VIT CHRONICLES #16 – Il numero di Playboy con Stephanie Seymour (Bastonate/Barabba Edizioni)

settembre 26th, 2011 § Lascia un commento

Il numero di Playboy con Stephanie Seymour uscì nell’autunno del 1988 e si è impossessato del nostro immaginario -ma soprattutto della nostra pubertà disagiata- per molti anni successivi. Quello che conta e che non sapevamo è che di lì a poco avremmo smesso di usurare quelle pagine perché qualcosa di ancora più grosso e meno stropicciato ci avrebbe tumulato -di nuovo ma non più in silenzio per sentire se arrivava qualcuno- nelle nostre camere: nello stesso anno i Nirvana nascevano con una formazione stabile. Il 24 settembre di vent’anni fa la Geffen faceva uscire il loro secondo album di studio. “Da lì in poi i Nirvana diventeranno un fenomeno di costume, un’ideologia e un luogo comune della cultura pop degli anni Novanta”. Bastonate, il nostro blog-di-musica-pesa preferito, e Barabba Edizioni pubblicano in ebook -disponibile in formato EPUB e PDF, con la copertina di Giudit- un libro su come eravamo belli e sfigati a quei tempi, un (possibile) tributo a Nevermind fatto di ricordi, storie sparse, “la prima volta che”, i negozi di dischi, il bus che ci portava a scuola, la vacanza studio a Londra, In Utero, le fanzine punk, le riviste metal e il numero di Playboy con Stephanie Seymour, appunto. Quello che segue è il nostro “centone”, un remix dei ricordi de Il numero di Playboy con Stephanie Seymour. Una storia che potrebbe essere quella di tanti altri, e di altri ancora. Dentro ci siamo anche noi. Un po’ più vecchi, emozionati come quel giorno e ancora maledettamente belli.
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Inventaria

giugno 4th, 2011 § Lascia un commento

Non esco di casa quasi più. E, quando esco, mi preoccupo accuratamente di percorrere strade che conosco bene, le più brevi possibili, per raggiungere il negozio o l’ufficio postale che mi interessa. Poi, ritorno subito al punto d’origine e cerco di non riuscirvi per un bel pezzo ancora. Un amico di vecchia data mi ha detto che non posso vivere così, ma io credo di essere ancora ben lontano da una situazione irreparabile.

Su internet trovo tutto quello che mi serve sapere. Per esempio ho trovato due parole, hikikomori e disposofobia, che secondo l’amico di vecchia data mi si attagliano alla perfezione.

Sto bene anche fuori, per carità, ma dentro sto meglio. Da qualche anno ho cominciato a costruirmi da solo quasi ogni cosa. Proprio adesso torno dalla cantina, per esempio, il che si può anche definire un viaggio fuori di casa. Per qualche motivo, nella mia cantina, e immagino anche nelle cantine altrui, si trovano un sacco di vecchi ventilatori. Li ho ereditati dai precedenti inquilini del mio appartamento, quindi non mi ritengo responsabile di averli custoditi per una qualche mania. Non sono un accumulatore compulsivo, no, mi accontento di quello che avanza da acquisti o prestiti o doni usati a metà. Riciclo.

Ho scoperto che da un vecchio ventilatore di plastica posso ricavare molti pezzi utili. L’utilità, poi, è una qualità universale degli oggetti, e come tale non subisce mai la corruzione del tempo. Un motore di un ventilatore, per esempio, potrà sempre tornare utile per qualcosa. E se non utile, almeno interessante. E l’interesse, a ben vedere, è una qualità ancora più trascendentale. Almeno, mi pare.

Ho preso dal cassetto della cucina una vecchia frusta di plastica che non usavo più. Mi ero abituato alla frusta elettrica prestata da mia mamma il giorno del trasloco e mai più chiesta indietro. Ora la frusta elettrica è rotta, e siccome non son buono a riparare congegni elettrici, ma posso immaginare senza sforzo come assemblarli, sto costruendo una frusta elettrica con quel che ho trovato in giro. Ho aperto il motore del ventilatore, l’ho spolverato con cura, ne ho oliato i meccanismi con gli avanzi di una boccetta di petrolio trovata in soffitta. Mentre facevo queste operazioni, ho pensato che il mio progetto amanuense poteva pure essere più ambizioso. Così ho raccattato una scodella molto grande, altri utensili da cucina, e ho cominciato a progettare un vero e proprio robot da cucina. Gli appunti per questi progetti li traccio sui fogli che ho accumulato quand’ero più giovane e avevo sempre voglia di scrivere poesie. Erano poesie orribili, perché parlavano sempre di me stesso come una persona autocompiaciuta, quindi orribile ma in realtà bellissima. Mi immaginavo come una miniera di minerali purissimi, con un sacco di lavoro sporco da fare e di scoramento, ma alla fine piena di soddisfazioni e arricchimento. Ora mi immagino piuttosto come una casa nella quale qualcuno di cui non ho memoria ha lasciato in dono oggetti riutilizzabili e un po’ di spazio per assemblarli. Ho tenuto da parte cinque chili di carta forata per una vecchia stampante ad aghi che dev’essere ancora da qualche parte. Un giorno, penso, potrei stamparci un libro. Sarebbe simpatico, credo, mi troverebbero molto originale. Io, comunque, non ci spenderei molto, perciò avverto il rischio di sentirmi un furbo. Ma questo si vedrà.

Un’amica mi ha insegnato a ricavare facilmente dalle piante qualsiasi genere di cataplasma, ma non ho troppa voglia di impegnarmi, e mi pare già che far sopravvivere due inverni una pianta di prezzemolo sia stupefacente. Tuttavia continuo a coltivare per quel che posso, uscendo di casa il meno possibile. Per rinnovare il terriccio ad esempio ho un mio metodo, che ancora attende un esito sperimentale. Lo faccio da quasi un anno ormai. Se sbuccio una banana, se mangio una pesca, se mi taglio la barba, prendo i rifiuti e, invece di buttarli nella spazzatura come facevo prima, come fanno tutti, li sotterro in un vaso.

Nel vaso avevo piantato un comunissimo tubero circa quindici anni fa. Il tubero ha prodotto una piccola siepe floscia. Mi pare un esponente sacrificabile del mio personale ecosistema, così riempio di spazzatura le sue radici e mi siedo ad aspettare. Se muore, poco male: sotterro anche quella e aspetto un po’ di più.

La pazienza è una virtù ancora degna di questo nome. Le pareti che mi circondano sono cariche di libri che attendono di essere letti da me. Attendono con pazienza, io pure, e l’idea di condividere una virtù con i libri mi rasserena. Ogni tanto percorro in rassegna la libreria e scelgo il più inetto degli esemplari: un volume regalato da qualcuno che non mi conosceva affatto, un’edizione economica particolarmente usurata, un lessico arcaico. Prima di tutto cerco le illustrazioni, le ritaglio con cura e le deposito all’interno di una cartelletta molto sciupata sopra la quale ho scritto a penna viola (una penna che ho trovato in un cassetto): “può tornare utile #15″. Credo che torneranno utili, in effetti, anche quelle. Su un quaderno a quadretti grossi, invece, appiccico citazioni: stamani, ad esempio, ho incollato due pensieri di Kung Fu-Tzu e una definizione entomologica. Tutta questa carta inchiostrata continua a servire al suo scopo, o ad altri scopi, anche oltre il termine naturale della sua esistenza. Per una settimana tengo i libri inetti sulla scrivania: li consulto fino in fondo, cerco di non perdermi nulla. Poi, li smembro e ne faccio qualcosa: forse cartapesta, forse un fuoco, si vedrà. Con altri, mi comporto come quel cantante, e li riaggiusto con uno scotch trasparente discreto ed efficace, piuttosto che buttarli. Non è qualcosa che si può dire facilmente di molti altri oggetti, o di molte altre persone, ad esempio. Alcuni libri sono persone a modo, che si lasciano usare cordialmente per intere generazioni: per questo penso che un giorno ne farò uno tutto mio, a mano e con una stampante ad aghi, con i progetti del mio robot da cucina e un pezzo di terriccio lurido in allegato.

Anche le persone si possono fare in casa, peraltro con un procedimento piuttosto divertente, ma poi non posso tagliuzzarle, appiccicarle sui quaderni, appiccarci un fuoco. Le persone arriveranno quando sarà il caso, e arriveranno: forse le troverò nascoste in un buco, forse ne costruirò qualcuna. Per adesso, fintantoché siamo in primavera, mi preparo all’inverno.

Questo raccontino è uscita l’altroieri per i tipi di Secret Furry Hole, che ora si è messa anche a pubblicare cose di carta. Se seguite il link, capite meglio. Si chiama at home/a casa, ce ne sono cento copie, ed è stato presentato qui, a Venezia, ma mi sa che lo puoi trovare scrivendo qua.

Intanto ringrazio Tomm e Jukka per avermi preso, per avermi messo all’inizio, che è sempre un grande onore, e ringrazio Franci, il Many e il Colas e tutti gli altri che hanno scritto, perché son gente che spacca. Poi ringraziamo insieme tutti quelli che si autoproducono, cioè autoproducono loro stessi: altro che babbo e mamma, altro che iddio. Stare in casa è qualcosa di spettacolare.

Wine, dear boy, and truth

maggio 17th, 2011 § Lascia un commento

Ho vent’anni e già passo gran parte del mio tempo a guardarmi dentro. In mezzo a tutta l’altra roba, c’è anche un libro. La copertina recita così: “Lirici Greci – Danesi”. La prima volta che leggo il titolo, rido. La prof, no. Achille Giulio Danesi, dice, ha unito i frammenti degli antichi poeti e li ha tradotti in endecasillabi o in metro barbaro. Vorrei chiederle qualcosa sul signor Danesi. No, meglio: vorrei leggere attraverso di lei per saperlo già, fare un’osservazione acuta e meritarmi il suo rispetto.

Una volta, per meritarmi il rispetto della prof, ho provato anch’io a comporre una poesia in metrica barbara: in pratica, se non ho capito male, dovevo prendere i versi greci e metterci sopra le parole italiane. Un’operazione secchiona, che porta quasi sempre pessimi risultati. Prova a leggere le Odi barbare di Carducci, mi dice la prof quando le racconto della mia fatica poetica.

All’università di Bologna tra gli allievi di Carducci c’era Giovanni Pascoli. Forse anche lui voleva impressionare il prof quando ha cominciato a scrivere poesia in latino. Nel 1896 scrisse il Iugurtha, un poemetto epico che racconta le ultime ore di vita del re nùmida Giugurta. Inizia così: “mannaggia se son freddi i tuoi bagni, Roma”. Giugurta, dopo la sconfitta ad opera di Gaio Mario, venne portato in trionfo nella capitale e rinchiuso in un’umida segreta. Qui, diceva la prof, morì strozzato da un boia, oppure fu lasciato morire di fame. Nessuno lo sa con esattezza, nemmeno Pascoli, che allora se la cava con un esergo. Parla dei raggi X, che erano appena stati scoperti, li traduce lux ignota, con la quale penetrare negli oggetti per guardare al loro interno. Pascoli dice che anche i poeti hanno i raggi X e li usano per guardare nell’anima delle persone, anche di quelle mai incontrate. È la giustificazione della licenza poetica più attendibile che abbia mai letto.

All’ultimo anno di liceo la prof ci ha fatto leggere Alceo. Poeta lesbico, si dice così, fa ridere a pensarci oggi. Scriveva di battaglie e di vino; soprattutto di vino. Una volta scrisse: “Vino, caro bimbo, e verità”. Fine. Coi frammenti bisogna inventarsi i riempitivi. Achille Giulio Danesi, nei suoi frammenti aveva unito questo verso a quest’altro: “Il vino è uno specchio per gli uomini”.

Dioptron non è propriamente lo specchio. Lo specchio è il kathoptron, katà, sopra. Questo è il dioptron, dià, attraverso. Peccato, avrà pensato il Danesi. Gli occhi specchio dell’anima, il vino pure, suonava proprio bene. E allora, immagino, Danesi si diceva, Ma sì dai, tanto chi vuoi che vada a controllare? La prof aveva controllato. E ce lo aveva spiegato: dioptron è la lente.

Il vino è la lente che ti fa guardare attraverso gli uomini. Allora, penso, il vino era la lux ignota, il raggio X, di Alceo. Mi vien voglia di chiudere Iugurtha, tornare a casa ad aprire gli scatoloni del liceo e guardare le pagine relative ad Alceo. Ma poi, quanto tempo mi ci vorrebbe per stancarmi e chiudere il libro? Scenderei subito nell’umido della cantina dei miei, prenderei una bottiglia, e mi farei un po’ più trasparente per le persone che mi parlano. O anche senza persone, da solo. Mi sveglierei tardi, il giorno dopo di nuovo mi alcolizzerei, e così via, fino a diventare invisibile. Che tanto, qui dentro, non c’è mica niente da vedere. Doveva averlo capito anche la prof, quando mi salutò con le lacrime il giorno della maturità. Circolare, mi dicevo, non c’è niente da vedere. Solo una lente sul la realtà alle mie spalle: guardi bene, ti sembra di notare una diffrazione e passi oltre, bimbo caro.

***

Questa cosa, che a rileggerla mi pare quasi una retrospettiva sulla mia tesina della maturità, la trovi con un font migliore, un profumo migliore e accompagnata da altri migliori opuscoli di scrittori migliori su Prospektiva 53, la rivista che risponde in italiano a McSweeneys, ma meglio, cioè in una lingua che capiamo: carne alla carne, cipolle alle cipolle, patate alle patate, Fabrì. L’unica cosa che non trovi in Prospektiva è l’illustrazione qui sopra, con due ubriaconi antichi che giocano al còttabo. Ora prova a chiedermi che cos’è.

Un Berto

marzo 25th, 2011 § Lascia un commento

Un giorno lo scriverò, il libro che racconta delle cose che avrei dovuto fare, e non ho fatto, e delle cose che ho fatto al posto di quelle che avrei dovuto fare, e non ho fatto. Un giorno.

Intanto però prendo tempo, faccio un giro. Anche oggi dovrei fare qualcos’altro e non l’ho fatto. Dovrei visitare un museo della Resistenza, per diverse ottime ragioni. Invece ne basta una buona, di ragione, ma anche una mediocre o schifosissima, per mandare all’aria i propri piani giornalieri. Basta la primavera e un motorino appena riparato. Sarà dalla terza liceo che lo sgorbio  non parte senza una buona spedalata alla batteria, e questo mi convince a deviare e ignorare la stazione di Monza per la millesima volta.

La strada di casa mia è un delirio di bianco e rosa susino, perché la natura lo fa sempre apposta a fomentare l’entropia, come quando gli ormoni ti sparigliano il cuore.

Quando uno non fa quello che avrebbe dovuto fare è essenziale trovare un buon nascondiglio. Come quando si bigia a scuola: l’ho fatto una sola volta, io, e il mio covo scelto frettolosamente mi deluse al punto da convincermi che in fondo l’interrogazione di fisica sarebbe stata meglio. Quando ti nascondi da un obbligo, i sensi di colpa pulsano forte e devi assicurarti di aver trovato la condizione ideale per scacciarli. Una frase che dicono spesso nei film, poi, è “nascondersi in piena luce”, cioè rifugiarsi dove tutti se l’aspetterebbero e, proprio per questo, perché questi tutti ti reputano più intelligente della media, nessuno verrà mai a cercarti. Coi sensi di colpa funziona uguale.

La cappella espiatoria di Umberto I sul vialone della Villa è un nascondiglio in piena luce. Il tuo senso di colpa repubblicano e anarcoide non ti troverà mai laggiù. Quando arrivo noto due graffiti: dicono “W Bresci!”. Allora penso a una cosa che un amico mi scrisse per provocarmi il giorno del centodecimo anniversario del regicidio. Diceva che secondo una leggenda un giovane Mussolini si recò qui alla cappella ad omaggiare i rivoluzionari di ogni tempo, scrivendo su un muro “monumento a Gaetano Bresci”.

Ovvio, pensavo.
Coglione, aggiungevo.

Un vero anarchico non farebbe mai uno sgarbo del genere. Per prima cosa, perché il vero monumento a Bresci si trova a Carrara e lì ben ci sta. In secondo luogo, perché un brav’uomo non profanerebbe mai un monumento che in qualche modo esprime un dolore legittimo. Io, che sono pacifico e forse un po’ cattolico, dico che Umberto era pur sempre un essere umano coi suoi difetti e i suoi affetti: oggi vengo qui a difendere la sua memoria, per non farmi scovare dai sensi di colpa. Dicono alcuni storici pruriginosi che se Umberto non avesse fatto visita alla sua locale amante, e quindi non si fosse levato di dosso il giubbottino antiproiettile che portava sempre durante le sfilate, il colpo di Bresci non sarebbe stato mortale. In pratica, dicono i pruriginosi, Umberto è caduto vittima più delle pulsioni lussuriose che dei colpi di Bava-Beccaris. In sostanza, Umberto aveva fatto quello che non avrebbe dovuto, e viceversa, rifugiandosi tra gambe di una donna, come il più banale dei maschi.

Sotto i piedi mi scrocchiano legnetti di varia misura. Penso alle mie teorie aristoteliche di bimbo dell’asilo. All’asilo, non si capisce come, era sempre marzo. Forse i pisolini pomeridiani duravano stagioni intere, forse sono stato vittima di qualche esperimento di criogenetica. In ogni caso, nel cortile primaverile del mio prefabbricato prescolastico il mio hobby principale era la paleontologia dei legnetti. Ero convinto, allora, che i legnetti più piccoli fossero nient’altro che fossili di vermetti, mentre quelli più spessi fossili di cacche. Lo diceva anche la pubblicazione settimanale che mamma mi comprava in edicola, che le cacche dei dinosauri si sono trasformate in coproliti, che significa sassi di cacca. Pensavo, allora, che lo stadio intermedio fra la cacca e la pietra dovesse essere il legno. Scricchiolano cacche fossili sotto i miei piedi, mentre come un pensionato mi nascondo dalla (tarda) adolescenza passeggiando verso l’alta croce sabauda. Questo monumento, mi dico, non ha proprio senso. Sotto la croce c’è una riproduzione bronzea della Pietà di Michelangelo, accanto agli scalini poco trionfali delle corone, sempre bronzee, dedicate alla memoria del re adultero da città e province lontane da qui (mi pare di leggere Ferrara, boh). In fondo anche il cattivo gusto significa porre qualcosa dove non dovrebbe essere posto.

Finisco una sigaretta e monto sopra il mio motorino. Il sellino è caldo di irradiazioni solari e il mio culo sta dove non dovrebbe stare, come i legnetti, le bigiate, Umberto, le mie dita sui tasti e questa maledetta testa bacata. Certo, però, avviare il motore di colpo senza dover spedalare valeva bene un altro senso di colpa da aggiungere alla mia collezione.

Invern’io

dicembre 25th, 2010 § Lascia un commento

Sono rimasto fuori a ululare sigarette alla luna, una luna che è bianca come una lampadina e mentre mi risveglio accasciato sulla scrivania riscaldato da un faretto alogeno sento il petto schiacciato dal legno e dal peso degli antenati che insidiano le mie invenzioni retoriche.

Un’invenzione è una scoperta: si toglie il velo, si vede lo smeraldo, si lucida, è tuo. Nulla di nuovo da quando l’energia ha inventato l’energia, l’atomo ha formato l’atomo, la materia, gli uccellini alle quattro del mattino, le voci delle persone, e così via fino alla mia scrivania di cui sopra.

Anzi, la scrivania sotto il mio petto schiacciato e sopra la testa e sopra i cieli stellati immaginati. Dentro un bel niente, nessuna legge umana. Le regole son cose fra le quali si vive e tu non sai proprio regolarti, bella mia, anima palliduccia. Continui a rinfacciarmi che nelle mie storie non accada mai nulla e allora per Natale ti frego io, brutta troia che sei, coscienza.

È la storia di un uomo che odia il Natale, perché gli ci tocca sempre di lavorare. Questo uomo ha un nome, banale, non importa. Un viso privo di particolari eclatanti, non lo guardare. Guardalo fare, camminare nella poltiglia di neve, cosa fa? Osserva i terrazzi, anno dopo anno, scruta le luminarie, spunta caselle nel suo taccuino di finta pelle, cosa fa? Applica un algoritmo segreto per stabilire un legame fra l’esibizione di lampadine, il reddito familiare e le tasse da esigere. Il nostro uomo è una spia, il suo mestiere è ignoto a quasi tutti, se non al suo capo. Cosa ci vuol dire questo personaggio? Dovresti cercare un significato simbolico dietro la descrizione dei suoi gesti immaginati? Se non ti importa, smetti di rimproverarmi la nostra comune pigrizia. Se ti importa, esci a comprare un libro e leggilo.

Inversione di ruoli, agnizione, torno alle mie divagazioni imnotiche. Digerisco sulla scrivania. Ti saluto, cara amica. Vai a sciogliere la neve. Spegni le sigarette nei cumuli e poi copri i fori con la neve, che occulterà tutto quanto il disordine di mozziconi, e quando sarà arrivata la primavera e ti sarai dimenticata di ripulire, quando i cumuli svaniranno e le sigarette maciullate sbucheranno fuori, allora capirai quanto l’universo sia coglione. E ci ritroveremo fra un anno, punto.
E a capo.

Mia mamma e Ceausescu

dicembre 23rd, 2010 § Lascia un commento

Se devo essere sincero, io non ricordo niente. In generale, dico. Una volta, avevo cinque anni, sarà stato agosto, mi son svegliato tutto sudato e col fiatone, molto inquieto e parecchio assetato. Mi sono alzato dal letto per andare a bere, ho preso la svolta a sinistra e ho sbattuto contro l’armadio gialletto della camera mia e di mio fratello, che nemmeno si è alzato a controllare. Fortunatamente, aggiungo, visto che non ricordavo più il suo nome, così come la disposizione dei mobili e delle stanze, l’indirizzo di casa, il nome della città (scoprii poi che era Massa: stavo sempre lì nelle ferie). Avevo dimenticato tutto, così, di colpo. Non mi ricordo neanche come avessi rimediato a tutta questa faccenda dell’amnesia, un giorno lo chiederò a qualcuno, ma posso dire che da allora son passati vent’anni e ancora devo bisbigliare a mio fratello per sapere i nomi dei parenti quando a Natale mi si avvicinano per gli auguri e per i baci con lo schiocco nel timpano.

Il 1989 è stato anche l’anno della grande ondata di orecchioni. Pochi mesi dopo l’amnesia totale mi ammalai, a un giorno dall’inizio delle vacanze invernali. Il giorno dell’antivigilia fu contagiato anche mio fratello. Altro non ricordo, appunto. Mi hanno raccontato, però, che in quell’inverno dei cinque anni sono capitate un paio di cose importanti. Il 26 novembre, ad esempio, era caduto un muro a Berlino. Il 22 dicembre il dittatore romeno Nicolae Ceausescu era stato deposto dai vertici dell’Armata Romena.

Il 22 dicembre è una data importante nella mia famiglia, perché è il giorno del compleanno di mia mamma. Nascere durante le ferie è una duplice condanna: intanto pochi si ricordano di farti gli auguri, quasi nessuno di comprarti un regalo (ma io non ricordo mai niente, quindi su questo punto non posso nemmeno far testo), ma soprattutto si soffre del senso di una colpa pregressa nei confronti dei propri genitori, quella di avergli fatto perdere qualche giorno di vacanza meritata. Io che son nato d’estate posso ben dirlo.

Di Ceausescu invece non so dire quasi nulla. Potrei aprire Wikipedia e scoprire qualcosa, avrei potuto prestare attenzione ai racconti di Vera, la badante del nonno Alberto. Ma, in fondo, non capisco, non mi interessa. Non c’ero. E quando c’ero, tenevo gli orecchioni. E quando tenevo gli orecchioni, stavo a letto a calciare le coperte mentre correvo sul posto, irrequieto. Stavo meglio solo quando venivo portato di peso al divano di sala, dove mi coprivo con una trapunta e potevo guardare film e cartoni animati, i soliti che trasmettono in quei giorni lì. Da quella trapunta sto scrivendo ora, la Romania è ancora lontana.

Io il 22 dicembre 1989 non potevo regalare niente a mia mamma, non avevo mica dei soldi, come tutti i cinquenni. In più, io non mi ricordavo niente. Ho ripiegato su una malattia virale parecchio contagiosa: stavo tappato nella trapunta a scalciare e lamentarmi con la maga Magò e non avevo il tempo o la forza di imparare poesie natalizie, o di accrocchiare quei manufatti infantili che vengono conservati dai genitori per decenni a memoria di un affetto filiale fittizio, spesso indirizzato da una maestra, ma che viene sempre buono da rinfacciare nell’era delle seghe e delle lotte contro il mondo. Il regalo per mia mamma, quindi, era l’ennesimo bimbo fastidioso nella storia dei figli rompicoglioni, e a Natale un fratello contagiato.

Negli anni a venire mia mamma si è sempre lamentata dei comportamenti sociopatici che tenevo durante le feste: scartavo i regali con due giorni di anticipo, giurando che non ci avrei giocato fino al pranzo di Natale, e poi passavo tutto il tempo dei pasti familiari chiuso in camera a giocarci lo stesso – tanto non mi ricordavo i nomi dei parenti, come potevo salutarli? L’anno degli orecchioni, invece, viene sempre evocato come un momento glorioso, nonostante gli antistaminici, le lamentele e la mancanza di regali. Forse perché me ne stavo steso senza rompere troppo i maroni, forse perché a Natale hanno giustiziato Ceausescu. Ma, in fondo, a mia mamma cosa poteva fregare della Romania?

Questo è il mio Post Sotto l’Albero. Dovevo pubblicarlo ieri, per il compleanno di mia mamma, ma poi mi son ricordato che lei usa l’internet solo per le mail, peraltro ricevendone molte più di me, il che mi irrita non poco. Quindi auguri mamma, vaffancuore mamma.

Per quelli che non sanno niente, il Post Sotto l’Albero è un ebook (libro elettronico) collettivo, inventato dal Sir Squonk, nume tutelare di tutte le faccende editoriali che l’ingegner Manicardi, l’operaio Dulinizo e un manipolo di amici miei stiamo tramando, ciascuno per conto suo, ciascuno con la sua idea della rete come canale privilegiato per la diffusione della letteratura. Il Post Sotto l’Albero, come si può intuire dal nome e dal momento dell’anno, viene pubblicato in occasione del Natale: è pensato come un enorme aggregatore in formato pdf (a questo giro anche come – bellissima - applicazione per iPad), è un gigantesco albero sotto il quale a mo’ di strenna si raccoglie il meglio dell’internet che scrive, appunto, del Natale. Il meglio dell’internet, Rossella Rasulo e anche me, per quest’anno.

Grazie, buon Natale.

Your milkshake

novembre 3rd, 2010 § 1 commento

La mamma mi ha mandato a prendere il latte. Te lo giuro.

Tu chi?

Ero in camera e fissavo un po’ il foglio, un po’ lo schermo. Il foglio, in genere, lo fisso quando presumo che qualcuno si stia per disconnettere dalla chat, così mi pare che il mio sconforto, immotivato di per sé, trovi una ragione: “ma non mi hai avvertito… nessuno me l’ha detto”. Poi, mentre mi concentravo sulla parte destra dello schermo, per sconfortarmi nel momento in cui tu scompari (e il programma della chat ci tiene ad avvertirmi con una finestrella grigia), come per poi arrabbiarmici e imprecare da solo nella camera da letto, all’improvviso la mamma mi ha chiamato. E mi son detto: “se non mi sbaglio, ora devo per forza vederti”.

Tu chi?

Infatti, tu non esisti: a prendere il latte, non c’eri; quel coso, pure lui, non c’era. Io, poi, tanto per stare in rima, potrei dire giusto che sono peloso, non certo geloso. Ancora ancora avrei potuto ingelosirmiti, se quel coso e solo lui si fosse limitato a non esserci, perché si sa come funzionano storte queste cose: ma considerata la tua assenza, geloso no. Peloso, sì, e sconfortato, ma prova tu a fare una bella rima con “sconfortato”. Ci fosse stato almeno uno sconosciuto, da temere disprezzare ignorare salutare, non dico proprio tu.

Tu chi?

Infatti, nessuno. C’ero solo io con il freddo stretto intorno alle guance, i sensi di colpa pigiati sul ventre, il naso pizzicato da un’aria valtellina. L’alito bianco fuori dalla bocca, lui c’era, e quasi mi faceva piacere rivederlo dopo un po’ di tempo. Però, giuro, la mamma mi ha mandato a prendere il latte. Solo che non c’era nessuno e niente, a parte il latte, il tempo rubato allo studio, venticinque anni, le soluzioni teoretiche a presunti problemi dell’umanità grassa, le foglie appiccicate sulle aiuole che ogni anno vengono ricostruite per colpa delle radici che crescono, e mai uno che pensi di lasciarle libere una buona volta, e improvvisamente, intorno al cancello, una splendida spiegazione del perché un uomo inventò la musica e un altro uomo poi ci appese a stendere le parole: per vedere che cosa non c’è e provare a disegnare, quantomeno, un punto, della situazione.

- foto rubata a bobby -

Velut Luna

settembre 17th, 2010 § Lascia un commento

Non esiste la cattiva sorte, esistono solo finali sbagliati.

Se c’è un popolo che ha fatto della sfiga un emblema, questo è il popolo greco. “Non nascere è il destino migliore”, diceva quell’orbo di Edipo, “il secondo, se nati, morire il prima possibile”. Ah, la malinconia mediterranea: il sole, il mare, le olive, l’incesto non vi bastavano. Poi, una sera d’estate, la combriccola degli allegroni ti fa sedere a teatro con la scusa della catarsi, e ti attacca un pippone, ad esempio quello di Titone.

Titone è il più figo di tutta la Grecia, e infatti è nato a Troia: nipote di fiume, figlio di ninfa, facile. Mattina è una dea alba e chiara, innamorata di tutti per un sacrilegio, e infatti sopra le facce di tutti i dormienti passa una carezza calda e puntuale come una sveglia solare, una promessa di tornare domani che consola e spaventa tutti quanti.
Solo dentro questi racconti, però, e non si capisce perché, gli adolescenti disprezzano l’accoppiamento. Specialmente i più belli, gli atleti coperti d’olio e di sabbia, hanno schifo a farsi toccare dalle donne, specialmente se sono dee dalle dita rosate: un paradiso per gli sfigati, questo mito. “Io sono giovane, Mattina, quindi lascia perdere le carezze, che a me importa solo lanciare il disco, il giavellotto. A me piace lanciar robe, insomma, non mi scocciare”.

Ma che vuoi fare con una dea, lanciarle contro un giavellotto? Non puoi, non sei Achille: sei Titone, un belloccio qualsiasi, greco di Troia. E allora scappa, va’ ad ovest, a seguire la tua Luna di castità, sai che spasso. Corri alla tua finis terrae. O dimostrami, Titone, che la terra non ha termine e che puoi continuare a correre in eterno. Fuggire da una dea è un gran peccato: mi sembri stupido a inseguire la notte, come se il tramonto non ci deludesse abbastanza, come se la notte fosse un porto sicuro. Opportuna è la sorte che non cambia faccia, non certo la Luna: quella si gira, ti guarda sbilenca, ti mostra il profilo a forma di torta e non ti darà il culo, mai e poi mai.

A furia di scappare, Titone, due gambe. Mica come Jim Fixx, l’inventore del jogging, ammazzato da un infarto durante una corsetta, ah ah – ma questa storia la conoscono tutti. La storia di Titone, invece, non finisce al confine del mondo. Quando Mattina inciampò e il tempo si fermò, a lui sale in alto l’organo del pianto a stringere la gola. È la maledizione delle donne stupende, l’amore a costo della frustrazione. Questo è il momento di diventare uomo, di farsi crescere i peli sul petto, l’ora del pancrazio in camera da letto, alla faccia dei giavellotti. E allora siano nozze di dea: nettare ovunque, etti d’ambrosia tagliata spessa, i rotolanti pomi dorati e Sofocle dietro una tenda a pregare il malocchio. Perché, dentro questi racconti, tutte le storie vanno a male, come le strade d’Atene e di Troia ti portano al mare: non ci puoi fare niente – tutti lo sanno, i Greci annuiscono e gli aedi si fregano le mani – un uomo, per quanto bello e felice, non vivrà per sempre e andrà alla malora.

Un giorno Mattina va dal suo principale a chiedergli una proroga sulla morte, che Titone sia immortale, ma più in alto del capo c’è sempre il padrone della baracca olimpia: tre vecchie bagasce, che a ciascuno appioppano una sfiga, le Parche, dèe con le quali non si scherza. Prima o poi, il loro dito nodoso si fermerà sul tuo nome e allora potrai solo aspettare, accettare, giusto il tempo di capire quell’orbo di Edipo. E allora, dentro questo racconto, pur di deprimerti, anche le dee si sbagliano. Hai dimenticato di chiedere la giovinezza eterna, oh sciocca Mattina: sarai costretta a vedere il tuo giovane amore invecchiare all’infinito.

Non puoi scrivere queste storie senza spiegare come si invecchia all’infinito: i Greci dicono che ci si consuma all’estremo. La rugiada scorre a gocce dalla faccia della Mattina, perché nemmeno le calde carezze possono arrestare l’erosione dei venti e dei tempi, e Titone si riduce ormai a un’unica piccola ruga, finché, per pietà, il gran capo dall’alto lo tramuta in cicala. Ma la cicala è un animale orribile, non è così che si conclude. I Greci sbuffano e ti accontentano apponendo la postilla che straccia le mutande: s’inventano che le cicale si nutrano di rugiada – tanto chi può andare a controllare? – e ti sfidano a sentire come suona meglio così: “Ogni notte d’estate, Titone rimprovera alla Luna di non averlo preso con sé fra i puri di corpo, canta la nostalgia della Mattina e, quando spunta il sole, vola a rubarle le lacrime sul dorso delle foglie. Ma, soprattutto, quando sente che in un teatro si fa catarsi alle sue spalle, disturba i mitologici pipponi facendo un gran frastuono di sottofondo”.

Che, come spiegazione del frinito, e anche come finale, mi sembra decisamente migliore.

(soundtrack)


Ex. Ergo.

settembre 10th, 2010 § Lascia un commento

uh?

Dovevo scrivere duemila battute sulla sfortuna, ma il cane me le ha mangiate, compresi gli a-capo e le spaziature.
Anche Robert Stevenson una volta andò dalla maestra per dirle che il cane gli aveva mangiato il Dottor Jekyll e Mr. Hyde. Il cane era la moglie. “Ma dove pensi di andare, con tutta la cocaina che prendi?” disse il cane, e quindi diede fuoco al manoscritto. Non avevano ancora inventato l’intervention, ai tempi. Robert Louis non reagì bene: piatti vittoriani che si schiantavano, calamai sul pavimento, bovindi come se piovesse su tutto l’Impero Britannico. Poi si calmò, si rifece una superbotta e scrisse da capo l’intero romanzo, in una notte.
Secondo le intenzioni dell’autore l’esergo recitava “suca”, ma la maestra non glielo fece passare. Tranquillo, Robert, te l’ho meta-concesso io.

[seguiva un post che mi è stato mangiato dal cane]

Questo esergo, o exergon, è stato scartato dal mio intervento per la seconda, stupenda, iniziativa letteraria di Barabba, il blog più ingiustamente escluso dai Macchianera Blog Award.

I cosa?
Ecco.

A proposito di blogger, domenica 26 settembre, a Riva del Garda (dove? spero sulla costa lacustre) l’ingegner Marco Manicardi spiega come funziona questa storia degli e-book. Ci saremo anche io e due amici, persone che spesso e volentieri vincono l’internet, per parlare di una cosa che è impaziente di mostrarsi. Voi venite, che si leggono dei gran pezzi di letteratura.

Di cosa?
Fidati, vieni su in Trentino.

Afelio ed entropia

agosto 18th, 2010 § Lascia un commento

dietro ogni imperativo morale si nasconde una madonna-santa allo scapece. lo puoi capire dal modo in cui parlano gli uomini degli imperativi morali, con parole grasse e acri, con le cipolle bianche a fettine fra i denti.

entropia significa risolvere un problema creando uno o più problemi ulteriori. non a caso è una legge universale della termodinamica, e, dico, il nostro rapporto come va, quanto a spesa di valori calorici? siamo cotti a puntino? siamo abbastanza entropici?
fare casino è l’entropia. fare rumore invece no, quella è pulizia. il vero casino richiede silenzio, la muta attesa delle sette del mattino steso sul letto al contrario, coi piedi sul cuscino, la testa penzoloni sul pavimento, testa sveglia, occhi aperti che si alzano alle inferriate della persiana non appena vi spuntano i primi raggi di quello che solo un pavese ottimista può chiamare sole. quando mi alzo, poi, ho sempre molto freddo e poca voglia di perpetuare il moto verso il tavolo della colazione.

esco dalla porta di casa abbastanza piegato dal vino rosso, chiedendomi per un abissale decimo di secondo quale sia il nome della ragazza che sto andando a ritirare come un pacco postale davanti al cancello del condominio che contiene la casa nella città in cui non abito io e lei invece sì, ad anni-luce di caselli, che «tanto hai il telepass». capisco che è una falsa domanda, perché retoricamente posta da una parte di me a un’altra, mentre le metto entrambe a tacere.
perfino il signor Spock una volta ha pianto, quindi perché dovrei trattenermi io? se sei stata una stupida, se sono stato uno stupido, perché dovrei trattenermi dal piangere il caso patrigno puttano che ci ha fatti incontrare? oppure, dovrei insultare un dio creatore, ma ti prego, qualcuno, qualcosa lasciamela spaccare in tre parti, una per me, una per te, la terza per il diavolo, etimologicamente parlando.

dici che quando scrivo non ci sono mai gli spazi, perché tutto quello che scrivo avviene nella mia testa, che non ci sono mai i tempi, perché quello che avviene nella mia testa non esiste. infatti non lo dici neppure, come se non bastasse, quando io ti caccio in mano i profumi i colori le zigrinature e tu mi parli (o non lo fai) dello spazio-tempo. prova a limonare con Asimov, se ci riesci. e soprattutto mai una volta, una sola, che tu mi dica una cosa, una sola, di quando non scrivo.

io aspetto che l’entropia si alzi dal pavimento incrostato di due settimane per invitarmi a fare un giro o lasciarmi solo con una manciata di mediocri propositi, che mi vengono a trovare spesso, almeno loro, e mi donano consigli fotonici pieni di zigrinature, senza spazio-tempo, perché, se per un solo momento mi mettessi a misurare la mia stanza in metri-secondi, non basterebbero i sali del dottor Cagliostro a ricacciarmi dritto sulla pianta dei piedi.
fingo che sia labirintite, fin quando non mi correggeranno sul significato esatto del termine, quella cosa che mi viene se per un giorno soltanto non mi permetti di guardare ai monolocali con gli occhi di un malato di mente. forse è solo autismo, stare ad annusare i profumi i colori le zigrinature, oppure è la pigrizia di decuplicare la durata del mese d’agosto, lasciandomi un paio di settimane per le palle di neve e i freni-a-mano con la macchina sotto casa tua, mentre aspetto che tu scenda, e gli ultimi giorni dell’anno a togliermi cipolla acre e grassa dai denti col filo cerato, tirato fuori da uno scatolino molto tempo dopo averlo acquistato in un supermercato.

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