’antico paragone. Il nome fu dato alla città (attuale centro nevralgico dello stato dell’Ohio) nel 1790 dall’allora governatore del Territorio del nord-ovest Arthur St. Clair, proprio in onore della Cincinnati Society, di cui era membro.

houdon-washingtonTra il fascio e l’aratro: Jean-Antoine Houdon, George Washington (1792) a Richmond, Virginia

Washington-Canova“Al popolo e ai concittadini…”: Antonio Canova, George Washington (1821) copia, a Washington D.C.

George_Washington_Greenough_statueImperator e Cincinnato: Horatio Greenough, Enthroned Washington (1840) a Washington D.C.

cincinnatus-cincinnatiEleftherios Karkadoulias, Cincinnatus (1982) a Cincinnati, Ohio

La predilezione della politica americana per i personaggi storici di Roma non si è però esaurita con il tempo: oltre alla Society of Cincinnati, ancora attiva nel preservare i principi della Rivoluzione Americana, il Cato Institute, fondato nel 1977, richiama nel suo nome Marco Porcio Catone minore, visto come eroe dei valori libertari di cui il circolo si professa sostenitore. Il nome di ascendenza romana del think tank americano più che ispirarsi direttamente al personaggio storico, fa riferimento a una raccolta di saggi politici  (Lettere di Catone) scritti fra 1720 e 1723 dai polemisti inglesi John Trenchard e Thomas Gordon, i quali assunsero per le loro pubblicazioni lo pseudonimo di Catone, eroe del culto repubblicano e avversario di Giulio Cesare (ancora una volta inteso come dictator): la stessa temperie che produsse le analogie fra Washingon e Cincinnato, lo stesso neoclassicismo che animò i padri fondatori, arriva così fino ad oggi portando nel dibattito politico contemporaneo tanto il modello antico quanto il suo tramite settecentesco.

logo-cincinnati

cato institute logoI loghi attuali dei due think tank di ascendenza classica

cato-logo

Ateniesi e Spartani – Il nome di Giulio

4 marzo 2014 § 3 commenti

Segue da qui.

Worthies-CaesarandJoshuaGiulio Cesare in armatura cinquecentesca, perché sì

Sono molti i personaggi storici della politica antica trasportati nel dibattito contemporaneo come termini di paragone, motivi di analogia fra passato e presente, simboli immediatamente comprensibili nel linguaggio non solo specialistico: Solone, Draconte, Catone, Cicerone sono solo alcuni dei nomi di celebri personalità politiche greche o romane il cui valore simbolico ha trasceso la storia, finché non sono stati adottati quali pseudonimi o nomi comuni, e come tali evocati nel dibattito politico occidentale, dall’antichità a oggi. Fra questi particolari nomi, Gaio Giulio Cesare è stato quello che ha subito con maggiore efficacia un radicale e longevo processo di trasformazione linguistica, dal nome proprio all’antonomasia.

Già dalla fine della dinastia giulio-claudia – e quindi dopo l’interruzione di ogni legame parentale con lo stesso – Caesar diviene titolo che tutti i principes adotteranno. Servio Sulpicio Galba fu il primo – nel 68 d.C. – ad attribuirsi il nome di Cesare senza alcun rapporto familiare, a mo’ di giustificazione del proprio (breve) principato. Un atto presto imitato dal vincitore di quella contesa per l’Impero conclusa nel giro di un anno, Tito Flavio Vespasiano, che non solo assunse il nome di Cesare (Caesar Vespasiasnus Augustus), ma lo trasmise subito ai suoi eredi. L’importanza politica del nome di Cesare anche in relazione all’eredità, la fretta nell’ottenerlo e nel vederselo riconosciuto fu palese già fin dai tempi di Ottaviano, quando nei due mesi intercorsi fra l’omicidio del dictator e la ratifica dell’adozione cesariana di Gaio Ottavio (maggio 44 a.C.), il futuro imperatore pretese subito di farsi chiamare Gaius Iulis Caesar. E così fu chiamato dai suoi sostenitori, come risulta dall’oscillazione negli appellativi usati da Cicerone nel corso del suo avvicinamento a Ottaviano. Come per il triumviro l’acquisizione del nome garantiva l’accesso privilegiato a un’eredità politica molto importante in una Roma post-cesariana in mano a Marco Antonio, così per gli imperatori romani dalla fine del I secolo in avanti il nome di Cesare costituiva insieme un titolo personale e la legittimazione di una linea dinastica. In questo contesto di abitudine linguistica, lo stesso contesto che consacrò le biografie imperiali di Gaio Svetonio Tranquillo con il titolo di “vite dei dodici Cesari”, il nome di Giulio abbandona il campo dell’onomastica per diventare nome comune: nello specifico, e a partire dalla dinastia Flavia, il nome del successore al trono, dal quale il princeps in carica si distingueva assumendo su di sé il titolo di Augustus.

tetrarchi Augusti e Cesari: i Tetrarchi, Venezia

Questa situazione ha una sua sistemazione ufficiale nel marzo del 293, quando – per decreto dell’imperatore Diocleziano – l’Impero viene diviso in quattro aree di governo: è la cosiddetta Tetrarchia, antipasto della futura separazione del dominio di Roma in parte latina e parte greca, ma anche sanzione definitiva della perdita di valore onomastico di Caesar. Nell’architettura istituzionale di Diocleziano infatti i due colleghi egemoni (da allora, gli “Augusti”) ricevevano il titolo di Imperator Caesar NN. Pius Felix Invictus Augustus, mentre ai “Cesari” (successori ideali degli Augusti, ma soprattutto colleghi dotati di minore imperium) veniva assegnato quello di NN. Nobilissimus Caesar. Non solo, quindi, Cesare diviene sempre più titolo nobiliare, ma addirittura si riveste di una ben specifica posizione nell’assetto governativo. Questo passaggio è decisivo per l’affermazione di Caesar quale attributo politico di valore universale: così nell’Impero di Costantinopoli sarà definito Caesar il secondo rappresentante nella linea di comando (e poi il terzo e il quarto); ma soprattutto, come richiamo all’eredità romana di cui si professavano successori, i re germanici del Sacro Romano Impero – primi fra i barbari – adottarono il titolo di Kaiser quale sinonimo di “imperatore” e in contrapposizione al semplice König (re). Subito dopo i franchi arrivarono gli slavi, vicini dell’Impero bizantino, che adattarono il nome di Caesar nel titolo di Zar (o Czar), usato prima nel Regno di Bulgaria, quindi in Serbia e in Russia. Ma il titolo rimase nell’area anatolica anche quando, dopo il 1453, l’Impero Ottomano si sostituì a quello bizantino: Mehmed II, primo sultano ottomano a regnare su Costantinopoli, aggiunse così ai suoi titoli onorifici quello di Qaisar-e-Rūm.

divo-giulio-1993 “La Stampa” (9/7/1989) [clicca per vedere l'immagine intera]

Nessuno di questi titoli nobiliari sopravvive oggi, e cionondimeno il riferimento a Cesare non cessa di esercitare presa sull’immaginario politico. Per arrivare ai giorni nostri, ad esempio, potremmo pensare ad un esponente centrale dei primi 50 anni di storia repubblicana italiana quale Giulio Andreotti. Il politico della Democrazia Cristiana, molte volte ministro e capo del governo dal dopoguerra agli anni Novanta, meritò l’appellativo giornalistico di Divo Giulio, inventato per lui dal cronista Mino Pecorelli. Sul modello del titolo attribuito a Cesare dopo la sua apoteosi celebrata dal figlio adottivo Ottaviano, Andreotti è divo perché celebre (paronomasia del “divo” cinematografico) e perché apparentemente irraggiungibile. Ma dietro le lusinghe dell’appellativo si nasconde un giudizio politico sulla guida ad un tempo tirannica e benevola della Democrazia Cristiana, partito che Andreotti – benché mai nominatone segretario o presidente – sembrava comandare nell’ombra. L’appellativo, così, caratterizza chi ne è destinatario in modo preciso e raffinato: se Cesare è il generale vittorioso, auspicio di ogni monarca del passato, Giulio è nell’uso giornalistico il despota misericordioso dei suoi nemici (e ciononostante autocrate). Il giudizio storico sul personaggio classico si riversa sul personaggio moderno, quindi, e non solo con intenti elogiativi.

Booths_Caesar(da sinistra) John Wilkes, Edwin e Junius Brutus Booth con indosso i costumi del Giulio Cesare di Shakespeare

L’uso di Cesare come polo onomastico dei disvalori tirannici, come ho detto ieri, aveva un suo precedente molto forte nel giornalismo britannico fra ‘600 e ‘700. Nel mondo anglosassone, a contribuire a questa visione negativa del dictator contribuì senz’altro anche un appuntamento fisso delle stagioni teatrali anglofone come il dramma shakespeareano Julius Caesar: un esempio davvero lampante di quest’abitudine linguistica e politica è quello di John Wilkes Booth. Il 14 aprile 1865, dopo che l’attore e simpatizzante sudista Booth ebbe sparato al presidente Abraham Lincoln, fu pronunciata la frase che una dubbia tradizione attribuisce a Marco Giunio Bruto: “sic semper tyrannis”. Discendente da una famiglia inglese di grandi attori, Booth era un famoso interprete del Cesare shakespeareano: nel suo gesto, o meglio nel manto retorico che lo giustificava, si può vedere la viva presenza dell’eredità del nome di Cesare, un lascito politico dell’antichità che aveva un significato particolare nella famiglia Booth, a giudicare dal nome del padre del novello cesaricida, Junius Brutus.

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Ateniesi e Spartani – prologo

3 marzo 2014 § 3 commenti

Nei giorni scorsi ho tirato giù una ventina di pagine su un argomento che in parte ho già toccato su questo blog, vale a dire il ritorno carsico* del classico nella comunicazione politica contemporanea. Dal titolo si può capire a cosa mi riferisco, ma non parlerò solo di Partito Democratico e Primarie.

SkocjanskeJame

Il gergo politico universale si nutre da sempre di un vocabolario antico: greci furono gli scrittori che diedero i natali alla studio della politica con i primi scritti sulle forme di governo, dalle trattazioni non organiche come il λόγος τριπολιτικὸς di Erodoto (Storie III, 80-82: il passo in cui tre nobili persiani – Otane, Megabizo e Dario – discutono di democrazia, oligarchia e monarchia) a quelle specialistiche come la Repubblica di Platone (dove la classificazione prelude a una proposta utopica di riforma costituzionale). Greci – o di etimo greco – furono di conseguenza i termini che la comunicazione politica adottò, specialmente a partire dal periodo che sancì la nascita del moderno studio delle scienze politiche, quel Rinascimento che riportò proprio i modelli classici al centro del dibattito culturale europeo. Roma, da parte sua, offrì alla storia le sue strutture e le leggi della propria organizzazione statale, elementi che si sono imposti in tutta Europa con l’ampliarsi dello Stato stesso e con l’affermarsi della lingua latina in tutto il continente, determinando in questo modo anche un imprinting italico al discorso politico occidentale dei secoli successivi. Ma non fu solo un patrimonio linguistico a lasciare traccia della politica antica sulla politica moderna. Fin dal Machiavelli i personaggi storici (condottieri, statisti, egemoni) della politica romana o ellenica divennero exempla ai quali alludere di fronte a un pubblico di lettori colti, ora per dimostrare una teoria militare, ora per descrivere il comportamento di un politico contemporaneo: questo stesso utilizzo della personalità storica ad uso retorico è eredità di una tradizione scolastica che chiunque abbia tradotto una versione latina ricorderà almeno negli apologhi di Valerio Massimo (e che ancora oggi perdura nella forma del temino storico). Le personalità politiche del mondo antico, così, entrano nell’immaginario collettivo non meno degli eroi del mito: elementi di un lessico condiviso, modelli immediatamente individuabili per un’analisi della situazione contemporanea, antonomasia di un valore o disvalore, oggetto di una discussione politica svolta in retrospettiva. Un tramite necessario perché i nomi dei personaggi classici dalla politica antica approdassero alla politica moderna si ebbe in Inghilterra quando, fra XVII e XVIII secolo il richiamo all’antico fu comune presso polemisti, giornalisti e pensatori: per professare valori libertari in un regime ancora ferocemente autoritario e censore, gli scrittori si nascondevano dietro pseudonimi di ascendenza antica come Cato, Junius, the Tribune, Brutus e molti altri, quasi tutti di origine romana, quasi tutti riferiti ad avversari di Giulio Cesare, inteso come personificazione dell’autocrazia ancien régime. Il riferimento antico qui è usato nel più consueto dei modi, quello dell’argumentum auctoritatis: per contrastare un Cesare moderno mi appello all’autorità di un cesaricida, e la stessa assunzione di un simile nome equivale a un’implicita accusa di tirannia lanciata contro il governo e lasciata all’intendimento dei più edotti. Neanche troppo edotti, in realtà: se c’è un fenomeno di sopravvivenza del classico nel lessico politico che chiunque sarebbe in grado di citare, è proprio il caso di Giulio Cesare.

Dopo questo prologo ci sarà una parte su Giulio Cesare (appunto), una su Cincinnato, una su Spartaco, una su Atenisi VS Spartani e una sulla Lisistrata. Da oggi posto questi articoletti qui, un po’ alla volta, sperando di fare cosa gradita, come si dice.

* NB L’uso dell’aggettivo “carsico” in riferimento alle riproposizioni di poetiche classiche nella modernità mi è stato suggerito dal prof. Guglielmino Cajani in una nostra recente conversazione: non posso non citarlo nel momento in cui me ne approprio.

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