A place to call my own
febbraio 16th, 2012 § Lascia un commento
La casa dove abito ora è la quinta della mia vita – in realtà la sesta, ma della prima a Cittaducale (RI) non ricordo niente, quindi non vale.
Un anno fa ci vivevano mio fratello e la sua ragazza: pulendola hanno trovato questa cosa appartenuta al precedente inquilino, un oggetto di cui non farò il nome per non attirare la gente sbagliata su questo blog. L’abbiamo buttata in un cestino per strada, la cosa, perché gli agenti governativi che ci spiano non si facessero un’idea sbagliata della mia famiglia frugando nella nostra spazzatura.
Ora ci sto io, in questa casa, e non sono ancora riuscito a darle un aspetto che mi somigli: quale eredità lascerò al prossimo inquilino? Qualcosa di vagamente comparabile, in termini astratti, a questa cosa? Non so, il fatto che abbia un camino che uso come inceneritore di carta e rifiuti organici non credo conti, se non per gli agenti governativi che probabilmente si staranno chiedendo di che cosa mi stia nutrendo: comunque su Personal Report parlo di gente che riprende delle case un po’ strane in modo piuttosto figo.
PS- Ora ci son dentro, a Personal Report – anche se questo post porta ancora l’etichetta “Guest”. Se non avete mai visitato quel sito, non potete sapere che onore sia (ho già aggiornato la mia firma sotto le email). Se sapete che onore sia, appuntatemi una coccarda sul petto.
S’inizia
gennaio 24th, 2012 § Lascia un commento
Da oggi pomeriggio comincio una cosa nuova: ha a che fare con la scrittura e con la musica, è pagata (per così dire) e ne sono piuttosto entusiasta. Niente che possa farvi leggere qui, niente che possa linkare, ma fate il tifo per me, ché vorrei camparne.
Questo, invece, è un link a Personal Report: potete leggere e dirmi se avete capito qualcosa, almeno voi.
\m/
Ancora una delle mie cose preferite
novembre 17th, 2011 § Lascia un commento

Questa settimana mi è capitato di ammalarmi: uno di quei virus con la passione per le espulsioni, niente di che. Sotto le coperte pensavo solo alla morte imminente, ma oggi mi è venuto da pensare alla mole enorme di cose in sospeso che un’influenza riusciva a mettermi in grado di fare, una quindicina di anni fa. Una volta ho letto tutta la trilogia di Guerre Stellari (esistono dei romanzi, materiale da fan terminale o da lettore imbecille) e ho fatto in tempo anche a guardarmela. Un’altra volta ho risolto tutta la mia collezione di Wally comprati in giro per il mondo. Non mi capitava mai di ciondolare: quella era un’azione da sani, e devo dire che ancora mi attengo a questa linea di condotta. Se con l’abbonamento di Topolino arrivava prima di Natale una videocassetta, aspettavo un’influenza per stendermi in salotto a guardare raccolte a tema musicale o monografiche (ammetto che, definite così, appaiono molto più noiose di quanto non fossero): roba degli anni d’oro di Hollywood, come se ne capissi il valore intrinseco, mi lasciava a bocca aperta con facilità. E le colonne sonore erano una tempesta nella credenza di pentole percosse e battiti accelerati. Mi misi in testa, poi, di imparare a suonare e lo feci, appena prima dell’adolescenza, con esito comunque modesto. Quanto era facile impegnarsi, sotto le coperte.
La domanda dell’isola deserta è un esercizio retorico troppo facile per chi traduce Valerio Massimo e Seneca da più di dieci anni: attraverso l’espediente narrativo, si proietta nell’ambito della fantasia una domanda ben più cinica, “vuoi più bene a mamma o a papà?”. Quello di buttare giù dalla torre è un passo successivo che nasconde, dietro una banale scelta di campo (“buttare” e non “salvare”), una particella d’astio che non mi interessa. Oggi vanno le classifiche, pacifica area di sosta degli indecisi. Visto che nessuno mi costringe, io non scelgo. Ma se avessi un baule da portare in viaggio, prima di raggiungere l’eremo isolano, forse ci porterei una di quelle videocassette Disney, e probabilmente schiaccerei tanti repeat su questo capolavoro qui.
Un Berto
marzo 25th, 2011 § Lascia un commento
Un giorno lo scriverò, il libro che racconta delle cose che avrei dovuto fare, e non ho fatto, e delle cose che ho fatto al posto di quelle che avrei dovuto fare, e non ho fatto. Un giorno.
Intanto però prendo tempo, faccio un giro. Anche oggi dovrei fare qualcos’altro e non l’ho fatto. Dovrei visitare un museo della Resistenza, per diverse ottime ragioni. Invece ne basta una buona, di ragione, ma anche una mediocre o schifosissima, per mandare all’aria i propri piani giornalieri. Basta la primavera e un motorino appena riparato. Sarà dalla terza liceo che lo sgorbio non parte senza una buona spedalata alla batteria, e questo mi convince a deviare e ignorare la stazione di Monza per la millesima volta.
La strada di casa mia è un delirio di bianco e rosa susino, perché la natura lo fa sempre apposta a fomentare l’entropia, come quando gli ormoni ti sparigliano il cuore.
Quando uno non fa quello che avrebbe dovuto fare è essenziale trovare un buon nascondiglio. Come quando si bigia a scuola: l’ho fatto una sola volta, io, e il mio covo scelto frettolosamente mi deluse al punto da convincermi che in fondo l’interrogazione di fisica sarebbe stata meglio. Quando ti nascondi da un obbligo, i sensi di colpa pulsano forte e devi assicurarti di aver trovato la condizione ideale per scacciarli. Una frase che dicono spesso nei film, poi, è “nascondersi in piena luce”, cioè rifugiarsi dove tutti se l’aspetterebbero e, proprio per questo, perché questi tutti ti reputano più intelligente della media, nessuno verrà mai a cercarti. Coi sensi di colpa funziona uguale.
La cappella espiatoria di Umberto I sul vialone della Villa è un nascondiglio in piena luce. Il tuo senso di colpa repubblicano e anarcoide non ti troverà mai laggiù. Quando arrivo noto due graffiti: dicono “W Bresci!”. Allora penso a una cosa che un amico mi scrisse per provocarmi il giorno del centodecimo anniversario del regicidio. Diceva che secondo una leggenda un giovane Mussolini si recò qui alla cappella ad omaggiare i rivoluzionari di ogni tempo, scrivendo su un muro “monumento a Gaetano Bresci”.
Ovvio, pensavo.
Coglione, aggiungevo.
Un vero anarchico non farebbe mai uno sgarbo del genere. Per prima cosa, perché il vero monumento a Bresci si trova a Carrara e lì ben ci sta. In secondo luogo, perché un brav’uomo non profanerebbe mai un monumento che in qualche modo esprime un dolore legittimo. Io, che sono pacifico e forse un po’ cattolico, dico che Umberto era pur sempre un essere umano coi suoi difetti e i suoi affetti: oggi vengo qui a difendere la sua memoria, per non farmi scovare dai sensi di colpa. Dicono alcuni storici pruriginosi che se Umberto non avesse fatto visita alla sua locale amante, e quindi non si fosse levato di dosso il giubbottino antiproiettile che portava sempre durante le sfilate, il colpo di Bresci non sarebbe stato mortale. In pratica, dicono i pruriginosi, Umberto è caduto vittima più delle pulsioni lussuriose che dei colpi di Bava-Beccaris. In sostanza, Umberto aveva fatto quello che non avrebbe dovuto, e viceversa, rifugiandosi tra gambe di una donna, come il più banale dei maschi.
Sotto i piedi mi scrocchiano legnetti di varia misura. Penso alle mie teorie aristoteliche di bimbo dell’asilo. All’asilo, non si capisce come, era sempre marzo. Forse i pisolini pomeridiani duravano stagioni intere, forse sono stato vittima di qualche esperimento di criogenetica. In ogni caso, nel cortile primaverile del mio prefabbricato prescolastico il mio hobby principale era la paleontologia dei legnetti. Ero convinto, allora, che i legnetti più piccoli fossero nient’altro che fossili di vermetti, mentre quelli più spessi fossili di cacche. Lo diceva anche la pubblicazione settimanale che mamma mi comprava in edicola, che le cacche dei dinosauri si sono trasformate in coproliti, che significa sassi di cacca. Pensavo, allora, che lo stadio intermedio fra la cacca e la pietra dovesse essere il legno. Scricchiolano cacche fossili sotto i miei piedi, mentre come un pensionato mi nascondo dalla (tarda) adolescenza passeggiando verso l’alta croce sabauda. Questo monumento, mi dico, non ha proprio senso. Sotto la croce c’è una riproduzione bronzea della Pietà di Michelangelo, accanto agli scalini poco trionfali delle corone, sempre bronzee, dedicate alla memoria del re adultero da città e province lontane da qui (mi pare di leggere Ferrara, boh). In fondo anche il cattivo gusto significa porre qualcosa dove non dovrebbe essere posto.
Finisco una sigaretta e monto sopra il mio motorino. Il sellino è caldo di irradiazioni solari e il mio culo sta dove non dovrebbe stare, come i legnetti, le bigiate, Umberto, le mie dita sui tasti e questa maledetta testa bacata. Certo, però, avviare il motore di colpo senza dover spedalare valeva bene un altro senso di colpa da aggiungere alla mia collezione.
Ex. Ergo.
settembre 10th, 2010 § Lascia un commento
uh?
Dovevo scrivere duemila battute sulla sfortuna, ma il cane me le ha mangiate, compresi gli a-capo e le spaziature.
Anche Robert Stevenson una volta andò dalla maestra per dirle che il cane gli aveva mangiato il Dottor Jekyll e Mr. Hyde. Il cane era la moglie. “Ma dove pensi di andare, con tutta la cocaina che prendi?” disse il cane, e quindi diede fuoco al manoscritto. Non avevano ancora inventato l’intervention, ai tempi. Robert Louis non reagì bene: piatti vittoriani che si schiantavano, calamai sul pavimento, bovindi come se piovesse su tutto l’Impero Britannico. Poi si calmò, si rifece una superbotta e scrisse da capo l’intero romanzo, in una notte.
Secondo le intenzioni dell’autore l’esergo recitava “suca”, ma la maestra non glielo fece passare. Tranquillo, Robert, te l’ho meta-concesso io.
[seguiva un post che mi è stato mangiato dal cane]
Questo esergo, o exergon, è stato scartato dal mio intervento per la seconda, stupenda, iniziativa letteraria di Barabba, il blog più ingiustamente escluso dai Macchianera Blog Award.
I cosa?
Ecco.
A proposito di blogger, domenica 26 settembre, a Riva del Garda (dove? spero sulla costa lacustre) l’ingegner Marco Manicardi spiega come funziona questa storia degli e-book. Ci saremo anche io e due amici, persone che spesso e volentieri vincono l’internet, per parlare di una cosa che è impaziente di mostrarsi. Voi venite, che si leggono dei gran pezzi di letteratura.
Di cosa?
Fidati, vieni su in Trentino.


