Clistene e la democrazia: fare un esempio per dimostrare il contrario (un post col senno di poi)
3 marzo 2013 § 1 commento
Fra novembre e dicembre 2012 scrivevo (e rinunciavo a postare per non esacerbare il dibattito sulle Primarie del Centrosinistra, durante il quale mi sono sentito dare del pazzo invasato perché consideravo rilevanti per l’elettorato i temi proposti da Grillo) le seguenti parole:
Fra due giorni si andrà a votare il candidato premier del centrosinistra, quello che con tutta probabilità starà alla maggioranza di un Parlamento che dall’altra parte avrà un gran casino, ma soprattutto un mucchio di grillini spaesati.
Mercoledì scorso si è tenuto un confronto su Rai1 tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. Visto che qui mi piace occuparmi di antichità, ho ascoltato con molta attenzione e stupore una dichiarazione del segretario del PD: alla richiesta insistente di Renzi di rispettare il risultato del referendum del 1993 che abolì il finanziamento pubblico ai partiti, Bersani ha risposto “da Clistene a Pericle, allora, in quella culla della democrazia decisero che in democrazia la politica pretendeva un sostegno pubblico e questo lo differenziava dalla tirannide, dall’oligarchia: io non mi rassegno all’idea che solo i ricchi possano far politica”. La cosa non mi suonava per niente bene ho deciso di darmi al fact checking, direbbe qualcuno.
La democrazia, è noto, fu inventata ad Atene: già nel 594/591 il legislatore e sommo sapente Solone aveva codificato un regime istituzionale aperto, ma pur sempre basato sul censo. Clistene, dopo il trentennio di tirannide di Pisistrato e dei suoi figli (peraltro, cugini di Clistene, ma ci arriveremo), stabilì una riforma costituzionale che portò alla democrazia, come più o meno la intendiamo noi oggi. Il nome dell’istituto per come lo conosciamo noi, Democrazia, cozza peraltro con la definizione che Pericle – per bocca di Tucidide – dà al sistema politico ateniese stesso, cioè isonomia (“uguaglianza delle leggi” – sott. “per tutti”), ma andiamo a vedere in cosa consisteva la democrazia ateniese.
Il governo della città era ripartito fra due ambiti: uno assembleare e un altro individuale. Il governo era retto in forma assembleare dalla boulé (da bouléuo che significa “deliberare”) o Consiglio dei Cinquecento, così chiamato perché traeva cinquanta membri da ciascuna delle dieci tribù territoriali (i seggi, o distretti elettorali di allora, potremmo dire) in cui lo stesso Clistene divise la popolazione attica. Bisogna sapere, infatti, che fu questo provvedimento il principale fattore innovativo della costituzione democratica ateniese: prima di Clistene, le tribù di base genetico-territoriale erano accusate di ostacolare il progresso della polis assecondando gli interessi locali e familiari, generando così un sistema tripartitico all’interno dell’ekklesia (l’assemblea di tutti i cittadini ateniesi) che si divideva in urbani, campagnoli e costieri. Con Clistene, invece, le dieci tribù venivano divise in trittie, assegnando a ciascun seggio un distretto urbano, uno campestre e uno costiero. Questo riordinamento geometrico-istituzionale ruppe per sempre l’egemonia delle grandi famiglie? Non proprio. Se pure l’impronta teorica della costituzione di Clistene intendeva escludere dalla politica l’influenza delle famiglie più ricche e nobili riuntie in clan territoriali, d’altra parte i due secoli di democrazia attica sono dominati da poche famiglie abbienti, e una in particolare: gli Alcmeonidi. Questa stirpe espresse non solo lo stesso Clistene il legislatore e Alcibiade il devastatore (ironia della sorte), ma anche – per discendenza femminile – il Lorenzo De’ Medici della storia greca, Pericle. Fino al 487, poi, nell’ambito delle magistrature individuali, fu mantenuto l’originario limite di censo: se non eri abbastanza ricco, insomma, non potevi governare.
Ma torniamo alla frase di Bersani: “la politica pretendeva un sostegno pubblico”. Sbagliato, l’esatto contrario. La politica esigeva un finanziamento privato: era infatti col sistema delle liturgie che lo stato poteva mantenere tutte le principali iniziative governative, fra cui – la più importante per una nazione democratica, cionondimeno imperialista e militarista – la costruzione di flotte armate. La trierarchia era infatti la più importante (e la più gravosa) delle liturgie. Questo derivava dalla sostanziale assenza di imposte dirette nello stato attico: era la liberalità dei più ricchi, infatti, a finanziare l’esercito, come anche la cultura (con le coregie, il finanziamento privato agli spettacoli teatrali, considerato ai tempi come la più visibile e importante delle introduzioni ad una carriera politica) e l’istruzione (non c’è bisogno di ricordare esempi celebri per dimostrare come in Atene l’educazione dei cittadini, specie quella di alto livello che garantiva accesso alla politica, non fosse affidata allo Stato).
La stessa democrazia di Clistene, poi, era quella che per acclamazione popolare aveva il potere di espellere un suo cittadino: anche se Karl Julius Beloch non concorda e la anticipa di qualche decennio, molti ritengono che l’ostracismo fosse addirittura invenzione dello stesso Clistene, il ricco e nobile legislatore, che dotò Atene di uno degli strumenti più demoagogici mai concepiti, usato con grande profitto – come ben dimostrano gli esempi di Temistocle e Alcibiade – per allontanare gli avversari dalla scena politica. Comunque, dalla metà del V secolo, le magistrature arcaiche (i quattro arconti e i sei tesmoteti, a capo del potere esecutivo e giudiziario) perdono potere e vengono scalzate dagli strateghi: eletti fra le dieci tribù, i dieci strateghi avevano il comando militare dell’esercito e della marina. Ogni stratego, eletto per votazione e non scelto per sorteggio (lo strumento spesso esaltato dai fan della democrazia diretta), restava in carica per un anno: il suo operato era sottoposto al vaglio dell’ekklesia - l’assemblea popolare - che con un “voto di sfiducia” poteva esautorarlo dal potere. Bene, Pericle, “allora in quella culla della civiltà” mantenne la carica di stratego per quattordici anni consecutivi (dal 443 alla sua morte nel 429). Nessuno oppose mai un voto di sfiducia al ricco Pericle, all’Olimpico che – a voler ascoltare Tucidide – pronunciò per la democrazia alcune fra le parole più belle, in quel famoso discorso che celebrava i molti caduti del primo anno della sanguinosa Guerra del Peloponneso.
Atene, insomma, a parole era una democrazia, nei fatti una demagogia, assolutamente partecipativa, ma gestita in ultima istanza dai soliti ricchi e nobili ottimati.
Ora che Pier Luigi Bersani, intervistato a Che Tempo Che Fa, ha ripreso l’esempio – di nuovo mancando del tutto il proprio fine dialettico, e ancora più chiaramente di prima – mi dispiace non aver pubblicato allora questo intervento che, ormai, può essere ascritto solo a senno di poi.
Tutte palle
28 giugno 2012 § Lascia un commento
A questo punto, tanto vale ascoltare lui
30 maggio 2012 § 1 commento
Noi diciamo che sono della stessa natura il vento sopra la terra, il terremoto sotto la terra e il tuono nelle nuvole: tutti questi fenomeni sono la stessa cosa, in essenza, cioè l’esalazione secca che, quando scorre in un certo modo è vento, in un altro modo provoca i terremoti e nelle nuvole, quando queste si condensano e aggregano in acqua, subisce un’alterazione ed emette tuoni e fulmini e altri fenomeni della medesima natura. La causa del terremoto e delle scosse del suolo è dello stesso genere dei venti e degli uragani.
Poiché è evidente che sia dall’umido sia dal secco debba avere origine un’esalazione, i terremoti sono necessaria conseguenza di queste condizioni. Infatti la terra di per sé è secca, ma a causa delle piogge inizia a trattenere molta umidità, così che, quando questa è riscaldata dal sole e dal fuoco sotterraneo, si genera molto vento sia all’esterno che all’interno, e questo vento talvolta scorre tutto ininterrottamente verso l’esterno, talvolta tutto verso l’interno, talvolta si separa. Convenuto che sia impossibile che ciò accada diversamente, la cosa da indagare dopo questa sarebbe quale fra i corpi è il maggiore responsabile dellla scossa: sarà necessariamente l’elemento che per natura si muove di più, il più impetuoso. Il corpo più impetuoso deve essere quello che si sposta più velocemente: infatti è soprattutto grazie alla velocità che esso ha un impatto; invece per natura percorre maggiore distanza il corpo che può muoversi praticamente attraverso ogni cosa, e questo è il corpo più leggero. Così, se tale è la natura del vento, sarà il vento fra gli elementi il maggiore responsabile di movimento: infatti, anche il fuoco, allorché sia accompagnato dal vento, diventa fiamma e si muove velocemente. Quindi non l’acqua né la terra sarebbero la causa del terremoto, ma il vento, quando si verifica che un’esalazione esterna scorra verso l’interno. Perciò la maggior parte e i più potenti dei terremoti accadono in stato di bonaccia: infatti l’esalazione, dal momento che è ininterrotta, segue per lo più l’impulso iniziale, così da muoversi o dentro o fuori tutta insieme. Non è assurdo però che alcuni terremoti si verifichino anche in presenza di vento: infatti, talvolta osserviamo diversi venti che scorrono contemporaneamente, e quando uno di questi si spinge dentro la terra si ha un terremoto in presenza di vento. Questi terremoti sono inferiori in magnitudo, perché il loro principio e la loro causa sono separati.
Perché a mezzanotte e a mezzogiorno in particolare il cielo è sereno? Forse perché la bonaccia è immobilità dell’aria, e l’aria sta ferma soprattutto quando domina o è dominata, e si muove invece quando è perturbata. E l’aria a mezzanotte domina, a mezzogiorno è dominata: infatti, nel primo caso il sole è alla massima distanza e nel secondo caso è alla minima. E di notte hanno luogo la gran parte e i più potenti dei terremoti, mentre di giorno hanno luogo a mezzogiorno: infatti la parte quanto più calma del giorno è il mezzogiorno (il sole, quando esercita maggior forza, imprigiona l’esalazione sotto terra, ed esso esercita forza soprattutto a mezzogiorno), e la notte è più calma del giorno per via dell’assenza del sole. Così il flusso d’aria ritorna dentro, come una marea, al contrario di un’esondazione nel mondo esterno, e ciò avviene soprattutto all’alba: in quel momento, infatti, anche i venti, per natura, cominciano a soffiare. Dunque, se per caso all’interno la sorgente dei venti cambia direzione come nell’Euripo, a causa della grande massa essa genera un terremoto più violento. Inoltre i terremoti più violenti avvengono in quei luoghi in cui il mare è agitato o dove il terreno è poroso e cavernoso. Perciò hanno luogo nell’Ellesponto, in Acaia, in Sicilia e in certe località dell’Eubea: pare infatti che il mare s’infiltri sotto la terra: da una simile causa hanno origine le acque termali di Edepso. Nei suddetti luoghi i terremoti avvengono soprattutto a causa della loro strettezza: infatti il vento impetuoso anche a causa della grande massa di mare che si pone innanzi viene respinto sulla terra, lui che per natura soffia dalla terra. Quelle regioni che hanno zone sotterranee porose, potendo ricevere molto vento, sono scosse maggiormente. Per la stessa ragione i terremoti si verificano soprattutto in primavera e in autunno, durante le grandi piogge e in periodi di siccità: queste sono infatti le stagioni più sottoposte ai venti; l’estate e l’inverno, invece, questo per via del gelo, quella per la calura, causano immobilità: questo è troppo umido, quella troppo secca. Nei periodi di siccità l’aria è sottoposta ai venti, e infatti si ha siccità quando l’esalazione secca è maggiore di quella umida; durante le forti piogge, invece, l’aria genera una maggiore esalazione sotterranea e, avendo rinchiuso in luoghi angusti e costretto in uno spazio minore un’emissione tanto grande, man mano che le cavità si riempiono d’acqua, quando il vento comincia ad aver forza per aver pigiato una gran massa in un esiguo spazio, genera un moto violento sopraggiungendo come un flusso. Bisogna considerare che, come nel nostro corpo la forza rinchiusa del vento è la causa dei tremiti e delle pulsazioni, così anche nella terra il vento provoca fenomeni paragonabili, e qualche terremoto è simile ad un tremito, qualche altro ad un’oscillazione. Le prove di queste teorie sono disponibili alla quotidiana osservazione in diversi luoghi.
Quando un terremoto è intenso, non si interrompe subito né dopo una sola scossa, ma dapprima continua con frequenza per quaranta giorni, poi si manifesta negli stessi luoghi per uno o due anni. La causa della magnitudo è l’abbondanza di vento e la struttura degli spazi attraverso cui esso si trova a scorrere: laddove trovi resistenza e non penetri facilmente esso scuote con più forza e deve rimanere in luoghi accidentati, come acqua che non riesce a fluire. Perciò, proprio come nel corpo le palpitazioni non cessano subito né velocemente, ma gradualmente con l’affievolirsi dell’affezione, così ovviamente anche quel principio da cui ha origine l’esalazione e l’impulso del vento non consumano subito tutta l’energia con la quale hanno causato quel soffio che chiamiamo terremoto. Dunque, finché il resto di questa energia non si è consumato, necessariamente ci sono scosse, sempre più lievi finché l’esalazione non sia così piccola da non poter muovere la terra in modo sensibile. Il vento provoca dei rumori sotterranei che precedono i terremoti: ma già in qualche luogo ci sono stati rumori sotterranei senza successivi terremoti. Infatti, come l’aria emette ogni genere di rumori quando è percossa, così anche quando colpisce (non c’è nessuna differenza: ciò che percuote viene contemporaneamente percosso nella sua interezza). Il rumore precede la scossa perché è un elemento più sottile e perché il rumore passa attraverso ogni cosa più facilmente del vento. Ma quando il vento è troppo piccolo per scuotere la terra a causa della sua sottigliezza, non riesce a generare una scossa per colpa del facile traversamento, ma d’altra parte, scontrandosi con masse rigide e cave e con ogni sorta di struttura, emette suoni d’ogni tipo, tanto che pare che la terra ruggisca, come dicono gli scrittori di prodigi.
Dunque, quando il vento è abbondante muove la terra in orizzontale come un tremito; qualche volta, invece, in alcuni luoghi si ha come una palpitazione, dal basso in alto: raramente vibra in questo modo, perché non è facile che il principio motore si accumuli in così grande quantità, dal momento che l’esalazione è maggiore sulla superficie che in profondità. Dove si verifica un terremoto di questo tipo molte pietre vengono in superficie, come se sussultassero in canestri bacchici: in seguito ad un terremoto di questo genere furono sconvolte Sipilo, la cosiddetta pianura Flegrea e la regione dei Liguri. Nelle isole in mezzo al mare i terremoti si verificano meno che nelle terre vicine alla riva: infatti il volume del mare raffredda le esalazioni, le ostacola col suo peso e le respinge, e poi il mare dominato dai venti fluisce e non è scosso e a causa della grande estensione del luogo le esalazioni non si formano in direzione di esso, ma a partire da esso, e queste le accompagnano dalla terra. Le isole vicine al continente sono parte di esso: il mare che sta in mezzo non ha alcun effetto per via della sua piccolezza, ma non capita che quelle a largo si muovano senza l’intero mare da cui sono circondate. Dunque, riguardo ai terremoti, quale ne sia la natura, per quale causa avvengano e riguardo alle altre faccende che ne derivano si son dette all’incirca le cose più importanti.
Le cose che ho letto in giro sulle possibili cause indotte del terremoto di ieri (e del 20 maggio) in Emilia hanno un difetto narrativo: sono ripetitive, i responsabili sono sempre gli stessi, sono sempre occulti, come in un romanzo giallo di terza categoria (leggete le regole di Van Dine). Il difetto intellettivo lo lascio intendere attraverso questa enorme citazione composita di Aristotele che costituisce di fatto la sua teoria sismologica (Meteorologica, carptim 365a-370a e Problemata, 938a-b): se un uomo di simile intelligenza poteva elaborare simili sciocchezze, voi che vi credete di fare con quattro commenti su YouTube?
PS- Mandate un SMS al 45500, fate i bravi.
Il dio laico dei party
14 febbraio 2012 § 2 commenti
Quand’è che abbiamo cominciato a festeggiare? Quando ci è venuto in mente per la prima volta di fissare un punto nel cerchio dell’anno per celebrare un ricordo, una ricorrenza? Non perché, quando?
L’archeologia ci permette di risalire con buona approssimazione all’invenzione di molte scoperte umane: la scrittura, 3000 a.C.; l’astronomia, 2700 a.C.; etc. Ma sulla nascita del dio laico dei party non sappiamo dire niente: lo prendiamo così, senza farci troppe domande.
Natale, per esempio, lo sanno anche i bambini – letteralmente, a me lo hanno insegnato in seconda elementare – corrisponde sul calendario e simbolicamente alla festa romana del Sol invictus, in pratica l’ultimo giorno dell’anno in cui il buio superava la luce. Credo non si offenderà nessuno se accetto con tutte le persone intelligenti che la data di nascita del bambinello sia stata artificialmente sovrapposta alla celebrazione pagana. Per carità, potrebbe pure trattarsi di una fortunata coincidenza. Del resto, anche Isaac Newton è nato il venticinque dicembre. Anzi, il ventitré a voler prestare fede al calendario giuliano che in Inghilterra vigeva ancora nel milleseicento. Il ventitré, secondo il calendario giuliano, era pure l’ultimo giorno dei Saturnali.
I romani eran gente pragmatica, si sa, e a fine Dicembre, quando l’anno stava terminando e nei campi di lattuga e di battaglia non era più possibile scendere, si chiudevano in casa a bere, amoreggiare e far bisboccia. Così a Gennaio si smaltiva la sbornia ed entro fine Febbraio si era di nuovo pronti al tran-tran di guerre e orazioni. Ad Atene, invece, l’anno cominciava a Marzo, proprio perché le sbronze durassero un poco di più: se volevate la dimostrazione che i Greci hanno insegnato tutto alle civiltà successive, direi che questa pare sufficiente. A Marzo sboccia la pioggia e vien voglia di stare fuori, di stare sobri, ma prima c’era una festa per ogni parte della vendemmia, per il vino novello, per il vino invecchiato. Una volta ho scritto una tesina sul vino nell’antichità: ho scoperto che i Greci avevano più di cento tipi di coppa, altro che rubriche enogastronomiche del TG2. E certi giochi da simposio che non vi dico: il più semplice si chiamava bere amystì, cioè alla goccia, e vi lascio immaginare in cosa consistesse; un altro era indubbiamente il più agile connubio delle freccette con il bere, cioè il cottabo, che si giocava lanciando il fondo del bicchiere contro un vassoio. Poi ci si sputazzava addosso, si scherzava, si lanciavano vivande da prendere al volo (questo era particolarmente pericoloso): ma qui parliamo di faccende da ricconi, borghesia ateniese allo sbaraglio. Il grosso delle bevute per gli Ateniesi si facevano alle feste Lenee, progenitrici delle nostre feste campagnole e probabilmente più simili a quelle che ai festival teatrali o cinematografici di oggi. Perché magari lo sapevate già, ma durante queste feste invernali piene di cibo vino e sesso si mettevano in scena le commedie, quelle più satiriche e piene di sconcezze. Ora potete capire come mai tante oscenità messe in scena: un pubblico di sbronzi raffreddati.
A proposito, scena è una parola greca che significa tenda (non il sipario, una specie di canadese montata a fondo-ehm-scena per rappresentare il palazzo o la piazza cittadina), ma noi oggi diciamo più spesso palco. Anche palco vuol dire tenda, in longobardo però. Palcoscenico è la più inveterata delle ridondanze e una delle più dure a morire, insomma.
Ma torniamo alle cose divertenti. Gennaio, Febbraio, Marzo (anche un pezzo di Dicembre) erano i mesi della libertà, dei party, dei festini, delle festone. Più o meno alla metà di questa splendida stagione, smaltite le sbronze, data un’occhiata a chi ci si ritrova sul proprio letto, un po’ dappertutto nel mondo antico si cominciava a pensare a Venere (o Afrodite): per questo, ad esempio, il quindici Febbraio si tenevano a Roma i Lupercali, una complicatissima festa della fertilità che, per dire, non aveva mai capito nemmeno Plutarco, uno pronto a razionalizzare tutto. Oltre ai vari sacrifici e spargimenti di sangue, una tradizione esigeva che gli uomini producessero con la pelle dei capri sgozzati una specie di scudiscio e con questo battessero le mani e il ventre delle donne che volevano trovare marito o avere un figlio. Qualche secolo dopo, in virtù di presunti miracoli fatti a beneficio di giovani amanti, i cristiani adagiarono la festa di un martire decollato, san Valentino da Terni, sopra il quindici febbraio – poi retrocesso di un giorno. Ecco quando è nata la celebrazione di san Valentino, e a questo punto viene da chiedersi quando gli uomini smisero di donare frustate e cominciarono con le rose: non perché, quando.
Che poi, pure la storia delle rose nate dal pistolino reciso di Urano, meriterebbe il suo spazio. Ma ve lo risparmio, buone frustate.
Senecazzi miei
29 luglio 2011 § Lascia un commento

come hai detto, scusa?
Una volta un tipo molto saggio, che di nome faceva Lucio, ma tutti conoscono come Seneca, scrisse una serie di lettere a Lucilio, che era poi suo nipote, per fare quelle tipiche cose che fa un saggio, tipo dare consigli su come vivere, e dire le tipiche cose che dice uno zio, stupende banalità sul senso della vita: senti un po’ qui che bella frase,
“gran parte della vita la passiamo facendo del male, la maggior parte non facendo niente, tutta la vita facendo altro”.
Altro, capito? Aliud e basta, si capisce subitum! Ora ditemi un po’ se oggi Seneca non sarebbe un blogger coi fiocchi, che lui ci provava gusto a citare e farsi citare, amava le sententiae, come si diceva allora. Invece niente, a Roma internet non prendeva bene ed è un peccato, perché il mondo antico a un certo punto ha disimparato a produrre una letteratura degna di questo nome – colpa dei cristiani, dicono, ma questa è un’altra storia. Ma soprattutto, per la gran consapevolezza che Basta, il meglio l’abbiamo dato. Facciamo un po’ di ordine, grossomodo fra il duecento e il cinquecento, tanta brava gente che magari avrebbe potuto dire la sua si mise in testa di riassumere i classici – che erano tali già al tempo dei classici – e raccogliere informazioni disorganiche in repertori ed enciclopedie fatte quasi solo di citazioni. Insomma, se internet fosse esistito millecinquecento anni fa, probabilmente oggi useremmo Tumblerum e Vicipaedia (quella c’è veramente). A lezione di latino, a scuola, forse ci ritroveremmo a tradurre lo struggente romanzo di un povero puer intento a vergare il suo primo struggente papiro facendo il giro delle case editrici. E invece no (peccato, eh), per arrivare a questo cliché c’è stato bisogno di un’altra quindicina di secoli di sensi di colpa mal gestiti, per non parlare di migliori e più economiche bevande alcoliche.
La letteratura era una faccenda diversa, fatta di adesioni e ricusazioni di generi letterari ben stabiliti. Non è che uno potesse prendere penna e calamo e insozzare la carta senza una ragione precisa. Per dire, ora non ho controllato ma fidatevi, ego credo sia una delle parole meno attestate, fra i pronomi. Scrivere significava essere scrittura, cioè parte di una tradizione, da rispettare o da infrangere, ma comunque già allora nessun uomo era un’insula, un aforisma che in latino suona anche meglio se si considera che la stessa parola significa isola e isolato, nel senso di block.
Un mio professore una volta disse che ogni letteratura prende le mosse da una letteratura precedente, salvo la prima letteratura, che però non ci è dato di conoscere. Ogni volta che penso a questa giustissima ovvietà penso alla prima volta che comprai un dizionario etimologico. Non so voi, ma quando ho tra le mani un nuovo libro devo fare almeno un paio di cose: se è un romanzo, leggo l’ultimo paragrafo; se è un saggio, spulcio l’indice; se è un dizionario, cerco una voce ben specifica, perlopiù una parolaccia. Con il dizionario etimologico, non so perché, mi son fiondato a controllare l’etimologia di Etimo, cioè origine, da cui la parola etimologia, appunto: c’era scritto “Etimo, parola di etimo oscuro”.
I meccanismi scrutabilissimi della sorte, visti da qui, sono una delle cose più divertenti della vita, se hai del tempo da buttare e non hai uno zio che ti rompe le scatole.
—
Questo pezzo doveva uscire “per un’altra roba” e lo rimetto qui, così, un bel po’ dopo la maturità, per ricordarci che Seneca ha scritto anche robe più pese che non i soliti richiami reazionari alla virtù, che fosse per le commissioni ministeriali i latini non avrebbero prodotto altro.
Come postilla, Seneca è un nome che in qualche modo è sopravvissuto nei dialetti italiani, dove sta a significare “uomo saggio”, “anziano signore” o anche “vecchio mingherlino”. Tutto, dicono, grazie a quel busto là sopra, che però non ritrae Seneca, ma un pescatore. Il caso, il tempo da perdere, eh.
Ex. Ergo.
10 settembre 2010 § Lascia un commento
uh?
Dovevo scrivere duemila battute sulla sfortuna, ma il cane me le ha mangiate, compresi gli a-capo e le spaziature.
Anche Robert Stevenson una volta andò dalla maestra per dirle che il cane gli aveva mangiato il Dottor Jekyll e Mr. Hyde. Il cane era la moglie. “Ma dove pensi di andare, con tutta la cocaina che prendi?” disse il cane, e quindi diede fuoco al manoscritto. Non avevano ancora inventato l’intervention, ai tempi. Robert Louis non reagì bene: piatti vittoriani che si schiantavano, calamai sul pavimento, bovindi come se piovesse su tutto l’Impero Britannico. Poi si calmò, si rifece una superbotta e scrisse da capo l’intero romanzo, in una notte.
Secondo le intenzioni dell’autore l’esergo recitava “suca”, ma la maestra non glielo fece passare. Tranquillo, Robert, te l’ho meta-concesso io.
[seguiva un post che mi è stato mangiato dal cane]
Questo esergo, o exergon, è stato scartato dal mio intervento per la seconda, stupenda, iniziativa letteraria di Barabba, il blog più ingiustamente escluso dai Macchianera Blog Award.
I cosa?
Ecco.
A proposito di blogger, domenica 26 settembre, a Riva del Garda (dove? spero sulla costa lacustre) l’ingegner Marco Manicardi spiega come funziona questa storia degli e-book. Ci saremo anche io e due amici, persone che spesso e volentieri vincono l’internet, per parlare di una cosa che è impaziente di mostrarsi. Voi venite, che si leggono dei gran pezzi di letteratura.
Di cosa?
Fidati, vieni su in Trentino.
Rete a strascico
27 aprile 2010 § Lascia un commento
Le cose non sono le cose che sono, ma la rete a strascico che se le porta dietro. Le cose sono lo strascico, e lo strascico ha pane, suono, aria, voci, pagine, accordi, pixel.
Un giorno la fonderemo, quella casa editrice con dentro tutta, ma proprio tutta, la gente dell’internet che ci piace, la casa editrice della rete a strascico. E quel giorno faremo davvero il botto, in alto o in basso che sia, fuoco d’artificio o gavettone spetasciato che sia.
E niente, sabato a Carpi c’è stata una cosa bella. Il giorno dopo, pure. Poi torni in Brianza e per le mani ti capitano un grambellìbro e un grambeldìsco, più lo strascico, ovviamente, così ti addormenti in un sogno, una volta tanto, anziché risvegliartici.
PS- Tutto questo lo dobbiamo, noi dello strascico, all’ingegner Marco Manicardi.
Non canto più, lo giuro
28 marzo 2010 § 2 commenti
Poi puoi fare come vuoi.







