Il dio laico dei party
febbraio 14th, 2012 § 2 commenti
Quand’è che abbiamo cominciato a festeggiare? Quando ci è venuto in mente per la prima volta di fissare un punto nel cerchio dell’anno per celebrare un ricordo, una ricorrenza? Non perché, quando?
L’archeologia ci permette di risalire con buona approssimazione all’invenzione di molte scoperte umane: la scrittura, 3000 a.C.; l’astronomia, 2700 a.C.; etc. Ma sulla nascita del dio laico dei party non sappiamo dire niente: lo prendiamo così, senza farci troppe domande.
Natale, per esempio, lo sanno anche i bambini – letteralmente, a me lo hanno insegnato in seconda elementare – corrisponde sul calendario e simbolicamente alla festa romana del Sol invictus, in pratica l’ultimo giorno dell’anno in cui il buio superava la luce. Credo non si offenderà nessuno se accetto con tutte le persone intelligenti che la data di nascita del bambinello sia stata artificialmente sovrapposta alla celebrazione pagana. Per carità, potrebbe pure trattarsi di una fortunata coincidenza. Del resto, anche Isaac Newton è nato il venticinque dicembre. Anzi, il ventitré a voler prestare fede al calendario giuliano che in Inghilterra vigeva ancora nel milleseicento. Il ventitré, secondo il calendario giuliano, era pure l’ultimo giorno dei Saturnali.
I romani eran gente pragmatica, si sa, e a fine Dicembre, quando l’anno stava terminando e nei campi di lattuga e di battaglia non era più possibile scendere, si chiudevano in casa a bere, amoreggiare e far bisboccia. Così a Gennaio si smaltiva la sbornia ed entro fine Febbraio si era di nuovo pronti al tran-tran di guerre e orazioni. Ad Atene, invece, l’anno cominciava a Marzo, proprio perché le sbronze durassero un poco di più: se volevate la dimostrazione che i Greci hanno insegnato tutto alle civiltà successive, direi che questa pare sufficiente. A Marzo sboccia la pioggia e vien voglia di stare fuori, di stare sobri, ma prima c’era una festa per ogni parte della vendemmia, per il vino novello, per il vino invecchiato. Una volta ho scritto una tesina sul vino nell’antichità: ho scoperto che i Greci avevano più di cento tipi di coppa, altro che rubriche enogastronomiche del TG2. E certi giochi da simposio che non vi dico: il più semplice si chiamava bere amystì, cioè alla goccia, e vi lascio immaginare in cosa consistesse; un altro era indubbiamente il più agile connubio delle freccette con il bere, cioè il cottabo, che si giocava lanciando il fondo del bicchiere contro un vassoio. Poi ci si sputazzava addosso, si scherzava, si lanciavano vivande da prendere al volo (questo era particolarmente pericoloso): ma qui parliamo di faccende da ricconi, borghesia ateniese allo sbaraglio. Il grosso delle bevute per gli Ateniesi si facevano alle feste Lenee, progenitrici delle nostre feste campagnole e probabilmente più simili a quelle che ai festival teatrali o cinematografici di oggi. Perché magari lo sapevate già, ma durante queste feste invernali piene di cibo vino e sesso si mettevano in scena le commedie, quelle più satiriche e piene di sconcezze. Ora potete capire come mai tante oscenità messe in scena: un pubblico di sbronzi raffreddati.
A proposito, scena è una parola greca che significa tenda (non il sipario, una specie di canadese montata a fondo-ehm-scena per rappresentare il palazzo o la piazza cittadina), ma noi oggi diciamo più spesso palco. Anche palco vuol dire tenda, in longobardo però. Palcoscenico è la più inveterata delle ridondanze e una delle più dure a morire, insomma.
Ma torniamo alle cose divertenti. Gennaio, Febbraio, Marzo (anche un pezzo di Dicembre) erano i mesi della libertà, dei party, dei festini, delle festone. Più o meno alla metà di questa splendida stagione, smaltite le sbronze, data un’occhiata a chi ci si ritrova sul proprio letto, un po’ dappertutto nel mondo antico si cominciava a pensare a Venere (o Afrodite): per questo, ad esempio, il quindici Febbraio si tenevano a Roma i Lupercali, una complicatissima festa della fertilità che, per dire, non aveva mai capito nemmeno Plutarco, uno pronto a razionalizzare tutto. Oltre ai vari sacrifici e spargimenti di sangue, una tradizione esigeva che gli uomini producessero con la pelle dei capri sgozzati una specie di scudiscio e con questo battessero le mani e il ventre delle donne che volevano trovare marito o avere un figlio. Qualche secolo dopo, in virtù di presunti miracoli fatti a beneficio di giovani amanti, i cristiani adagiarono la festa di un martire decollato, san Valentino da Terni, sopra il quindici febbraio – poi retrocesso di un giorno. Ecco quando è nata la celebrazione di san Valentino, e a questo punto viene da chiedersi quando gli uomini smisero di donare frustate e cominciarono con le rose: non perché, quando.
Che poi, pure la storia delle rose nate dal pistolino reciso di Urano, meriterebbe il suo spazio. Ma ve lo risparmio, buone frustate.
Senecazzi miei
luglio 29th, 2011 § Lascia un commento

come hai detto, scusa?
Una volta un tipo molto saggio, che di nome faceva Lucio, ma tutti conoscono come Seneca, scrisse una serie di lettere a Lucilio, che era poi suo nipote, per fare quelle tipiche cose che fa un saggio, tipo dare consigli su come vivere, e dire le tipiche cose che dice uno zio, stupende banalità sul senso della vita: senti un po’ qui che bella frase,
“gran parte della vita la passiamo facendo del male, la maggior parte non facendo niente, tutta la vita facendo altro”.
Altro, capito? Aliud e basta, si capisce subitum! Ora ditemi un po’ se oggi Seneca non sarebbe un blogger coi fiocchi, che lui ci provava gusto a citare e farsi citare, amava le sententiae, come si diceva allora. Invece niente, a Roma internet non prendeva bene ed è un peccato, perché il mondo antico a un certo punto ha disimparato a produrre una letteratura degna di questo nome – colpa dei cristiani, dicono, ma questa è un’altra storia. Ma soprattutto, per la gran consapevolezza che Basta, il meglio l’abbiamo dato. Facciamo un po’ di ordine, grossomodo fra il duecento e il cinquecento, tanta brava gente che magari avrebbe potuto dire la sua si mise in testa di riassumere i classici – che erano tali già al tempo dei classici – e raccogliere informazioni disorganiche in repertori ed enciclopedie fatte quasi solo di citazioni. Insomma, se internet fosse esistito millecinquecento anni fa, probabilmente oggi useremmo Tumblerum e Vicipaedia (quella c’è veramente). A lezione di latino, a scuola, forse ci ritroveremmo a tradurre lo struggente romanzo di un povero puer intento a vergare il suo primo struggente papiro facendo il giro delle case editrici. E invece no (peccato, eh), per arrivare a questo cliché c’è stato bisogno di un’altra quindicina di secoli di sensi di colpa mal gestiti, per non parlare di migliori e più economiche bevande alcoliche.
La letteratura era una faccenda diversa, fatta di adesioni e ricusazioni di generi letterari ben stabiliti. Non è che uno potesse prendere penna e calamo e insozzare la carta senza una ragione precisa. Per dire, ora non ho controllato ma fidatevi, ego credo sia una delle parole meno attestate, fra i pronomi. Scrivere significava essere scrittura, cioè parte di una tradizione, da rispettare o da infrangere, ma comunque già allora nessun uomo era un’insula, un aforisma che in latino suona anche meglio se si considera che la stessa parola significa isola e isolato, nel senso di block.
Un mio professore una volta disse che ogni letteratura prende le mosse da una letteratura precedente, salvo la prima letteratura, che però non ci è dato di conoscere. Ogni volta che penso a questa giustissima ovvietà penso alla prima volta che comprai un dizionario etimologico. Non so voi, ma quando ho tra le mani un nuovo libro devo fare almeno un paio di cose: se è un romanzo, leggo l’ultimo paragrafo; se è un saggio, spulcio l’indice; se è un dizionario, cerco una voce ben specifica, perlopiù una parolaccia. Con il dizionario etimologico, non so perché, mi son fiondato a controllare l’etimologia di Etimo, cioè origine, da cui la parola etimologia, appunto: c’era scritto “Etimo, parola di etimo oscuro”.
I meccanismi scrutabilissimi della sorte, visti da qui, sono una delle cose più divertenti della vita, se hai del tempo da buttare e non hai uno zio che ti rompe le scatole.
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Questo pezzo doveva uscire “per un’altra roba” e lo rimetto qui, così, un bel po’ dopo la maturità, per ricordarci che Seneca ha scritto anche robe più pese che non i soliti richiami reazionari alla virtù, che fosse per le commissioni ministeriali i latini non avrebbero prodotto altro.
Come postilla, Seneca è un nome che in qualche modo è sopravvissuto nei dialetti italiani, dove sta a significare “uomo saggio”, “anziano signore” o anche “vecchio mingherlino”. Tutto, dicono, grazie a quel busto là sopra, che però non ritrae Seneca, ma un pescatore. Il caso, il tempo da perdere, eh.
Ex. Ergo.
settembre 10th, 2010 § Lascia un commento
uh?
Dovevo scrivere duemila battute sulla sfortuna, ma il cane me le ha mangiate, compresi gli a-capo e le spaziature.
Anche Robert Stevenson una volta andò dalla maestra per dirle che il cane gli aveva mangiato il Dottor Jekyll e Mr. Hyde. Il cane era la moglie. “Ma dove pensi di andare, con tutta la cocaina che prendi?” disse il cane, e quindi diede fuoco al manoscritto. Non avevano ancora inventato l’intervention, ai tempi. Robert Louis non reagì bene: piatti vittoriani che si schiantavano, calamai sul pavimento, bovindi come se piovesse su tutto l’Impero Britannico. Poi si calmò, si rifece una superbotta e scrisse da capo l’intero romanzo, in una notte.
Secondo le intenzioni dell’autore l’esergo recitava “suca”, ma la maestra non glielo fece passare. Tranquillo, Robert, te l’ho meta-concesso io.
[seguiva un post che mi è stato mangiato dal cane]
Questo esergo, o exergon, è stato scartato dal mio intervento per la seconda, stupenda, iniziativa letteraria di Barabba, il blog più ingiustamente escluso dai Macchianera Blog Award.
I cosa?
Ecco.
A proposito di blogger, domenica 26 settembre, a Riva del Garda (dove? spero sulla costa lacustre) l’ingegner Marco Manicardi spiega come funziona questa storia degli e-book. Ci saremo anche io e due amici, persone che spesso e volentieri vincono l’internet, per parlare di una cosa che è impaziente di mostrarsi. Voi venite, che si leggono dei gran pezzi di letteratura.
Di cosa?
Fidati, vieni su in Trentino.
Rete a strascico
aprile 27th, 2010 § Lascia un commento
Le cose non sono le cose che sono, ma la rete a strascico che se le porta dietro. Le cose sono lo strascico, e lo strascico ha pane, suono, aria, voci, pagine, accordi, pixel.
Un giorno la fonderemo, quella casa editrice con dentro tutta, ma proprio tutta, la gente dell’internet che ci piace, la casa editrice della rete a strascico. E quel giorno faremo davvero il botto, in alto o in basso che sia, fuoco d’artificio o gavettone spetasciato che sia.
E niente, sabato a Carpi c’è stata una cosa bella. Il giorno dopo, pure. Poi torni in Brianza e per le mani ti capitano un grambellìbro e un grambeldìsco, più lo strascico, ovviamente, così ti addormenti in un sogno, una volta tanto, anziché risvegliartici.
PS- Tutto questo lo dobbiamo, noi dello strascico, all’ingegner Marco Manicardi.
Non canto più, lo giuro
marzo 28th, 2010 § 2 commenti
Poi puoi fare come vuoi.




