Tieni il resto, lurida bastarda

marzo 26th, 2010 § Lascia un commento

Ogni volta che finisce una relazione avanza qualcosa, un resto. È una frase automatica e scritta male, peraltro. C’è sempre qualche scrittore che dice ogni volta che.

All’improvviso (c’è sempre qualche scrittore che dice all’improvviso) te ne sei andata e hai lasciato un resto dietro di te, qui dalle mie parti. Non è mai carino lasciarsi, per un numero di ragioni che è inutile elencare, ma soprattutto per il resto che ne avanza (c’è sempre uno scrittore che dice ma soprattutto).

Il resto è imbarazzante: quando pure sono cinquanta euro belli tondi, non capita mai di vedere una banconota. Per lo più si tratta di una manciata così di spiccioli da due (cinque, se va bene). Allora bisogna spenderlo in fretta, anzi buttarlo via. Finirà comunque che ci comprerai una stronzata, dunque tanto vale gettarlo via, o donarlo a qualcuno. Meglio gettarlo, non si sa mai.

Il resto di una relazione imbarazza come l’impronta di peli e sudore sul bordo della tazza: quando credi di avere finito, ti alzi e ti pulisci, sollevi i pantaloni e premi lo scarico, ecco lì il tuo resto (c’è sempre qualche scrittore che dice ecco lì), una sorpresa che ti aspettavi con la forma del tuo culo.

Quando te ne sei andata hai lasciato proprio una bella impronta. Il sedere era il mio, non ci piove, ma lo stronzo, la stronza, eri tu. Chissà che impronta ho lasciato sulla tua tazza, tu che non hai peli sul culo: forse (c’è sempre qualche scrittore che dice forse) il mio resto è solo una macchia di sudore invisibile, forse è un pezzo da cinque che hai dimenticato nei pantaloni estivi durante il cambio dell’armadio.

Il problema non siamo noi due: il problema è la sottrazione, che con le persone non funziona mai tanto bene. L’addizione è semplice: una botta e via a camminare come due ebeti sullo struscio cittadino. La divisione è nobile, la moltiplicazione non fa per me, che non ho ancora capito se devo scrivere un puntino o una ics. Quando qualcuno mi spiegherà se devo scrivere il puntino o la ics, forse comincerò a moltiplicarmi. Per adesso aggiungo, condivido, sottraggo, ma sempre col resto, perché la matematica non è il mio campo.

Pucci, il suo compito è da cinque: le sottrazioni non devono avere resto, se ne faccia una ragione. E non si azzardi a nascondere il resto sotto il protocollo a quadretti stretti, che prima o poi rispunta fuori come un gattone di polvere. Al posto!

Speriamo di alzare il voto con l’orale.

ps- Grazie ad Alessandro per le chitarre preparate e a Riccardo per le ingegnerie sonore, e grazie a Simone a cui è piaciuto questo pezzo nonostante l’avessimo provato solo nel pomeriggio, ma soprattutto grazie per il suo libro molto bello. Grazie a Elena, che preferisce Ellimecbì (come biasimarla?), e grazie a tutti quanti i presenti che non mi aspettavo così numerosi all’esordio di una band offlazionata. Grazie a Elena (quella coi riccioloni) e grazie al cazzo, che c’entra sempre, di riffa o di raffa. Giuro che non canto più, parlo e basta, ciao.

La fine del Mondrian

marzo 15th, 2010 § Lascia un commento

(questo post è stato riadattato per scrivere questo articolo, per cui ora sapete che in realtà parla di musica e non di apocalisse)

L’aria è frizzante in città e sa di cambio di stagione. Mastodonti migrano a Nord incrociando palmipedi ballerini diretti a Sud, mentre le correnti ascensionali frombolano senza sosta. Gli esseri umani non ci sono più, per quanto forte abbiano potuto gridare, per quanto aperte abbiano spalancato le fauci, ospitandovi insetti dal gusto dolciastro; gli sciacalli presidiano i bar, le gazzelle dormono al riparo dai monsoni sotto ponti autostradali in disuso: tempo due migliaia di anni e tutti quanti gli animali cammineranno in posizione eretta, appiccheranno incendi con zoccoli e grinfie, profittando di una natura lasciata in eredità da chi la chiamava civiltà. Il vetro e il cemento saranno elementi della tavola periodica, fra un milione di anni, quando dei primati non sarà rimasta traccia.
Villette bifamiliari incastrate nelle miniere di bauxite, dove ornitorinchi senzienti ricercano materie prime per le città sotteranee, verranno guardate con indifferenza. Perdute le tecniche, se ne troveranno altre, quando la coda sarà diventata l’organo più importante e le zampe posteriori serviranno per marciare, quelle anteriori per massacrare.

I branchi sparsi nelle pianure boschive ricevono notizie dalle antiche città attraverso messaggi codificati, secondo nuovi linguaggi intra-specie, mentre le mandrie rivali inviano spie per conoscere i segreti delle transumanze: dalla campagna incolta e abbandonata, le genti bestiali si spingono nella trama stradale, seguendo le strade provinciali, sfondando i caselli, abbeverandosi ai laghi spontanei nati dall’incuria dell’asfalto; entrano baldanzose negli strati suburbani e poi urbani accompagnate da un concerto di unghie sfregate per terra e sui pavimenti, come nacchere a festa.
E se saranno guerre e genocidi, nessuno sarà lì per raccontarlo o comunque nessuno ascolterà e se pure qualcuno ascolterà non rimarrà la memoria. Finché di nuovo non sarà introdotta la scrittura e con essa il principio di una nuova catastrofe e gli dei saranno antropomorfi e spiegheranno ogni evento sconosciuto, ma non spiegheranno la propria assenza, fino ad allora i belati e i ringhi saranno boati e canti di inarrivabile bellezza e convinceranno le anime ferine alla propagazione dell’ignoranza.

Alla fine ti svegli in una postura calligrafica e sei costretto a grattarti la Sehnsucht che ti si è addormentata sotto le cosce. Buongiorno.

La brum del squish (1.0)

dicembre 10th, 2009 § Lascia un commento

- «Perché non mi parli?»
- «Perché sei maledetto da Dio e dagli uomini.»
- «Beh, meno male che almeno Dio non esiste, così ho potuto sentire la tua risposta.»

Era chiaro che mi voleva. L’intesa delle nostre anime sperdute piroettava nell’aere come uno spruzzo del nuovissimo deodorante Glade per ambienti. Io le chiesi se sapeva fare i pompini col sedere, lei si schermì con un ceffone. Non ero proprio capace di prenderla, perciò la abbandonai lì a sé stessa, sul bancone di un bar mezza ubriaca di Crodino (era astemia, ma il Crodino la inebriava). Provò a fermarmi, dicendomi che aveva molti più pretendenti di quanti io stesso potessi inventarmi lì sul momento.

- «Quanti? 15?»
- «37!»

Perbacco… mi stupì. Io non ci sarei mai arrivato, e sono sicuro che, se le avessi lasciato più tempo, ne avrebbe potuti inventare molti altri. Ma questo non bastava per farmela amare: ci voleva molta più fantasia e una buona teglia di lasagne (forse anche i pompini col sedere). Per questo mi allontanai dal bancone, con ettolitri di bava alla bocca dello stomaco: vomitai. Presi un tovagliolo e mi asciugai. Incredibilmente, la porta di vetro del bar era umida di ansimi sessuali: nulla a che vedere con la macchina in cui stavo entrando, chinandomi sotto l’ala di gabbiano cromata. Alla guida un essere vivente e sbuffante pieno di eleganza: lo avresti scambiato per un gatto se non fosse stato per lo splendido odore che emanavano i suoi seni. Quando tolsi il naso dal suo petto mi accorsi che dietro al sedile, sul tappetino di feltro, era posata una confezione di croccantini: mi ripromisi di indagare.

- «Che fai? Hai ricreato l’ambiente di quella prima volta o è un nuovo tipo di vetro oscurato?
- «Lo sai che amo le ricorrenze: non senti l’odore di vinaccio…»
- «E come no. Ho già un’erezione.»
- «Andiamo, scemo.»

Lo stereo ad altissimo volume mi infastidiva: non conoscevo nemmeno una canzone, ma questo mi risparmiava dall’imbarazzante impulso di cantare sopra la musica. Avevo solo una chance in quel viaggio e non l’avrei sprecata, neppure se la guidatrice di nero vestita avesse deciso di scaricarmi in mezzo alla strada provinciale, neppure se fossi fuggito dal bagno dell’autogrill quando le chiesi di fermarci a pisciare. C’è un tempo per darsi alla macchia e c’è un tempo per accelerare: ora accelera, bimba, si scende quando si scende.

Uretraromantica

novembre 16th, 2009 § Lascia un commento

la ragazza (di cui parlo alla fine) era più o meno così

L’altra mattina avevo un impegno in ospedale: le analisi del sangue e del piscio (non dirò urina, che suona male).
Abitando molto vicino all’ospedale, mi sono mosso con la tranquillità di chi si sveglia alle 7 dopo tre ore di sonno. Camminavo per la mia via quando mi sono ricordato di non avere il contenitore del piscio e, a meno che non me lo prelevassero alla spina, questo era decisamente un problema da risolvere. Fortuna vuole che in questa città, ci sia una certa abbondanza di farmacie. Ammetto di non conoscere gli orari delle farmacie, così come ignoro tante altre informazioni pratiche che fanno di me un dissociato da cliché: pare che alle 8 di mattina alcune farmacie chiudano.
Ciononostante, ho fatto in tempo a bloccare la serranda automatica con il mio savoir faire da rompicoglioni.

- Mi scusi, state chiudendo?
- Eh, non si vede?
- Guardi mi serve solo un raccoglitore per il piscio.

(A lui non ho detto piscio, sigh.)
- Tenga. Un euro.
(Un’altra idiosincrasia del dissociato da cliché consiste nel non considerare il prezzo delle cose. Un euro mi sembrava un’enormità, ma comunque non mi ero premunito di monete.) Ho allungato una banconota da 20.
- No, guarda. Ho solo il resto in moneta.
- Ehm…

A questo punto, con la faccia di merda che ho ricevuto in eredità dai miei genitori, mi sono esibito in una tipica sfilata di sguardi cucciolosi: un classico, una mossa invincibile che nel giro di due minuti ha convinto il farmacista a regalarmi il raccoglitore. E questo, penserete voi, mi avrebbe dovuto riappacificare con il mondo brutto che ci circonda, per via della gratuità di un gesto generoso e (non) spontaneo. Invece no, tutt’altro. Piuttosto mi chiedevo perché mai non fossi stato sfanculato: io lo avrei fatto.
Così, sono entrato nel gigantesco ospedale un po’ incazzato con il mondo (una novità). Dopo un paio d’ore passate a leggere Lester Bangs e ascoltare le mie playlist ad hoc per i momenti di brutalità intensa, toccava a me. Ho pagato (una cifra immane, non solo per un dissociato da cliché), sono andato in bagno a riempire il contenitore di piscio, mi sono messo in fila.
Mentre attendevo il mio turno, ho intravisto da lontano una giovane ragazza bionda, vestita di velluto blu, piuttosto carina. Affinando il mio orecchio da spione ho notato che parlava con un tipino slavato (sarà il suo ragazzo? lo odio). La cadenza della sua voce aveva un che di lombardo dell’ovest, forse bresciano, forse bergamasco, e immediatamente mi sono eccitato. Non giudicatemi, ho un’insana attrazione per le ragazze carine che parlano con quell’accento, e volete sapere perché? Io adoro le ragazze carine che dicono volgarità (con moderazione, per carità) e una volgarità detta in piemontese o in fiorentino non suona tanto bene quanto una tenera blasfemia lombarda. Che ci volete fare, sono fatto così. Sarà stato per l’abito di memoria lynchiana, sarà stato per il soave accento gutturale, me ne innamorai all’istante.
Mentre le nostre strade si incrociavano, l’occhio si è posato sulla sua mano aggraziata: stava tenendo gelosamente un sacchetto trasparente che, a giudicare dal contesto, doveva conservare i preziosi frutti del suo corpo.
Non dirò che questa cosa mi ha eccitato, lo giuro. Quello che voglio dire è questo: se ti presenti al primo appuntamento con una busta piena di piscio e merda, certamente avrai la mia ammirazione, ma la prossima volta ai fiori ci penso io.

How to win a breakup with a haiku

ottobre 31st, 2009 § Lascia un commento

Io sparlo, tu sparli.
Egli per averti sparla,
lei di te non parla.

Unisex

ottobre 24th, 2009 § Lascia un commento

Milano, ore undici e trenta.
Sono nel bagno di un locale pieno di hipster del cazzo.

Due porte nere ricoperte di adesivi mi separano dalla soddisfazione di un bisogno pungolato da quel Mojit
troppo-buono-per-essere-così-alcolico che mi è stato servito dieci minuti prima. Posso resistere, non c’è
problema.

Mi distraggo. Provo ad indovinare quale delle due porte si spalancherà per prima. Mi chiedo che suono farà e se in futuro la riproposizione casuale dello stesso rumore cigolante provocherà in me lo stesso irresistibile
stimolo ad urinare che sto provando: sperimento su me stesso le teorie di Pavlov. Mi volto verso lo specchio e mi guardo nella barba sfatta di un riflesso impietoso. Domattina mi rado. Ammesso che riesca ad alzarmi dal letto. Ho una brutta cera, in sostanza. Non ho cenato, sto provando quella dieta alcolica delle modelle
americane.

Ora le porte nere sono dietro di me, ma posso tenerle d’occhio sulla superficie liquida del vetro. Sono un
ninja. Nulla mi distrarrà. Non perderò l’occasione di urinare con violenza e somma soddisfazione.

Uno scricchiolio, non quello che mi aspettavo. Alla mia sinistra un boato indefinito, quegli stronzi degli
avventori. Tutti i clienti di un locale o di un pub prima o poi rientrano nel sottoinsieme “gente che deve andare a pisciare”, fino alla fusione dei due insiemi: così chi va in un locale o in un pub, in realtà sta andando a pisciare, ma ancora non lo sa. Entra una ragazza, con passo lento e cadenzato. Ho la vista un po’ annebbiata, ma ho come l’impressione che sia completamente vestita di cuoio. Non di pelle, tipo sadomaso o cose così. No, cuoio, come mi immagino sia vestito un cavaliere della Tavola Rotonda, quando si scrolla di dosso il maglio di ferro e la corazza. A contribuire a questa impressione, dirò che il viso, intorno al naso e sotto gli occhi, è ricoperto da un regolare puntinismo di lentiggini che svanisce ai confini del volto per diradarsi in luoghi che non voglio nemmeno immaginare: è fantastica.

- Vai avanti pure tu.
Un po’ scadente come incipit.
- Oh, grazie, ma…
Vuole farmi notare che i nostri cromosomi differiscono per una stanghetta: che premurosa. La ringrazio col pensiero, e dico.
- Tanto qui è come in Ally McBeal.
Ma quello che mi esce dalla bocca suona più tipo “Elmecbì”. Ripeto. Due volte. Alla fine capisce.
- Ally McBeal? Che cos’è?
- Come? Non hai mai visto Ally McBeal? Spero che tu non studi giurisprudenza, sarebbe una mancanza grave.
- No, veramente ho fatto Lingue: Inglese.
- Ah, Lingue… Allora ti interesserà qualche serie tv americana.
- No.
Dimostrandomi che esiste tutto un altro mondo là fuori, un mondo che forse non voglio conoscere. Ma
aspettate la fine della storia.
- Ho capito, ma potrebbe esserti utile sai? Come ausilio allo studio.
- Studio? Ma io ho finito di studiare. Ho trentatré anni.

La porta si spalanca, tiro una spallata alla ragazza che ne esce, mi calo i pantaloni e piscio nervosamente
sperando di non ripetere l’incontro.
La morale è: mai alludere ai contenuti di una serie TV fino a quando non conosci l’età dell’interlocutrice. Se non è spoiler è sfigato. E se è sfigato è fuori questione finirci a letto.

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